Cos’è l’FTSE MIB? E che fine ha fatto l’S&P MIB?

Prima abbiamo accennato agli andamenti delle borse nelle ultime settimane, e qualcuno mi ha chiesto come mai ho indicato per la Borsa Italiana l’indice FTSE MIB, anziché il “solito” S&P MIB. Il motivo è molto semplice: l’S&P MIB non esiste più. Dal 1° giugno 2009,  l’indice S&P MIB è stato sostituito dal FTSE MIB, in seguito all’ingresso di qualche tempo fa di Borsa Italiana nel gruppo London Stock Exchange.

A parte il nuovo nome, però, l’FTSE MIB usa la stessa metodologia di calcolo dell’S&P MIB, con lo stesso paniere di 40 aziende (che mettono insieme circa l’80% della capitalizzazione delle aziende quotate in Italia), e gli stessi meccanismi di entrata/uscita dal paniere, quindi se desiderate comparare valori “vecchi” dell’S&P MIB con “nuovi” dell’FTSE MIB, la cosa non crea alcun problema poiché si tratta di indici perfettamente confrontabili.

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Ricapitolando: cosa è successo nei mercati finanziari nelle ultime settimane?

Visto che nelle ultime settimane abbiamo aggiornato poco il blog (anche se ne approfitto per anticiparvi che nei prossimi giorni vedrete qualche interessante novità), vale la pena ricapitolare quello che è successo nelle ultime settimane nei mercati finanziari.

Da metà luglio infatti sia assiste ad un vero e proprio “rally” delle borse, che hanno avuto un sostanziale aumento dei valori: si tratta di una tendenza in corso da qualche mese, che sembrava aver subito una frenata all’inizio dell’estate, ma tra luglio ed agosto ha trovato nuovo slancio. Ricordiamo che la borsa “anticipa” l’economia reale, per cui non vi sono assolutamente contraddizioni con quanto molti sostengono, e cioè che le prossime settimane saranno ancora “dure” per l’economia “reale”.

L’andamento molto evidente se si guarda ad esempio al grafico dell’indice Dow Jones Industrial Average (DJIA) degli ultimi due mesi.

Indice Dow Jones Industrial Average, Luglio-Agosto 2009
Indice Dow Jones Industrial Average, Luglio-Agosto 2009

La tendenza generale si coglie meglio in un grafico che abbraccia un periodo di tempo più lungo: dal grafico del DJIA degli ultimi due anni si nota come la “china” sia stata parzialmente risalita. Soprattutto, è interpretato come  un segnale positivo che dopo la correzione di inizio luglio, il trend positivo sia ripreso raggiungendo livelli superiori (superando alcune possibili resistenze).

Indice Dow Jones Industrial Average (agosto 2008- agosto 2009)
Indice Dow Jones Industrial Average (agosto 2008- agosto 2009)

Le borse dunque segnano, da inizio anno fino ad oggi risultati decisamente positivi, come si nota dai principali indici:

Indice Performance da 1/1/2009 a 28/8/2009
DJIA (US) +8,80%
S&P 500 (US) +13.95%
Euronext (UE) +15,54%
FTSE 100 (UK) +10,71%
DAX (DE) +13,60
CAC 40 (FR) +13,96%
FTSE MIB (IT) +16,40%

Diversi analisti sono ottimisti, e suggeriscono che sono probabili ulteriori rialzi, sulla base delle previsioni di profitti per le aziende quotate, previsioni da cui giungono segnali positivi (anche sulla base di alcuni segnali positivi dall’economia più in generale), e sulla considerazione che i veri e proprio crolli delle quotazioni cui abbiamo assistito tra fine 2008 e 2009 erano basati sul timore dell’avvicinarsi dell'”apocalisse finanziaria”, scenario che sembrerebbe essere molto più improbabile.

C’è poi un aspetto puramente matematico da non dimenticare: se ho un’azione che vale 100 e perde il 50% di valore, se poi guadagna il 50%, non ho fatto pari: sono sceso da 100 a 50 e poi sono risalito da 50 a 75 (cioè 50+25, che è il 50% di 50). Una considerazione banale, che però è utile tenere ben presente, perché evidenzia come i rialzi a doppia cifra delle borse negli ultimi mesi recuperi solo parzialmente le discese precedenti. Il che vuol dire anche il fatto che adesso le cose sembra stiano andando bene non vuol dire che “non è successo niente”, e continua ad esserci la necessità di “cogliere l’opportunità della crisi” per riformare e migliorare il funzionamento dei mercati finanziari.  Non tutti però sono ottimisti: c’è chi sostiene che il trend di risalita è stato troppo “ripido”, e se da un lato è stato compensata una situazione di ipervenduto, si è anche superato il valore “corretto” e settembre potrebbe essere un’occasione di correzioni al negativo, soprattutto se arrivassero dati non incoraggianti dall’economia (come molti ritengono probabile).

In linea di massima, però, molti non si aspettono una crescita “illimitata”, ma piuttosto un movimento “laterale”, soprattutto a medio termine (6-12 mesi): nessur ritorno ai minimi di marzo 2009 e tantomeno sotto essi, ma neppure grosse risalite. Una situazione tutto sommato positiva dato che gli investitori più abili potrebbero riuscire a sfruttare possitivamente questo scenario. Questo anche a causa degli interventi dei governi: un intervento così massiccio dei governi della finanza è forse senza precedenti, e c’è chi ritiene sia difficile fare previsioni affidabili su quel che saranno gli effetti a medio-lungo termine di questi interventi (soprattutto per le problematiche di moral hazard che spesso implicano), e soprattutto cosa succederà quando questo sostegno delle casse pubbliche verrà a ridursi.

In ogni caso, sembra che la crisi stia portando una piccola rivoluzione copernicana nel modo di molti investitori di approcciarsi ai mercati, passando da quello che qualcuno definisce approccio “top-down” ad un approccio “bottom-up“. Cosa vuol dire? Vuol dire che piuttosto che guardare agli andamenti generali dell’economia, si preferisce un’analisi più approfondita della singola azienda su cui investire, facendo quello che si definisce stock picking. Questo sulla base della considerazione che non tutte le aziende di un settore sono uguali (convinzione che in molti casi è una delle cause del formarsi di bolle speculative, tra l’altro), e che soprattutto sul fatto che quello che in fondo quello che conta è se un’azienda (e le sue azioni) ha prospettive di crescita, molto più che continuare ad interrogarsi su a che punto della crisi siamo. Questo “non voler più parlare di crisi” è un approccio mentale da sottolineare, che per certi versi indica che la ripresa realmente si sta avvicinando. Perché una ripresa non è quando tutto torna come prima, è quando si ricomincia a guardare avanti.

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Il confusiopolio delle compagnie telefoniche

In questi giorni, che in molti stanno ancora passando sotto l’ombrellone, è in corso un dibattito sul costo degli sms. “Mr. Prezzi” ha annunciato l’avvio di un indagine per verificare il costo degli sms, che in Italia sarebbero troppo alti. Le compagnie telefoniche, al contrario, sostengono che i prezzi sono del tutto ragionevoli, perché i prezzi che il Garante ha preso come riferimento sono i prezzi massimi, che è vero sarebbero alti ma non sarebbero neppure applicati a quasi nessuno: Mr. Prezzi non dovrebbe entrare nel merito di come strutturate le offerte commerciali, perché queste devono essere gestite liberamente dalle aziende (“altrimenti, va vietato anche il 3×2 al supermercato”).

Non pretendiamo certo di dirimere la questione, ma il tema spinge a qualche riflessione:

  • Personalmente mi trovo d’accordo con chi sostiene che se si è convinti che gli sms costano troppo, la soluzione migliore è inviarne di meno (o magari non inviarne affatto), cosa che in molti casi favorirebbe anche la buona educazione, dato che a volte il “vizio” di spedire sms raggiunge livelli addirittura fastidiosi. Invece la telefonia in Italia sembra essere diventato un genere di prima necessità, cosa che sarebbe confermata anche dai dati che indicano come nonostante la crisi le spese per la telefonia aumenti mentre si stringa la cinghia altrove: un fenomeno in corso da lungo tempo di cui avevamo già parlato a gennaio 2008.
  • Corollario della considerazione precedente, è che se si ha un piano tariffario che non si considera conveniente, bisogna cambiare piano o operatore: i c0nsumatori non possono limitarsi a subire le scelte di chi vende, limitandosi spesso a lagnarsi — un sistema basato sul mercato funziona solo se i consumatori attivamente selezionano le offerte migliori, in modo che i produttori siano incentivati a proporre soluzioni favorevoli per gli acquirenti, anziché per i produttori stessi, dato che in quest’ultimo caso non venderebbero nulla.
  • Le considerazioni che si sentono da parte di chi vorrebbe “fare i conti in tasca” agli operatori telefonici sono di una superficialità disarmante. Lungi da me dire che il business della telefonia non è (molto) redditizio, ma dire ad esempio che “agli operatori gli sms non costa nulla, perché usano le loro reti” è oggettivamente una stupidaggine: al limite, si può dire che gli sms comportano per gli operatori dei costi variabili prossimi allo zero, ma è innegabile la presenza di elevati costi fissi per le infrastrutture. Questo “trascurare” i costi fissi è un vizio di molti ma dimostra una scarsa comprensione del funzionamento dei sistemi economici (e non solo). Che importanza ha capire questi aspetti? Semplice, per fare richiestesensate , e capire dove veramente si può ottenere qualcosa — dove è anche più facile ottenere concretamente dei risultati.
  • È però altrettanto indubbio il fatto che la telefonia è il settore in cui per primo si è parlato di confusopolio, cioè di un contesto in cui il successo sul mercato è ottenuto grazie all'”oscuramento”  delle condizioni effettivamente praticate. Sarebbe piuttosto questo il fattore su cui intervenire: massima libertà ai gestori di strutturare le offerte come ritengono più opportuno, ma anche massimo obbligo di comunicare in modo chiaro ai clienti e potenziali tali quali sono le condizioni applicate.

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Il Jackpot del SuperEnalotto è troppo alto? Troppo basso, vorrete dire (ovvero, qualche considerazione sulla percezione delle probabilità)

Un aspetto interessante del SuperEnalotto è che dimostra in modo evidente le distorsione della percezione delle probabilità da parte della gente.

Da questo punto di vista, mentre qualcuno inizia a sollevare critiche perché il montepremi sta diventando “troppo alto” (ma a voler pensare male, viene da sospettare una ricerca di visibilità), in realtà val la pena evidenziare che il montepremi del sei, pur avendo superato i 140 milioni di Euro, è ancora talmente basso che il gioco è clamorosamente non equo.

Gioco equo” non è una valutazione soggettiva, ma una definizione statistica, in cui la vincita è il reciproco delle possibilità di vittoria. Nel classico esempio della monetina, dove la probabilità di vincere a testa o croce è una su due, il gioco è equo se la vincita “paga” il doppio della puntata (cioè, vinco 2 euro puntandone 1).

Bene, quale dovrebbe essere il montepremi del 6 al SuperEnalotto, perché il gioco possa definirsi equo? Facciamo un po’ di conti. La probabilità di fare 6 al SuperEnalotto è la seguente:

6?90 × 5?89 × 4?88 × 3?87 × 2?85 × 1?84 = 1?622.614.630

Questo vuol dire in un gioco equo la vincita per il sei dovrebbe essere 622.614.630 volte la posta. Siccome la giocata è fissa, 0,50 centesimi, perché il SuperEnalotto fosse un gioco equo la vincita del sei dovrebbe essere pari a 311.307.315 Euro, più del doppio del montepremi attuale.

Da questa considerazione, discende il fatto che è clamorosamente sconveniente giocare al SuperEnalotto. Eppure la gente gioca lo stesso. Perché? Si tratta di un fenomeno interessante che può essere ricondotto a due motivazioni (che non si riflettono solo nei giochi a premi, ma anche in economia, ad esempio):

  • La gente tende ad avere una percezione distorta delle probabilità molto basse, tendendo tipicamente a sopravvalutarle. La curva della percezione delle probabilità è infatti una curva ad “S”, con le probabilità più basse sopravvalutate in maniera crescente e le più alte invece sottovalutate. La differenze tra possibilità di una su un milione o una su un miliardo non è percepita in modo netto, ed è in realtà considerata simile alla probabilità di uno su mille.
  • La gente tende tipicamente ad essere ottimista, sopravvalutando maggiormente le probabilità di esiti favorevoli per sé stessi, o quanto meno ad essere egocentrica, sopravvalutando in generale gli eventi che la coinvolgono (tra un evento che non mi cambia niente e uno che mi coinvolge, tendo a sopravvalutare il secondo).

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Il PIL italiano continua a contrarsi (e non è finita?): il problema è che si punta solo a mantenere lo status-quo?

Il PIL italiano ha segnato ancora un segno negativo nel secondo trimestre, con dei risultati che fanno decisamente impressione se confrontati con l’anno precedente: 0,5% nel II semestre 2009 rispetto al I, che però è un -6% rispetto allo stesso periodo del 2008. E anche il primo semestre non ha fatto certo sorridere, con un -2.4% rispetto all’ultimo periodo del 20o8, da leggere come un -5,9% rispetto IV trimestre 2007.

Questi numeri chiariscono perché si sentono speso dati contrastanti tra chi dice che il PIL starebbe per tornare a crescere e chi invece sostiene che il 2009 si chiuderà con un segno negativo: dipende anche dal riferimento che si prende. Infatti, anche un segno positivo del PIL nel III e IV trimestre di quest’anno non sarà certamente sufficiente a recuperare quanto perso a livello annuale.

In ogni caso, quello che deve spingere a riflettere è come da diversi Paesi in cui si registrano già segnali positivi (come Giappone, Francia e Germania, che hanno segnato già una variazione trimestrale positiva del PIL), mentre in Italia i numeri rimangono negativi. Qual’è la ragione?

Un fattore è sicuramente il fatto che l’Italia è uno dei paesi in Europa la cui economia è più fortemente basata sulle esportazioni (avevamo evidenziato questo problema anche esaminando alcune economie regionali): questo comporta una maggiore sofferenza, dato che oltre che la “crisi interna”, si finisce con il subire anche la crisi dei paesi in cui si vendono i propri prodotti. Per la cronaca, vale la pena evidenziare come proprio la dipendenza del nostro Paese dalle esportazioni rende quantomeno ingenua la proposta di soluzioni anti-crisi di tipo protezionistico, che avrebbero come inevitabile conseguenza risposte reciproche nei confronti dei prodotti italiani.

Nell’ottica “Italia come paese esportatore” è però importante evidenziare che il fatto che paesi come Francia e Germania tornino a crescere è un fatto decisamente positivo: infatti questo dato non è solo un indicatore indiretto che “le cose stanno migliorando”, ma potenzialmente coinvolge direttamente l’Italia in quanto si parla di Paesi che sono importanti mercati per le esportazioni italiane — quindi stiamo parlando del fatto che i “nostri clienti” stanno meglio e noi abbiamo quindi speranze di aumentare le vendite.

Va però dato atto che non i dati economici negativi possono essere ricondotti al peso delle esportazioni per l’economia italiana. Il problema strutturale dell’economia italiana è piuttosto di tipo “psicologico”, e cioè l’ambizione a mantenere lo status-quo. E’ un tema di cui abbiamo più volte scritto. Uno degli elementi principali è come ad esempio, si punti a “mantenere” le aziende preesistenti piuttosto che a supportare la crescita di nuove, e questo per anche per un atteggiamento (che potremmo definire distorto) verso la tutela dell’occupazione: infatti tutelare l’occupazione vuol dire garantire un posto di lavoro, ma non necessariamente lo stesso posto di lavoro nella stessa azienda. Le aziende devono aprire, ma anche chiudere (o almeno, essere fortemente ristrutturate) quando hanno modelli di business non più attuali: altrimenti, manca del tutto l’incentivo verso il miglioramento e l’innovazione, dato che alla fin fine l’impresa sa che, anche se non innova, qualcuno inteverrà con i soldi della collettività per aiutarla, perché “bisogna tutelare l’occupazione”, in un esempio da manuale di moral hazard.

Questa attenzione allo “status-quo” si vede anche ad esempio di come è posto il problema della “fuga dei cervelli: infatti la fuga dei cervelli è solo metà del problema, quella che appunto riguarda il “mantenere le cose come stanno”. Un Paese, per essere realmente competitivo, non solo non può far “fuggire i cervelli”, ma deve essere in grado di attrarre cervelli, perché è quella la strada per l’eccellenza, per essere “davanti agli altri”. Altrimenti rischiamo di essere un Paese che gioca solo in difesa, strategia con cui alla fine difficilmente si vince.

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Boom di raccolta per Etica SGR

Etica SGR, la Società di Gestione del Risparmio specializzatain fondi “etici” ha visto aumentare la raccolta di oltre il 20% nel I semestre 2009, secondo i dati che emergono dalla presentazione dei risultati del I semestre 2009. Si tratta di dati che sono abbastanza in controtendenza con il mercato dei fondi in generale, ma per la verità anche con il settore “etico”, dove gli altri fondi sono cresciuti solo dell’1,5%, anche se va detto che Etica SGR è sicuramente il principale operatore in questa “nicchia”: infatti il solo Fondi Valori Responsabili costituisce il 23% circa del mercato italiano dei fondi etici.

Si tratta in ogni caso di un risultato interessante perché conferma quelli già positivi ottenuti nel (più difficile) secondo semestre 2008, quello di Etica SGR, e assume così significati più generali: da un lato conferma l’interesse del mercato verso i fondi etici (anche se il dubbio è che non sempre questo interesse nasca da una comprensione di “cosa sono” questi fondi), dall’altro conferma che l'”etica” di per sé non è in antitesi con la finanza e il business.

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Rendimax Vincolato: i nuovi rendimenti

Avevamo anticipato qualche settimana fa del “taglio” apportato da Banca IFIS al rendimento del conto di deposito Rendimax, che scende dal 2,97% al 2,48% lordo (i tassi effettivi, tenendo conto della capitalizzazione sono 3,0o% e 2,50%): taglio che si applica già da inizio agosto per i nuovi clienti, mentre diventerà effettivo solo da settembre per chi ha già un conto attivo.

Non avevamo però parlato di Rendimax Vincolato, la versione di Rendimax che prevede di “bloccare” il capitale,  per un periodo da 30 a 365 giorni. I nuovi tassi di Rendimax Vincolato sono dunque questi:

  • scadenza 30 giorni: 2,60% lordo (1,898% netto);
  • scadenza 60 giorni: 2,70% lordo (1,971% netto);
  • scadenza 90 giorni: 2,80% lordo (2,044% netto);
  • scadenza 180 giorni: 3,00% lordo (2,190%  netto);
  • scadenza 270 giorni: 3,10% lordo (2,263% netto);
  • scadenza 365 giorni: 3,25% lordo (2,372% netto);

Chiaramente, questi tassi si applicano solo ai nuovi vincoli: chi ha vincolato il proprio capitale in precedenza continua a godere del tasso di interesse che ha sottoscritto.

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IWBank: risultati del primo semestre 2009

Anche IWBank  (come Banca IFIS di cui avevamo parlato un po’ di giorni fa) segna risultati nel complesso positivi, anche se in contrazione rispetto all’anno precedente: probabilmente inevitabilmente, dato lo scenario economico.

Infatti, IWBank chiude il primo semestre 2009 in utile per 5,5 milioni di Euro. Attivo, dunque, anche se oltre il 20% inferiore allo stesso periodo del 2008 (dove il primo semestre si era chiuso con un utile di 7 milioni di Euro), ma in deciso aumento (+35,5%) rispetto al secondo semestre 2008, che ha forse costituito il momento più difficile della crisi finanziaria per le banche.

Il margine di interesse (che, ricordiamo, è dato da ricavi da raccolta e ricavi da impieghi) ha raggiunto i 19,2 milioni di Euro, in decisa crescita (+18,8%) grazie sia a favorevoli politiche di impiego ma anche ad un buon andamento della raccolta, che ha forse anche beneficiato della “fuga” dalle azioni di molti risparmiatori e piccoli investitori.

A pesare sulla diminuzione dell’utile l’aumento dei costi operativi, dovuto in primo luogo alla crescita del numero dei dipendenti. Una curiosità: una voce rilevante è il costo di ammortamento dei token distribuiti gratuitamente nel 2008, quando sono stati resi obbligatori per l’accesso al conto.

Un ulteriore elemento interessante che emerge dai risultati del primo semestre 2009 è la contrazione della raccolta indiretta in titoli, che sarebbe riconducibile al passaggio, da parte dei clienti, dalle versioni di IWPower “vincolato” alla versione “a vista” (che rientra nella raccolta diretta): un passaggio probabilmente motivabile da un lato con la scelta di molti di avere maggiori risorse immediatamente disponibili in un momento economicamente non facile, dall’altro con il fatto che la riduzione dei tassi, il rendimento ottenibile vincolando il proprio capitale non è forse più sufficientemente interessante per giustificare il vincolo.

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L’accordo sul credito a favore delle PMI: un approfondimento

Il 3 agosto scorso ABI e le associazioni dell’Osservatorio banche-imprese hanno firmato un’accordo per la sospensione del pagamento della quota capitale delle rate di mutuo dovute dalle Pmi verso banche. Si tratta di un accordo che agevola le Piccole e Medie Imprese e può fornire un valido supporto, ma a scanso di equivoci va detto che non è “un regalo”. Infatti l’accordo prevede la sopensione per 12 mesi del pagamento della quota capitale delle rate di mutuo, ma chiaramente questo si traduce in una dilatazione della durata del mutuo, e non in uno “sconto”. Infatti, i destinatari dell’accordo sono le aziende in difficoltà puramente temporanea, tant’è vero che solo le aziende cosiddette “in bonis“, cioè quelle che non hanno saltato o ritardato pagamenti, possono presentare la richiesta di sospensione. Si tratta di una limitazione in realtà ragionevole se si considera l’aspetto, spesso citato ma raramente applicato, che è molto più efficace a livello globale supportare le imprese sane, aiutandole a crescere, piuttosto che prolungare l’agonia di quelle in difficoltà strutturale, che magari hanno modelli di business non sostenibili. Oltre alla sospensione della quota capitalde del mutuo, l’accordo prevede anche la  possibilità di sospendere fino a 12 mesi la quota capitale “implicita” nei canoni delle operazioni di leasing, ma anche di allungare a 270 giorni le scadenze del credito a breve termine, per sostenere le esigenze di cassa, anche qui però con riferimento alle operazioni di anticipazione su crediti certi e esigibili. Per ultimo è stata introdotta la possibilità di accedere ad appositi finanziamenti per chi realizza processi di rafforzamento patrimoniale. Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Rinnovata la sezione “Cerca Banche” di Banknoise.com

Una piccola novità di mezza estate: abbiamo rinnovato la sezione “Cerca Banche” del blog, ristrutturando completamente le informazioni presenti.La tabella con l’elenco completo delle banche operanti in Italia è stata aggiornata e “potenziata”, introducendo la possibilità di ordinarla e/o filtrarla a piacimento (è comunque anchge disponibile un form per la ricerca di banche/gruppi) .A questa ora si aggiunge la possibilità di vedere in dettaglio l’anagrafica delle singole banche, con aggiunte informazioni quali il tipo di attività, o il numero totale di sportelli. Il dettaglio della banca integra anche un tool di Google News, che riporta eventuali notizie inerenti la banca che viene visualizzata (si tratta di un tool in fase di sviluppo: noterete che al momento quando non vengono trovate notizie, anziché non mostrare nulla vengono mostrate delle news generiche). E’ poi possibile entrare nel dettaglio degli sportelli, con informazioni utili quali indirizzo e mappa della localizzazione, ma anche informazioni come il tipo di operatività o la data di apertura.

L’elenco delle banche è stato affiancato dall’elenco dei gruppi bancari, dove per ciascuno si può vedere il dettaglio delle banche e delle società partecipate.

Chiudono le novità nella sezione il modulo per la ricerca di uno sportello/filiale di una banca a partie da ABI/CAB o IBAN, così come la ricerca di uno sportello bancario per area geografica.

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Il no della BCE alla tassazione dell’oro? Perché non è una tassazione, ma un prelievo

Abbiamo già scritto un paio di settimane fa del tentativo di “tassazione” dell’oro della Banca d’Italia da parte del Governo. Val la pena ricordare il motivo del “no” della Banca Centrale Europea — che era già stato ampiamente anticipato — dato che l’argomento sta tornando di attualità.

La questione infatti è molto semplice, infatti la “tassa” è basata sull’aumento del valore dell’oro detenuto, con  la “scusa” che ciò comporta un guadagno da parte di chi lo detiene. È abbastanza intuitivo che però questo guadagno si concretizza realmente solo se l’oro viene venduto, cosa che non è detto rientri nelle politiche di una banca centrale.

Tenuto presente ciò, diventa evidente che  quella proposta non è quindi in realtà una “tassa”, ma un prelievo arbitrario di risorse dalla Banca d’Italia, che è vietato dal Trattato UE, in quanto si tratta di una prassi che destabilizza l’economia, perché alla fine comporta enormi rischi dal punto di vista dell’inflazione.

Per questo motivo, lascia un po’ perplessi la stessa scelta del Governo di portare avanti la proposta nei termini in cui è stata espressa: anche considerando che le classi politiche tendono (purtroppo) a ragionare sempre più visione di breve periodo (e quindi a non curarsi degli effetti collaterali delle proprie scelte), appare piuttosto ingenua l’idea che un provvedimento come questo sarebbe stato accettato senza fiatare.

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http://www.banknoise.com/2009/07/il-governo-tenta-la-tassazione-delle-riserve-auree-della-banca-ditalia-ma-la-bce-frena.html

Intesa Sanpaolo cede Findomestic a BNP Paribas

Intesa Sanpaolo e BNP Paribas hanno raggiunto un accordo su Findomestic, la società specializzata in credito al consumo e prestiti, attualmente partecipata al 50% da ciascuno dai due gruppi.

Findomestic passerà sotto il controllo di BNP Paribas Personal Finance, del gruppo BNP Paribas, che mira a rendere Findomestic parte del proprio modello di business integrato in Europa. La direzione operativa di Findomestic rimarrà in ogni caso a Firenze.

Non si tratta comunque di una “rivoluzione totale“: Findomestic infatti è stata costituita 25 anni fa da Cetelem, del gruppo BNP Paribas, che ora, a seguito degli ultimi riassetti finanziari è diventata BNP Personal Finance,
costituzione avvenuta in partnership con la Cassa di Risparmio di Firenze, ora controllata del Gruppo Intesa Sanpaolo.

L’accordo prevede che il Gruppo Intesa Sanpaolo ceda la sua quota del 50% in due tempi:

  • una prima quota del 25% oggetto di acquisto da parte del Gruppo BNP Paribas entro il 2009;
  • la restante quota del 25% tra il 2011 e il 2013, secondo una delle seguenti modalità che potranno essere scelte dal Gruppo BNP Paribas: acquisto da parte della stesso Gruppo BNP Paribas, IPO o vendita a terzi, con un “meccanismo d’uscita” pensato per garantire al Gruppo Intesa Sanpaolo la sostanziale certezza del buon fine  di tali modalità.

L’operazione (che è però subordinata all’approvazione delle competenti autorità), secondo quanto comunica a BNP Paribas, punta a rivitalizzare lo sviluppo di Findomestic attuando una nuova strategia gestionale e industriale in un contesto in rapido cambiamento come il mercato italiano del credito al consumo.

Intesa Sanpaolo ha deciso di cedere la propria quota in Findomestic nel quadro in quanto non si tratterebbe di un’attività strategica per il gruppo, preferendo quindi raccogliere risorse in un periodo che rimane comunque complesso. In quest’ottica, l’impatto positivo per il Gruppo Intesa Sanpaolo derivante dalla cessione della prima quota del 25%, sull’utile netto consolidato è atteso di circa 260 milioni di euro (con un impatto sul Core Tier 1 ratio di circa 13 punti base). Per la cessione della seconda quota, l’ulteriore futuro effetto previsto per l’utile netto consolidato è compreso tra circa 130 e 390 milioni di euro(e tra circa 7 e 14 punti base per il Core Tier 1 ratio).

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Di nuovo sul passante di Mestre

L’altro giorno abbiamo scritto del passante di Mestre come metafora dell’Italia. E, a giudicare da alcune mail arrivate e da alcune cose lette in giro, il paragone sembra sempre più calzante.

Noi scrivevamo riferendoci soprattutto allo stupore di chi si stupiva che con il nuovo passante ci fossero comunque code: fatto inevitabile dato che rimangono “imbuti” in tratti successivi.

Questo non vuol dire però che un’opera come il passante di Mestre sia “sbagliatata”, per quanto ovviamente non sia probabilmente perfetta: la questione è che da sola non può certamente risolvere tutti i problemi del traffico del Nord-Est dell’Italia, e chi pensava il contrario era, oggettivamente, un illuso.

Sembra però di riscontrare da parte di molti il solito atteggiamento qualunquista che spesso salta fuori in Italia: “era meglio prima, che spesso nasce dallo sforzo di trovare difetti in tutto ciò che è “diverso dal solito“, che in realtà è spesso solo un atteggiamento mentale che mira — più o meno consciamente — a combattere ogni cambiamento e ogni innovazione.

Ora, se il “passante di Mestre” non ha risolto ogni problema, è del tutto falso che l’abbia peggiorata. Basta una ricerca con Google per vedere come code esattamente analoghe a quelle di sabato scorso vi fossero,  quando il passante non c’era, anzi, erano la normalità in ogni weekend estivo. Tutto questo, ammesso e non concesso che il passante sia un’opera destinata ai vacanzieri: lo scopo del passante dovrebbe essere quello di migliorare il traffico in condizioni “normali”, cosa che per quanto ne possa sapere fa abbastanza bene.

Insomma, tornando all’atteggiamento mentale, cerchiamo di spiegarci con una analogia: è come se una persona, dopo aver fatto un piccolo passo avanti, si accorgesse di essersi spostata di poco, magari meno di quel che sperava. Ma la soluzione non può essere quella di pensare “tanto valeva che non mi muovevo”, ma piuttosto di fare un altro passo, e poi un altro ancora. Altrimenti non ci si può lamentare se si rimane fermi, e gli altri ci sorpassano

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Rendimax taglia ancora il tasso: dal 1 settembre 2,50%

Banca IFIS ha annunciato che dal 1° settembre il tasso applicato a Rendimax subirà una riduzione, passando dal 2,97% al 2,48% lordo (2,50% effettivo, considerando gli effetti della capitalizzazione trimestrale — 1,825% netto), come conseguenza dei tagli dei tassi di riferimento cui abbiamo assistito negli ultimi mesi.

Si tratta forse di una scelta, da parte di Banca IFIS, che potrebbe essere una conseguenza anche del fatto che Rendimax finora avrebbe avuto più successo delle aspettative (come è stato spiegato nell’annuncio dei risultati economici del I semestre 2009, complessivamente positivi), così come dei costi che inevitabilmente l’offrire tassi alti comporta.

Si tratta in ogni caso di un “taglio” che porta quindi il rendimento di Rendimax nella “media alta” dei conti di deposito, e non più “sopra la media”: ricordiamo infatti che non stiamo parlando di una promozione, ma del tasso effettivo applicato sul deposito. Da questo punto di vista, il 2,50% effettivo offerto da Rendimax rimane certamente apprezzabile, se lo si confronta ad esempio con il 1,50% di Conto Arancio al di fuori delle promozioni, o con l’1,00% offerto da IWPower di IWBank.

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