Per coprire le nuove emissioni di debito pubblico USA serve il 5% del PIL mondiale

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Nonostante l’economia sembra si stia stabilizzando, continuano le preoccupazioni per il futuro. Un problema, già più volte sollevato, è quello del debito pubblico che i vari Stati stanno emettendo per coprire i costi degli interventi anti-crisi. Diverse stime indicano che a livello globale, gli Stati dovranno emettere quest’anno poco meno di 6.000 miliardi di dollari di nuovo debito, una cifra enorme in cui gli USA pesano per più del 50%, con oltre 3.000 miliardi di nuovo debito (nella cifra, oltre che il debito federale, è compreso quello dei singoli stati).

Sottolineiamo che questa cifra riguarda le nuove emissioni di debito, che va a sommarsi ai livelli di debito già esistenti. In quest’ottica, non è sbagliato confrontare queste cifre con il PIL — dato che se c’è qualcuno che chiede un prestito (gli Stati), perché le cose funzionino deve esserci qualcuno in grado di prestare denaro. Confrontiamo il nuovo debito con la “nuova ricchezza generata”, per capirci.

Bene, il problema è che il PIL del pianeta non è infinito, ma può essere stimato intorno ai 60.000 miliardi di dollari (nel 2008, era un po’ sopra questo valore): nuovo debito per 6.000 miliardi vuol dire che serve tra il 9 e il 10% del PIL mondiale per coprire il nuovo debito emesso dagli Stati (il 5% solo per gli USA). A prescindere dal significato statistico della stima, valori di questo tipo comportano pesanti e non trascurabili effetti sull’economia mondiale. Principalmente per due motivi:

  • la scarsità di risorse disponibili rispetto a quelle richieste, dal punto di vista di equilibiro di mercato implica che il debito pubblico (i Titoli di Stato) deve essere maggiormente remunerativo per chi lo acquista: visto dal punto di vista dell’emettittore, si traduce in un maggior costo del debito per gli Stati.
  • la maggiore remuneratività del debito pubblico però lo fa entrare in competizione anche con gli investimenti alternativi, e potrebbe finire con lo scoraggiare gli investimenti nei settori industriali (un investimento nel settore privato comunque deve rendere un “delta” in più rispetto all’acqusito di Titoli di Stato) o quantomeno sottrarre risorse, che sarebbero però necessarie per il rilancio dell’economia, e quindi quantomeno rallentare la ripresa.

Ad oggi, questi problemi non sono probabilmente delle immediate emergenze (i Titoli di Stato, anche italiani, hanno al momento rendimenti ridottissimi, a causa dell’elevata domanda), ma si tratta di problematiche da tenere in debita considerazione, per evitare appunto che emergenze si verifichino.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

4 pensieri su “Per coprire le nuove emissioni di debito pubblico USA serve il 5% del PIL mondiale”

  1. Ciao,
    Con tutto il rispetto, non sono d’accordo.
    In particolare sui (presunti) effetti negativi sull’economia mondiale. Le tue obiezioni sono corrette in condizioni normali, ma non in questo momento. Infatti:
    – per quel che riguarda l’aumento del costo del debito, mi trovi d’accordo in linea di principio, ma forse sopravvaluti il problema. Tu stesso dici che non e’ un problema urgente perche’ in questo momento i tassi di interesse sono molto bassi: il pericolo e’ per quando i tassi s’interesse saliranno. Ma il problema (che esiste) puo’ essere attenuato emettendo soprattutto titoli a lungo termine: i tassi non sono bassi come per i titoli a breve, ma non cambieranno per un bel pezzo. Se vai a vedere i dati, questo e’ quello che stan cercando di fare i vari governi. Ad es. dal sito del ministero del tesoro vedo che nel II trimestre 2009 sono scaduti bot per 69.2 mld e btp per 54.3 mld; mentre sono stati emessi bot per 74.1 mld e btp per 59.5 mld; quindi i “nuovi” bot ammontano a 4.9 mld, contro 5.2 mld di btp: e’ evidente che si sta cercando di allungare la “vita media” del debito pubblico.
    – per quel che riguarda la sottrazione di risorse al settore privato/produttivo invece non sono proprio per nulla d’accordo. Il fatto e’ che la crisi e’ provocata da un crollo della domanda e da un “eccesso” (il termine fa ridere nel contesto USA.. ma e’ un fatto che invece di spendere in media il 100% del proprio reddito gli americani stanno cercando di spenderne il 95% e che la cosa sta generando una sorta di shock) di risparmio; cosa che scoraggia alquanto i nuovi investimenti (se per soddisfare la domanda mi basta il 70% della capacita’ dello stabilimento attuale, perche’ mai dovrei investire in un nuovo stabilimento?). Il fatto stesso che i tassi siano cosi’ bassi significa che nessuno vuole rischiare di perdere i propri soldi: se lo stato non li prendesse a prestito e non li spendesse, resterebbero semplicemente “sotto il materasso” anziche’ circolare e impedire all’economia di crollare completamente.

  2. Piccola correzione per DIATARN IV: il problema non è che gli americani spendevano tutto il loro reddito, ma che spendevano MOLTO di più. Nel 2007, il rapporto debiti/reddito delle famiglie americane, era 133%… cioè stavano vivendo molto oltre i loro mezzi.

  3. Ciao JC,
    ho scritto 100% xche’ non avevo voglia di andare a cercare dei dati precisi: semplicemente ricordavo che il “Saving rate” (propensione al risparmio?) era molto vicino a 0 ed ogni tanto persino negativo. Adesso sono andato a cercare ed ho trovato un bel grafico qui.
    Nota che i numeri che citavo sono ovviamente pari a 100% meno il saving rate (un saving rate del 2% implica che la spesa sia pari al 98% del reddito disponibile)
    Nota anche che un rapporto debiti/reddito [disponibile] del 133% non implica una spesa pari al 133% del reddito: pensa a una persona che guadagna 20000 euro (disponibili) l’anno ma sta pagando un mutuo con un bilancio residuo di 40000 euro: il rapporto debito/reddito disponibile e’ del 200% ma questa persona puo’ tranquillamente riuscire a risparmiare parte del suo reddito.
    A livello individuale questa situazione non e’ affatto patologica: lo e’ a livello collettivo.

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