Grafico: Rapporto Mutui/PIL nei principali paesi Europei

Un “veloce”, ma credo molto interessante, grafico che mostra il rapporto tra mutui e PIL nei principali Paesi Europei (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e Italia), nell’Area Euro nel suo complesso e negli USA. Si vede chiaramente come negli altri Paesi la “dipendenza” dal credito sia decisamente più forte che nel nostro Paese, con il caso molto significativo degli USA, con numeri che spingono fanno riflettere ancora una volta sul fatto che, forse i consumatori americani hanno fatto un ricorso “quasi-patologico” al credito, con un rapporto mutui/PIL praticamente doppio che nell’area Euro, e tra le 4 e le 5 volte quello italiano.

Mortgage/GDP ratio (Italy, Germany, France, Spain, Euro Area USA)
rapporto Mutui/PIL (dati: Eurostat/ECB/MPS)


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Banca Monte dei Paschi assume 250 giovani

Banca Monte dei Paschi sta iniziando le selezioni di 250 giovani da inserire nel proprio organico (in particolare, 30 per il Nord-Ovest, 30 per il Nord-Est, 70 nell’area Centro e Sardegna, 80 nel Sud e 40 in Sicilia). Si tratta di un dato interessante non solo per chi sta cercando lavoro (per chi fosse interessato i tempi residui sono stretti: è necessario inviare il proprio curriculum via web sul sito www.mps.it, entro il 1° di ottobre), ma anche perché è un indicatore dello “stato di salute” di Banca MPS (e in parte del settore bancario italiano in generale).

Infatti, l’ampliamento della struttura, con l’introduzione di nuovo personale, può essere interpretato come un segnale segnale di solidità della banca, soprattutto in un periodo in cui al contrario molte banche, all’estero, stanno rivedendo la propria struttura, apportando tagli anche sostanziosi al personale, per far quadrare i conti.

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Segnali positivi per l’economia dall’indicatore €-coin

In settembre l’indicatore €-coin ha registrato il primo dato con segno postivo dopo 15 mesi, segnando un valore di 0,07 rispetto a -0,21 di agosto: si tratta di un segnale che potrebbe indicare che la crisi, nei Paesi dell’area dell’Euro, potrebbe essere vicina alla conslusione.

– dati: Banca d'Italia”]€-coin indicator [September 2008 - September 2009] - data: Bank of Italy

€-coin è un indicatore sviluppato dalla Banca d’Italia, che si propone di sintetizzare il quadro congiunturale dell’area dell’Euro, rappresentandolo com e”potenziale” crescita trimestrale del PIL, sulla base di serie storiche relative, tra l’altro, agli indici di borsa, gli indici di produzione indusitrale, gli indicatori di domanda e i sondaggi congiunturali. L’aspetto interessante di €-coin è che cerca di essere un indicatore “in tempo reale”, cioè di non rappresentare semplicemente “il passato”, come inevitabilmente fanno gli indicatori consuntivi relativi al PIL, ma il presente: questo grazie ad un calcolo mensile dell’indicatore, che di fatto va ad anticipare di alcuni mesi la stima ufficile sulla variazione del PIL.

La crescita di €-coin riscontrata a settembre sarebbe da ricondurre, oltre che alla ripresa delle borse, ad un miglioramento degli indici di fiducia di imprese e consumatori, meno ai dati sulla produzione industirale e sul commercio con l’estero: si tratta di quindi di un dato che, pur se incoraggiante dato che evidenzia ottimismo, non evidenzia ancora che la crisi è “concretamente” alle spalle.

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Gli effetti sul lungo termine della lenta crescita del PIL Italiano

Abbiamo avuto più volte avuto modo di sottolineare come purtroppo l’Italia sia uno dei paesi dell’OCSE dove la produttività è minore, con effetti che si ripercuotono anche sui salari.
È interessante analizzare il problema anche da un altro punto di vista, e cioè di come nel tempo si accumulino i gap che volta per volta possono sembrare apparentemente piccoli. Infatti è anche in quest’ottica che va vista la situazione economica italiana di oggi, non certo brillante: il fatto che oggi la contrazione del PIL è maggiore che in molti altri Paesi Europei va messo anche in relazione con il fatto che negli anni precedenti (di espansione economica) la crescita è stata inferiore.
Insomma, un dato che spinge a riflettere sul fatto che il nostro Paese necessita di profonde riforme, se vuole mantenere il passo con i Paesi più avanzati.

Infatti, andando vedere la crescita cumulativa del PIL dal 1995 al 2009, si può notare come la crescita complessiva in questo periodo dell’Italia presenti un gap significativo rispetto a Paesi come la Francia, la Germania, il Regno Unito o la Spagna, con il nostro Paese che registra un complessivo +21,05%, contro il +45,33% del Regno Unito, +32,99% della Francia o +53,33% della Spagna.

Ecco allora un grafico che confronta i tassi di crescita di vari Paesi (Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Olanda, Belgio, Spagna, Irlanda e USA) dal 1995 al 2008. Per ciascun Paese, è preso come riferimento il PIL del 1994 ed è mostrato l’effetto cumulativo delle variazioni annuali del PIL. Si nota come, purtroppo, l’Italia sia il Paese dove si riscontra la crescita minore.

Crescita cumulativa del PIL in vari Paesi dal 1995 al 2008 (per ciascuno, base di riferimento rispettivo PIL del 1995=
Crescita cumulativa del PIL in vari Paesi dal 1995 al 2008 (per ciascuno, base di riferimento rispettivo PIL del 1995)

Questa differenza di crescita diventa ancora più evidente se si inserisce nel confronto anche un Paese quale l’Irlanda, che ha visto una crescita significativa nel periodo:

Crescita cumulativa del PIL, vari Paesi, 1995-2008
Crescita cumulativa del PIL, vari Paesi, 1995-2008

I dati vengono dal CIA World Factbook (e dal relativi archivi pubblicato dall’Univesity of Missouri – S. Louis), ed è bene segnalare che vanno considerati indicativi, in quanto i dati di ciascun anno sono costituiti comunque dalle stime dell’anno precedente (non sono dati consuntivi, quindi): ma in ogni caso non inficiano quello che è il ragionamento generale, dato che i dati sono comunuque omogenei.

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Agenzie di rating: continuano le valutazioni dubbie?

Sul banco degli imputati della crisi finanziaria sono state più volte messe le agenzie di rating (le agenzie che si occupano di dare una “valutazione sintetica” dell’affidabilità di un asset (obbligazioni e titoli di varia natura): infatti valutazioni di affidabilità  superiore a quella effettiva,  a volte effettuate in conflitto di interessi, hanno spinto gli investitori a ritenere che titoli a rischio elevato (come sono quelli basati più o meno direttamente sugli ormai famigerati subprime) fossero in realtà affidabili (tanto che “polpette” di questi titoli sono finiti anche in portafogli monetari, che in teoria non investono in titoli a rischio — almeno a rischio di regolamento). E proprio per questi motivi, una riforma delle agenzie di rating è più volte stata evidenziata come uno delgi elementi necessari per uscire dalla crisi finanziaria.

Nonostante questo, sembrerebbe che le agenzie di rating stiano continuando ad operare “gonfiando” i rating: secondo quanto riporta il Wall Street Journal, Moody’s avrebbe a gennaio 2009 dato rating elevati a titoli “compositi” nonostante fosse perfettamente a conoscenza del fatto che era in programma un downgrade dei titoli sottostanti. La cosa però (fortunatamente) non è stata presa a cuor leggero dal Governo USA, e un ex-manager di Moody’s sarà in questi giorni ascoltato al Congresso.

Il problema va forse ricercato anche nel modello di business delle agenzie di rating e in “chi paga per i rating. Infatti, il fatto che siano i sottoscrittori del debito (che sono gli intermediari che poi lo ricollocano sul mercato) a pagare per i rating rende questi ultimi inevitabilmente esposti a conflitto di interessi (dato che hanno interese a rating elevati per collocare i titoli più facilmente e ad un prezzo più alto), mentre se il rating fosse pagato dagli acquirenti del debito il conflitto di interessi non si porrebbe (perché gli acquirenti — gli investitori — non hanno interesse a valutazioni alterate, ma anzi al massimo possono preferire stime più conservative).

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Il vero test per l’Euro sarà la ripresa economica (quando arriverà)

Abbiamo più volte sottolineato come l’Euro abbia, almeno in una certa misura, protetto le economie dei Paesi dell’unione monetaria dagli effetti della crisi economica: l’Italia probabilmente avrebbe sofferto molto di più con una moneta “autonoma”, e non è certo un caso che in molti Paesi la crisi abbia accentuato le tendenze pro-Euro (dall’Islanda alla Svezia, passando anche per il Regno Unito).

La vera sfida per l’Euro sarà però probabilmente la ripresa economica, che potrà dare la conferma definitiva della validità della moneta unica, oppure dare nuovo fiato ai critici. Il motivo è molto semplice:  se, come è verosimile, che la ripresa economica avrà tempi e forme diverse, nei diversi Paesi europei, non sarà facile realizzare un’unica politica monetaria che sia adatta alle esigenze di tutti. Ad esempio, se  in Spagna (come qualche analista si aspetta) si avrà una ripresa “lenta”, o addirittura ad “L” (che sarebbe giustificata dal fatto che molto della “ricchezza” precedente era gonfiato dalla bolla immobiliare), mentre ad esempio in Germania si avesse una ripresa più veloce e solida (a “V”, diciamo, tanto per capirci), potrebbe non essere banale combinare le esigenze di promuovere l’economia in Spagna con quello di supportare l’economia e controllare l’inflazione in Germania.

Si tratta un problema che non è forse immediato, ma dovrà essere preso in considerazione con sufficiente anticipo, in modo da disporre di una strategia solida al momento opportuno, ed evitare il rischio di soluzioni affrettate che potrebbero fare più male che bene.

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Banche inglesi ancora sotto stress: attese altre 130 miliardi di sterline di ulteriori perdite

Secondo gli analisti di Moody’s, il periodo difficile per le banche inglesi sarebbe tutt’altro che finito, con una stima di ulteriori perdite (principalmente, svalutazioni non ancora apportate a seguito della perdita di valore di molti asset nel corso della crisi finanziaria) per 130 miliardi di sterline (circa 166 miliardi di Euro / 215  miliardi di dollari) , tra il 2009 e 2010.  Si tratta di perdite complessivamente maggiori di quelle riscontrate a fine 2008, quando le perdite erano state 110 miliardi di sterline.

Una previsione che, se si concretizzerà, è probabilmente destinata a pesare fortemente sull’economia inglese, dato che parliamo di un valore complessivo pari a circa il 8 % del PIL (che nel 2008 era pari a 2.674 miliardi di dollari), anche se probabilmente sarà “spalmato” su più anni.  Si tratta però di una stima che per quanto negativa, non è contrastante con altre significative valutazioni, prime tra tutte le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, che ad aprile aveva stimato perdite tra i 40 e i 125 miliardi di sterline per le banche inglesi, tra il 2009 e il 2010.

Va detto che però la situazione appare essere diversa da banca a banca (come per certi versi è logico), e se da un lato ci sono banche che segnano perdite importanti (particolarmente esposte sarebbero Northern Rock, RBS e Lloyds TBS, con quest’ultima che ha segnato perdite per  4 miliardi di sterline e ha effettuato svalutazioni dei crediti per 8 miliardi di sterline nel primo trimestre 2009), dall’altro ci sono banche che segnano invece risultati positivi (quali Barclays segna +8% nei profitti, che arrivano a quasi 3 miliardi di sterline, ma anche HSBC, nonostante un calo di oltre il 57% dei profitti e 14 miliardi circa di svalutazioni, registra un utile di quasi 2 miliardi di sterline). Interessante notare la considerazione di alcuni analisti che ritengono che questo risultato sia da ricondurre al fatto che queste banche beneficiano di una diminuzione della concorrenza.

Per la cronaca, val la pena sottolineare che il mercato del credito in UK appare sotto tensione, con le banche inglesi che sembrano avere stretto molto i criteri per la concessione dei prestiti (e infatti sono in particolare i prestiti non garantiti a soffrire di più).

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Fineco: all’offerta si aggiungono i fondi Threadneedle

Fineco amplia ulteriormente la sua offerta di fondi online, grazie ad un accordo con Threadneedle, società d’investimento internazionale di Ameriprise Financial (precedentemente American Express Financial Corporation), specialista USA nella pianificazione finanziaria e nei servizi ai clienti (accumulazione di capitale, gestione del reddito e protezione assicurativa). Ai fondi disponibili nel “Fund Center” di Fineco si aggiungono quindi i 45 di Threadneedle, portando il totale di fondi disponibili ad oltre 3.500.

In particolare, i fondi più “significativi” proposti da Threadneedle, secondo quanto indica Fineco, sono questi:

  • Target Return Fund: un  fondo obbligazionario globale absolute return“, che ha quindi come obiettivo un rendimento complessivo positivo in qualunque condizione di mercato, con un approccio di maggior prudenza verso il rischio rispetto agli attuali prodotti a rendimento predefinito.
  • American Select Fund: è un fondo azionario americano, che investe prevalentemente in azioni di società USA, o che svolgono la gran parte della propria attività nel Nord America. Questa “concentrazione” consente tra l’altro al fondo di assumere posizioni rilevanti nelle società statunitensi preferite da Threadneedle. Il fondo dispone di uno storico di lunga durata, essendo stato costituito nel 1982.
  • Asia Fund: fondo azionario asiatico (escluso Giappone),  che investe appunto in titoli dei Paesi asiatici, che ha segnato risultati superiori al benchmark negli ultimi anni, ed è stato premiato da Morningstar in Belgio nel 2008 come miglior fondo azionario del settore Asia-Pacifico.

(visto che parliamo di fondi, chiudiamo con un piccolo disclaimer, o meglio promemoria, ma che è bene ripetere ogni tanto: l’investimento in fondi, come in ogni altri tipo di investimento esposto a rischio, deve essere ponderato e deve essere valutato in relazione ai propri obiettivi, vincoli, e necessità, per evitare sovra-esposizioni al rischio).

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Il PIL è uno strumento di misura inadeguato, ma cosa può sostituirlo?

Nelle ultime settimane, è tornato vivo il dibattito sull’inadeguatezza del PIL come strumento di misura dell’economia di un Paese. Premesso che chiaramente il PIL è un indicatore che ha dei limiti, potrebbe venire anche un po’ il sospetto che questa rinnovata attenzione sia frutto anche di una voglia di “risolvere” il problema dei dati negativi nel modo più semplice possibile, cambiando gli indicatori.

Ma a parte questi “sospetti”, a mio parere il problema di fondo non è forse tanto nell’indicatore in sé, ma nell’uso che se ne fa, dandogli un significato “assoluto” che spesso gli si dà: un indicatore, di qualunque tipo, è per natura una sintesi semplificata ed incompleta di uno scenario molto più complesso. In questo caso, stiamo parlando di descrivere con un numero l’economia di uno Stato: non è certo una sintesi da poco. Con qualunque cosa si voglia sostituire il PIL, non si può dunque trascurare che un indicatore soffre di inevitabili limiti.

L’altro aspetto è capire che cosa si vuole misurare, per trovare un indice adeguato: il PIL è una misura di un risultato economico, e deve essere quindi usato a tale scopo. Se si vuole misurare qualcosa di diverso, allora chiaramente serve un indicatore di altro tipo.Chiaramente, si può discutere su che cosa dovrebbe puntare un Paese come obiettivi di miglioramento, ma questa è una questione un po’ diversa dall’adeguatezza o meno di un indicatore in sé: è una scelta di obiettivi.

Ad esempio, esiste un indicatore che si chiama “Felicità Nazionale Lorda” (Gross National Happiness), che cerca di misurare la felicità degli abitanti di uno Stato, andando ad esaminare una serie di parametri quali la fiducia reciproca tra i cittadini, i livelli di corruzione, di occupazione (anche tra gli anziani), di educazione, la natalità. E’ chiaro che però questo non è un indice economico, e quindi non può essere utilizzato per sostituire un indice economico. Tanto più (e questo forse dovrebbe fare riflettere…) che molte analisi non sembrerebbero mostrare una correlazione significativa tra redditi elevati e maggiore felicità.

Tornando ad indicatori più strettamente economici, un indicatore che viene “candidato” è il Prodotto Interno Netto (in inglese Net Domestic Product – NDP), che al contrario del PIL tiene conto degli ammortamenti, e cioè del consumo del capitale (ad esempio macchinari industriali): il vantaggio è che in questo modo si inizia a tenere conto della sostenibilità dell’economia del Paese. Oppure ancora meglio il Prodotto Interno Netto “Verde” (Green Net National Product) che tiene conto del degrado dell’ambiente.

Alcuni economisti però contestano che questi indicatori hanno comunque un’altissima correlazione col PIL, il che significherebbe che misurare questi oppure il PIL non comporterebbe grosse differenze.

La chiave di lettura è allora probabilmente diversa: il problema forse è che è impossibile sintetizzare il benessere di un Paese con un unico indicatore, e serve forse essere pronti a fare ragionamenti di una complessità maggiore.

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Vendite al dettaglio in leggero aumento in USA. È un trend sostenibile?

In agosto, le vendite al dettaglio in USA sono aumentate del 2,7% rispetto al mese precedente. Un valore che è comunque negativo se  confrontato con agosto 2008 (-5,3%), ma che comunque genera speranze. Non solo negli USA, dato che, come abbiamo spiegato più volte  in passato, il consumatore americano “pesa” molto sulla domanda mondiale.

Nonostante i dati positivi, i consumatori americani rimangono comunque prudenti, per i timori legati all’occupazione, rinviando molti acquisti “non impellenti” (ed in questo senso ad esempio il settore dell’arredamento ad esempio tende a soffrire molto), o preferendo prodotti di fascia più bassa (ed infatti i commercianti che vendono prodotti di prezzo più contenuto sembrerebbero soffrire meno).

In agosto, l’aumento delle vendite è stato spinto dalle vendite di auto (aumentate del 10,6% rispetto a luglio, come conseguenza dell’introduzione di incentivi statali), ma anche depurate da questo dato le vendite al dettaglio rimangono positive (+1,1%). Va detto che alcuni elementi di queste vendite comprendono una componente stagionale, legate a quello che alcuni analisti definiscono “effetto ritorno a scuola”, dove alcuni acquisti sono effettuati in vista della ripresa delle scuole, o perché legati direttamente, o anche solo perché una volta iniziate le scuole si può aver più difficoltà a farli — ad esempio l’abbigliamento.

Questi due elementi (incentivi auto — ora terminati — ed “effetto ritorno a scuola”) sono quelli che spingono qualche esperto a  sollevare qualche dubbio sulla solidità di questa ripresa dei consumi, che peraltro non considerano giustificata da fattori strutturali (come potrebbe essere un aumento dell’occupazione).

Altri però sono più ottimisti, dato che si è assistito ad una ripresa dei consumi anche in settori dove non era attesa, come ad esempio nell’elettronica ed elettrodomestici, che han segnato un +1,1% , che interpretano come un aumento della fiducia dei consumatori.

La sfida, concordano quasi tutti gli analisti, sarà quella dei dati di settembre: se i consumi registreranno una tenuta, allora si potrà varamente parlare di ripresa della fiducia. Altrimenti, la “fiammata” di agosto andrà attribuita solo all’effetto di sostegni diretti ed indiretti ai consumi.

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Think about that pasta costs too much compared to the grain? Simple, buy the grain and let it alone …

Torniamo brevemente sul tema dei generi alimentari, che abbiamo già toccato da poco, per spendere due parole sulle polemiche sollevate da Coldiretti sull’incongruenza tra la diminuzione dei prezzi di materie prime (grano, ecc.) rispetto ai prezzi dei prodotti finiti (pane, pasta), che invece sono leggermente aumentati.

Nonostante a prima vista possa questa incoerenza possa sembrare evidente, il confronto non è così significativo così come può sembrare a prima vista. Infatti, il costo delle materie prime non è l’unico elemento che influenza il costo del prodotto finito (e talvolta, è un elemento quasi secondario): infatti non si può trascurare ad esempio il peso dei costi di personale, o energetici, o i costi fissi dovuti agli impianti, o anche i costi finanziari.  Ed è difficile pensare che i costi di personale si siano ridotti del 30%, come ha fatto il grano nell’ultimo anno.

In ogni caso, i consumatori devono prendersi le loro “responsabilità”, nel senso che nessuno è costretto a comprare il pane o la pasta. Chi vende pane o pasta vende in realtà un servizio, che è quello di fornire pane/pasta già fatta senza che l’acquirente debba mettersi a realizzare lui i prodotti. Se il costo del servizio è considerato eccessivo, non c’è niente di più semplice che prendere, e farsi pane e pasta da soli, se lo si ritiene conveniente (se invece si ritene comunque conveniente l’acquisto di prodotti pronti, allora non c’è motivo di lamentarsi…). Del resto, sembrerebbe che siano sempre più a scegliere effettivamente questa strada, a giudicare dalle vendite crescenti di “macchine per il pane”, che permettono di farsi in casa il pane solamente mettendo gli ingredienti nella macchina.

Ovviamente, questo non vuol dire che “tutto vada bene così com’è”, ma buttare tutti i dati  in un calderone senza tenerne presente il significato non aiuta a migliorare l’efficienza, nè a capire dove sono i problemi (peraltro, non è un caso che i sistemi contabili di controllo di gestione puntino proprio ad ottenere il maggiore dettaglio possibile, per ottimizzare l’efficienza).

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Generi alimentari: rischio di crollo dell’offerta e aumento dei prezzi nel medio termine?

Alcuni analisti stanno lanciando l’allarme su un rischio di un forte rincaro dei generi alimentari, e di soprattutto una insufficienza rispetto al fabbisogno, nei prossimi anni. Il rincaro dei generi alimentari non è certo una novità, ma la crisi economica sembra aver messo in secondo piano il problema (anche per l’effetto di riduzione dei prezzi che ha avuto sui generi alimentari, come sulle altre materie prime). In realtà, l’effetto finale della crisi economica può essere tutt’altro che favorevole.

Guardando con un ottica di qualche decennio, è importante tenere presente che tra il 1974 e il 2005 il prezzo reale (al netto dell’inflazione) dei generi alimentari è diminuito del 75%: in quest’ottica, un “rimbalzo” non è assolutamente improbabile, se si tiene conto dell’aumento della domanda (dovuta ai paesi emergenti, che oltre ad aumentare di popolazione, tendono a consumare più carne — senza contare gli effetti collaterali della domanda di biocarburanti), e del fatto che l’offerta non è altrettanto aumentata, o quantomeno non è in grado di aumentare, proporzionalmente, anche per il fatto che essendo la produzione agricola poco remunerativa, non è un settore che ha attratto investimenti, spingendo tra l’altro ad un impiego diverso dei terreni: secondo le stime della FAO, per i prossimi anni è atteso un aumento della produzione, ma appena sufficiente a compensare l’aumento della domanda.

E’ importante, nel valutare le dimensioni dei rincari degli ultimi anni, tenere ben presente un aspetto banale che però ad un’occhiata superficiale può sfuggire: una diminuzione del 75% vuol dire una riduzione ad un quarto del valore di riferimento, e una variazione che torna al valore iniziale non è +75%, ma +300% (infatti, fatto 100 il valore iniziale, diminuendo del 75% arrivo a 25, un aumento del 75% — dato che si riferisce a quest’ultimo valore — riporterebbe solo a 43,75).

Ma come detto, il rischio temuto è quello di una diminuzione dell’offerta. Il motivo è molto semplice, e cioè che i produttori agricoli possono vendere solo al momento del raccolto. Per l’operatività quotidiana, però, molto spesso (soprattutto all’estero) si affidano a prestiti delle banche (garantiti dal futuro raccolto), che in pratica “anticipano” questo incasso. Come è facile intuire, una contrazione del credito cui possono accedere può avere effetti molto diretti sulla produzione (come per il settore industriale, peraltro). Infatti, il ragionamento di chi teme la contrazione dell’offerta è che se le banche concedono prestiti più ridotti ai produttori agricoli, questi per contenere i costi (e “sopravvivere”) si trovino costretti a diminuire le coltivazioni, con la conseguente diminuzione della produzione di generi alimentari.

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Mercato immobiliare in Italia: prospettive per il prossimo futuro

Il settore immobiliare in Italia merita una certa attenzione, non solo dal punto di vista di chi è coinvolto direttamente perché deve comprare o vendere casa, ma anche perché può essere considerato un indicatore dello stato di salute dell’economia nel suo complesso. Del resto, non si può trascurare l’immobiliare genera un indotto estremamente ampio (e proprio per questo in pochi si sono lamentati quando la bolla immobiliare, in molti Paesi, andava gonfiandosi): dall’impiantistica ai servizi finanziari, dagli elettrodomestici all’arredamento.
Per questo, ci sembra il caso di dedicare una certa attenzione ai risultati del sondaggio congiunturale realizzato da Banca d’Italia e Tecnoborsa, che è andato a misurare lo stato del mercato, attraverso interviste ad un campione di agenzie di intermediazione immobiliare.

La valutazione dello stato del mercato nel secondo trimestre 2009 appare leggermente peggiorata rispetto al primo trimestre, con una diminuzione di chi valuta il mercato attuale “favorevole” e un aumento di quanti lo giudicano invece “sfavorevole”. Dati che sono comunque molto migliori di quelli relativi all’ultimo trimestre 2008, in cui era la stragrande maggioranza a dare giudizi negativi, ma che denotano comunque quantomeno una forte incertezza nel mercato.

Valutazione delle condizioni del mercato immobiliare nel trimestre in corso
Valutazione delle condizioni del mercato immobiliare nel trimestre in corso

Anche le attese a breve termine (per il trimestre successivo, in questo caso il periodo luglio-settembre 2009) sono meno ottimistiche, allo stesso modo: in peggioramento rispetto al primo trimestre, anche se comunque meno “nere” che a fine 2008.

Attese sull'evoluzione del mercato immobiliare nel trimestre successivo
Attese sull'evoluzione del mercato immobiliare nel trimestre successivo

Analogo discorso per le attese a medio termine (due anni): la maggioranza si attende un miglioramento delle condizioni del mercato nei prossimi due anni, ma aumentano quanti si attendono un peggioramento o una stabilità delle condizioni attuali.

Attese sull'evoluzione del mercato immobiliare nei 2 anni successivi
Attese sull'evoluzione del mercato immobiliare nei 2 anni successivi

Per quanto riguarda i prezzi, invece, la valutazione generale è quella di prezzi costanti o in diminuzione, ed appare quasi invariata rispetto al primo trimestre, con una leggera diminuzione di quanti si attendono un aumento dei prezzi (che scende dal 2,7% al 2,4%). Interessante notare che, al contrario, nell’ultimo trimestre del 2008 era ben il 15,8% degli intervistati che si attendeva invece che i prezzi aumentassero (forse un residuo dell’assunto “gli immobili aumentano sempre di valore”).

Attese sull'evoluzione dei prezzi degli immobili
Attese sull'evoluzione dei prezzi degli immobili

Anche le attese per il numero di incarichi di vendita diminuisce, con la percentuale di chi si aspetta un numero di incarichi inferiore che arriva al 24,3%, contro il 16,3% del primo trimestre, superiore anche al 19,8% del quarto trimestre 2008.

Numero atteso di nuovi incarichi di vendita nel trimestre successivo
Numero atteso di nuovi incarichi di vendita nel trimestre successivo

Nonostante questo, il tempo medio di vendita risulta essere sceso leggermente, a 6,4 mesi contro i 6,7 del primo trimestre 2009 e l’analogo valore del quarto trimestre 2008, un dato che potrebbe indicare che nonostante le percezioni negative il mercato immobiliare tende invece ad
un miglioramento, ma che potrebbe anche essere giustificato da una minore offerta nel mercato.

Interessante notare anche come sarebbe leggermente sceso il numero di abitazioni il cui acquisto è stato finanziato con mutuo: il 68,3%, contro il 70,4% del primo trimestre 2009 e il 69,1% dell’ultimo quarto del 2008: un dato che — in “ottica pessimistica” — potrebbe essere motivato da una diminuzione di quanti acquistano la propria prima casa, e che quindi nel totale delle compravendite “pesano” di più quanti invece cambiano casa (che probabilmente, vendendo l’abitazione che possiedono già, non necessitano di un mutuo).

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Il tramonto del “Lei” e l’evoluzione delle organizzazioni aziendali

Nei giorni scorsi c’era un curioso articolo sul Corriere della Sera, dedicato al “tramonto del ‘Lei'”, con la maggior parte delle persone che preferiscono dare del “tu” anziché utilizzare il più “rispettoso” “Lei”. Tanto che l’Azienda farmaceuti­ca municipalizzata dell’Aquila, ha inviato una circolare ai dipendenti per richiamarli all’uso del Lei nei confronti dei superiori.

Il passaggio dal “Lei” al “tu”, però, non è solo sintomo di cambiamenti nei rapporti sociali e nel modo della gente di approcciarsi agli altri: in ambito lavorativo è anche figlio di un’evoluzione (a volte vera, a volte solo “scimmiottata”) dei modelli di organizzazione aziendale.

Infatti, il “Lei” è associato ad una organizzazione con gerarchie ben definite, dove i ruoli sono ben chiari e ben delimitati. Ma questo è un modello organizzativa che, almeno nella sua forma più “pura”, sta lentamente diventando sorpassato. Le aziende hanno bisogno di essere più reattive, e per questo sempre più frequentemente si incontrano gruppi di lavoro “fluidi” e dinamici, ma soprattutto molto più interattivi (in quest’ottica le nuove tecnologie — Internet — va visto come uno strumento che agevola e velocizza l’interazione, e non solo come un qualcosa che fa nascere “cattive abitudini”). In un gruppo di lavoro interattivo e snello, il “Lei” è scomodo, non solo per un discorso di barriere psicologiche che sono tenute più o meno alte, ma da un punto di vista prettamente funzionale: il “Lei” inteso come seconda persona singolare si confonde con la terza persona femminile. Può apparire una considerazione sciocca, ma genera equivoci.

Inoltre, mi faceva notare un imprenditore qualche tempo fa, il “tu”, chiamandosi per nome e non per cognome, ha anche implicazioni interessanti dal punto di vista della valutazione delle persone. Infatti, identificare una persona per nome vuol dire implicitamente valutarla per quello che lui/lei è e fa. Per cognome, implica una valutazione non tanto sui meriti/demeriti personali, ma sulla sua storia e sulla sua provenienza.

Tutto questo senza mettere in dubbio l’importanza del rispetto reciproco tra le persone (che molte volte appare come un valore sempre più a rischio), ma se per rispetto si intende “dare del Lei”, allora siamo messi male…

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