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Probabilmente avrete letto in questi giorni delle polemiche sulla valutazione delle Università, valutazione che avrà un impatto anche sui finanziamenti che riceveranno nel prossimo futuro. Va fatta una doverosa premessa: valutare le Università è più che giusto (abbiamo scritto più volte come la spesa pubblica vada gestita in modo più efficace, prima che in modo più efficiente), e la classifica che è stata stilata non è poi tanto sorprendente, soprattutto se si mettono da parte i campanilismi. Ciononostante, vanno evidenziati alcuni limiti della valutazione fatta — e in generale dell’atteggiamento generale verso il problema.

La prima questione, che in molti forse non si sono neppure posti (soprattutto alcuni che hanno criticato la “classifica”), è una domanda di fondo: cosa devono fare le Università, qual’è il loro “lavoro”? Per fare una valutazione, è necessario avere chiaro gli obiettivi che si vogliono conseguire. Gli obiettivi che una Università può avere sono molteplici. Tra questi:

  • formare delle persone con competenze generali (se volete, “teoriche”) pronte, con un piccolo sforzo, per applicare queste competenze in contesti “reali”;
  • formare delle persone con competenze immediatamente applicabili nel mondo del lavoro (a costo di essere meno generalizzabili);
  • fare ricerca “di base”;
  • fare ricerca industriale pre-competitiva;
  • fare ricerca industriale su contratto per le aziende.

Chiaramente, questi sono tutti compiti dell’Università, ma è importante decidere quelli che si vuole siano prioritari. E va deciso se e fino a che punto tutte le Università (che hanno facoltà diverse, o almeno con “peso” diverso) debbano avere gli stessi obiettivi: ad esempio, parlare di ricerca industriale è “semplice” se parliamo di ingegneria, decisamente meno se parliamo di una facoltà di filosofia.

Personalmente, il ruolo della ricerca non è da sottovalutare: questo non solo per gli effetti (scontati) sull’innovazione, ma anche perché per uno studente essere a contatto, anche marginalmente, con realtà di ricerca consente una crescita culturale molto maggiore. In quest’ottica, la frammentazione delle Università cui abbiamo assistito negli ultimi anni è un elemento certamente negativo, dato che per fare ricerca di qualità è spesso anche necessario avere una massa critica, che gli atenei più piccoli non raggiungono:  il modello dell'”Università sotto casa”, che sembra essere stato promosso ultimamente (anche per assecondare un certo campanilismo di molte amministrazioni locali) è da questo punto di vista perdente.

Ma tornando ai criteri di valutazione, volevo spendere due parole su quelli relativi alla didattica, alcuni dei quali non sembrano del tutto adeguati. In particolare:

  • Sono premiate le  Università che tengono corsi con i propri insegnanti di ruolo e che limitano il ricorso a contratti e docenti esterni. In linea di principio è un criterio valido, salvo il fatto che, almeno in alcuni casi, docenti esterni (cioè, se mi permettete una battuta, che vivono nel “mondo reale”) possono aiutare gli studenti ad avvicinarsi meglio le problematiche che affronteranno dopo essersi laureati.
  • Sono premiate le Università in base alla quantità degli studenti che si iscrivono al secondo avendo fatto almeno i 2/3 degli esami del primo anno. La logica del premiare le Università checurano la didattica e limitano la “dispersione” è valida, ma è facile intuire come nel concreto questo rischia di trasformare le Università in “esamifici”, in altre parole la tendenza rischia di essere (ed in parte lo è già) quella non tanto di migliorare la didattica, ma di far passare più gente agli esami, dimenticando il fatto che non è il “pezzo di carta” che crea le competenze, ma dovrebbe essere il viceversa.

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