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Sul banco degli imputati della crisi finanziaria sono state più volte messe le agenzie di rating (le agenzie che si occupano di dare una “valutazione sintetica” dell’affidabilità di un asset (obbligazioni e titoli di varia natura): infatti valutazioni di affidabilità  superiore a quella effettiva,  a volte effettuate in conflitto di interessi, hanno spinto gli investitori a ritenere che titoli a rischio elevato (come sono quelli basati più o meno direttamente sugli ormai famigerati subprime) fossero in realtà affidabili (tanto che “polpette” di questi titoli sono finiti anche in portafogli monetari, che in teoria non investono in titoli a rischio — almeno a rischio di regolamento). E proprio per questi motivi, una riforma delle agenzie di rating è più volte stata evidenziata come uno delgi elementi necessari per uscire dalla crisi finanziaria.

Nonostante questo, sembrerebbe che le agenzie di rating stiano continuando ad operare “gonfiando” i rating: secondo quanto riporta il Wall Street Journal, Moody’s avrebbe a gennaio 2009 dato rating elevati a titoli “compositi” nonostante fosse perfettamente a conoscenza del fatto che era in programma un downgrade dei titoli sottostanti. La cosa però (fortunatamente) non è stata presa a cuor leggero dal Governo USA, e un ex-manager di Moody’s sarà in questi giorni ascoltato al Congresso.

Il problema va forse ricercato anche nel modello di business delle agenzie di rating e in “chi paga per i rating. Infatti, il fatto che siano i sottoscrittori del debito (che sono gli intermediari che poi lo ricollocano sul mercato) a pagare per i rating rende questi ultimi inevitabilmente esposti a conflitto di interessi (dato che hanno interese a rating elevati per collocare i titoli più facilmente e ad un prezzo più alto), mentre se il rating fosse pagato dagli acquirenti del debito il conflitto di interessi non si porrebbe (perché gli acquirenti — gli investitori — non hanno interesse a valutazioni alterate, ma anzi al massimo possono preferire stime più conservative).

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