Uno sguardo più approfondito ai dati del Fondo Monetario Internazionale

By | 07/09/2009
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Ieri diversi giornali hanno dato spazio alle ultime stime del Fondo Monetario Internazionale, che ha rivisto (marginalmente a livello globale, più significativamente per l’Italia) al ribasso la proiezione del PIL per il 2009. I numeri da soli però sono poco significativi, e meritano di essere evidenziati alcuni aspetti dell’analisi del FMI, perché danno un quadro leggermente diverso da quello che appare se si guarda solo alle cifre.

In sostanza, il nocciolo della questione può essere sintetizzato dalle parole di Olivier Blanchard, Chief Economist del FMI: “La buona notizia è che le forza che spingono al ribasso l’economia stanno diminuendo di intensità. La cattiva notizia è che le forze che spingono verso l’alto sono ancora deboli“. La ripresa si sta dunque avvicinando, ma si prospetta probabilmente debole, e le valutazioni del FMI indicano che sarà concentrata nella seconda metà del 2010.

Questo scenario deriva sostanzialmente dal fatto che la stabilizzazione raggiunta non è, in realtà, dovuta ad un equilibrio naturale, ma è da ricondurre soprattutto ai massicci interventi di politica economica introdotti dai governi, che hanno dunque frenato le spinte negative, ma non sono riusciti a creare spinte positive. Per questo, il Fondo Monetario Internazionale evidenzia come sia necessario sostenere la domanda, proprio per creare queste “spinte positive”.

Il rischio che evidenzia il FMI è quello che da più parti è già stato ventilato, e cioè che con la “scusa” che le condizioni economiche si stanno stabilizzando, non si continui con gli interventi e soprattutto con le riforme strutturali che sono necessarie per costruire un’economia solida per il futuro.

L’altro aspetto interessante è la non uniformità della ripresa delle economie dei diversi paesi, per quanto questo disaccoppiamento, abbiamo evidenziato in passato, possa avere dei lati positivi. In particolare, continua ad apparire debole l’Area Euro, che probabilmente continuerà a sentire gli effetti della crisi più a lungo, come effetto collaterale di un mercato del lavoro meno “dinamico”, che se da un lato offre più garanzie per i lavoratori, dall’altro comporta maggiori oneri per governi e imprese che potrebbero allungare (ma si potrebbe ottimisticamente dire “diluire” nel tempo) gli effetti della crisi economica. A tornare a recuperare forza nella crescita più rapidamente, saranno piuttosto le economie emergenti, come diversi dati indicano. Anche dal Giappone arrivano segnali positivi, così come molti indicatori sarebbero dagli USA segnali che si è “toccato il fondo” (su questi ultimi però val la pena ricordare come non tutti siano concordi nella lettura in positivo dei dati). Inoltre il Fondo Monetario Internazionale sottolinea il momento che rimane critico per i Paesi che hanno un’economia basata sull’esportazione di risorse naturali, che si trovano a subire non solo il calo di prezzi delle commodities, ma anche la minore capacità di aiuti finanziari da parte dei paesi più ricchi.

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