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Il PIL italiano ha segnato ancora un segno negativo nel secondo trimestre, con dei risultati che fanno decisamente impressione se confrontati con l’anno precedente: 0,5% nel II semestre 2009 rispetto al I, che però è un -6% rispetto allo stesso periodo del 2008. E anche il primo semestre non ha fatto certo sorridere, con un -2.4% rispetto all’ultimo periodo del 20o8, da leggere come un -5,9% rispetto IV trimestre 2007.

Questi numeri chiariscono perché si sentono speso dati contrastanti tra chi dice che il PIL starebbe per tornare a crescere e chi invece sostiene che il 2009 si chiuderà con un segno negativo: dipende anche dal riferimento che si prende. Infatti, anche un segno positivo del PIL nel III e IV trimestre di quest’anno non sarà certamente sufficiente a recuperare quanto perso a livello annuale.

In ogni caso, quello che deve spingere a riflettere è come da diversi Paesi in cui si registrano già segnali positivi (come Giappone, Francia e Germania, che hanno segnato già una variazione trimestrale positiva del PIL), mentre in Italia i numeri rimangono negativi. Qual’è la ragione?

Un fattore è sicuramente il fatto che l’Italia è uno dei paesi in Europa la cui economia è più fortemente basata sulle esportazioni (avevamo evidenziato questo problema anche esaminando alcune economie regionali): questo comporta una maggiore sofferenza, dato che oltre che la “crisi interna”, si finisce con il subire anche la crisi dei paesi in cui si vendono i propri prodotti. Per la cronaca, vale la pena evidenziare come proprio la dipendenza del nostro Paese dalle esportazioni rende quantomeno ingenua la proposta di soluzioni anti-crisi di tipo protezionistico, che avrebbero come inevitabile conseguenza risposte reciproche nei confronti dei prodotti italiani.

Nell’ottica “Italia come paese esportatore” è però importante evidenziare che il fatto che paesi come Francia e Germania tornino a crescere è un fatto decisamente positivo: infatti questo dato non è solo un indicatore indiretto che “le cose stanno migliorando”, ma potenzialmente coinvolge direttamente l’Italia in quanto si parla di Paesi che sono importanti mercati per le esportazioni italiane — quindi stiamo parlando del fatto che i “nostri clienti” stanno meglio e noi abbiamo quindi speranze di aumentare le vendite.

Va però dato atto che non i dati economici negativi possono essere ricondotti al peso delle esportazioni per l’economia italiana. Il problema strutturale dell’economia italiana è piuttosto di tipo “psicologico”, e cioè l’ambizione a mantenere lo status-quo. E’ un tema di cui abbiamo più volte scritto. Uno degli elementi principali è come ad esempio, si punti a “mantenere” le aziende preesistenti piuttosto che a supportare la crescita di nuove, e questo per anche per un atteggiamento (che potremmo definire distorto) verso la tutela dell’occupazione: infatti tutelare l’occupazione vuol dire garantire un posto di lavoro, ma non necessariamente lo stesso posto di lavoro nella stessa azienda. Le aziende devono aprire, ma anche chiudere (o almeno, essere fortemente ristrutturate) quando hanno modelli di business non più attuali: altrimenti, manca del tutto l’incentivo verso il miglioramento e l’innovazione, dato che alla fin fine l’impresa sa che, anche se non innova, qualcuno inteverrà con i soldi della collettività per aiutarla, perché “bisogna tutelare l’occupazione”, in un esempio da manuale di moral hazard.

Questa attenzione allo “status-quo” si vede anche ad esempio di come è posto il problema della “fuga dei cervelli: infatti la fuga dei cervelli è solo metà del problema, quella che appunto riguarda il “mantenere le cose come stanno”. Un Paese, per essere realmente competitivo, non solo non può far “fuggire i cervelli”, ma deve essere in grado di attrarre cervelli, perché è quella la strada per l’eccellenza, per essere “davanti agli altri”. Altrimenti rischiamo di essere un Paese che gioca solo in difesa, strategia con cui alla fine difficilmente si vince.

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