Monthly Archives: luglio 2009

Iccrea Holding Spa (Credito Cooperativo): accordo con Sace a sostegno delle Piccole e Medie Imprese

Iccrea Holding SpA, capogruppo del Gruppo Bancario Iccrea (Credito Cooperativo), e SACE SpA, specialista della gestione del credito, hanno siglato un accordo per sviluppare iniziative ed interventi a sostegno delle piccole e medie imprese italiane in Italia ed all’estero.

L’accordo ha lo scopo di integrare la gamma di servizi offerti alla clientela corporate delle Banche di Credito Cooperative e Casse Rurali italiane (BCC-CR) con i prodotti di assicurazione del credito, protezione degli investimenti e garanzia proposti dalla SACE, adattati alle esigenze delle imprese di piccole e medie dimensioni.

La Direzione di Iccrea Holding ritiene che questo accordo possa valorizzare le competenze di SACE e del Credito Cooperativo, con benefici per entrambi i soggetti, ed è un passo su una strada che vuole ampliare gli orizzonti delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali, che finora prevalentemente hanno operato in modo strettamente locale, ma ora necessitano appunto di rinnovarsi in questo approccio, per supportare al meglio le imprese, anche piccole, che operano spesso a livello internazionale.

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OPA di Banca IFIS su Toscana Finanza

Banca IFIS, la banca specializzata nel fianziamento alle imprese e nota al grande pubblico per il conto di deposito Rendimax, ha avviato un OPA totalitaria  finalizzata all’acquisto dell’intero capitale sociale di Toscana Finanza S.p.A., società specializzata nell’acquisto e gestione di crediti fiscali, finanziari e commerciali di difficile esigibilità, quotata al MTA di Borsa Italiana. L’operazione ha un valore che si aggira intorno ai 38 milioni di euro, e prevede il “delisting” delle azioni di Toscana Finanza dal MTA, dove attualmente sono quotate, e non prevede  ricorso al mercato azionario per nuove risorse finanziarie.

L’operazione (che è la prima di “crescita esterna” per la banca) riflette la strategia di ampliamento del business e dei servizi di Banca IFIS. Infatti, spiega il management, im mercato dell’acquisto, della gestione e della riscossione di crediti a difficile esigibilità (soprattutto di natura fiscale e finanziaria) è un mercato aciclico, e che presenta numerose potenziali sinergie con le attività attuali di Banca IFIS.

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Di nuovo sul “trading automatico”: la percezione di liquidità

Avevamo scritto qualche giorno fa delle polemiche intorno al trading automatico (detto anche program trading, o algorithmic trading), nate a seguito del tentato furto degli algoritmi ai danni di Goldman Sachs. Aggiungiamo un ulteriore tassello al discorso, sottolineato da alcuni analisti, per evidenziare come il trading automatizzato dovrebbe essere meglio regolamentato.

L’elemento da considerare è tanto semplice quanto importante, e cioè i volumi che muove questa forma di trading, che nella Borsa di New York pesano per più del 45% delle transazioni. Questo può sembrare un fatto interessante solo dal punto di vista statistico, ma in realtà impatta su un aspetto fondamentale del funzionamento del mercato, e cioè la percezione di liquidità.

Dato che i sistemi di trading automatizzato effettuano (molto velocemente) molte operazioni, i titoli che vengono toccati da queste operazioni sembrano avere molta domanda e molta offerta: ma non è detto che questa sia “reale”, perché la liquidità in realtà non dipende solo dai volumi trattati ma dal numero di soggetti distinti che partecipa al mercato. Dato che molte operazioni vengono svolte dallo stesso soggetto, la liquidità è sovrastimata, con conseguente potenziale sottositma del rischio legato al titolo trattato.

In generale, va evidenziato come siano sempre maggiori le voci critiche nei confronti del trading algoritmico. Merita di essere citato il paper di due analisti di Thesis Trading, Sal L. Arnuk e Joseph Saluzzi, che definistono il trading automatizzato come una tassa nascosta sugli investitori (e non esito a definirlo “trading tossico“) a vantaggio degli operatori che svolgono questo tipo di attività (ed in effetti, Goldman Sachs dovrebbe proprio al trading algoritmico gran parte dei quasi 7 miliardi di dollari di utili messi insieme negli ultimi mesi): “per quanto i prezzi probabilmente vadano dove sarebbero comunque andati, il trading tossico toglie i soldi agli ‘investitori reali’ e lo dà al trader con li computer migliore“.

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Aspettative di inflazione e crescita: i dati della Banca d’Italia

Sono stati resi noti i risultati dell‘indagine trimestrale Banca d’Italia – Il Sole 24 Ore sulle aspettative di inflazione e crescita, le cui interviste si sono svolte a giugno su un campione di poco meno di 500 aziende. L’indagine richiedeva alle imprese è stato chiesto di formulare previsioni sia su temi macroeconomici, quali l’andamento del tasso d’inflazione e la situazione generale del sistema produttivo italiano, sia su aspetti legati alla propria operatività. Vediamo brevemente i principali elementi che emergono dallo studio:

  • Inflazione: le attese sono di un tasso di inflazione dell’1,4% a dodici mesi, e in leggero aumento (1,9% a 24 mesi).
  • Prezzi di vendita: è interessante notare che le aziende per fare fronte alla crisi economica hanno ridotto i prezzi praticati (-0,6% nell’industria e -0,3% nei servizi) con la significativa eccezione del Nord-Est, dove risulta un aumento dei prezzi intorno all’1,2%. Per il futuro le aziende prevedono un aumento dei prezzi intorno allo 0,8%, ma sarà determinante l’andamento dei prezzi delle materie prime e, non ultimo, cosa faranno i concorrenti.
  • Situazione economica generale: secondo le valutazioni delle aziende, la crisi sembrerebbe aver toccato il fondo. Per circa metà delle imprese coinvolte nello stdio la situazione economica generale è invariata rispetto a tre mesi e la quota di imprese che “non escludono” un miglioramento dell’economia nei prossimi tre mesi aumenta (per la seconda volta consecutiva) passando dal 32,4% al 53,8%. Anche qui, non tutta Italia è uguale: ad essere meno pessimiste sono le aziende del Nord-Ovest, ed in generale quelle con più di 1.000 dipendenti.
  • Condizioni per l’investimento: anche in questo caso, la maggior parte delle imprese giudica invariate le condizioni per investire. Un indicatore significativo è dato dalla differenza tra la percentuale di quanti giudicano la situazione in miglioramento e quanti le giudicano in peggioramento, che passa da –44,4% a –12,8%, quindi le aspettative rimangono negative, ma con segnali importanti di risalita, soprattutto nel campo dell’industria.
  • Accesso al credito: anche per quanto riguarda il credito, troviamo dati in linea con una stabilizzazione della situazione. Nelle opinioni delle imprese si sarebbe parzialmente attenuato il deterioramento delle condizioni di accesso al credito (la quota che segnala un peggioramento è scesa dal 37,2% al 27,8%, rispetto a marzo).
  • Occupazione: le aspettative sull’occupazione sono complessivamente negative, in linea con quelle dell’indagine di marzo, anche se la situazione appare per molti versi eterogenea: ad essere più pessimiste le imprese industriali, rispetto a quelle del terziario, e quelle di grandi dimensioni. Nel complesso le aziende non sono orientate verso la strada dei licenziamenti, ma prevedono comunque un blocco delle assunzioni e il non rinnovo dei contratti a tempo determinato.

Val la pena evidenziare che le aspettative delle aziende non sempre si traducono in realtà (ad esempio, in giugno il tasso di inflazione effettivo è stato dello 0,6%, mentre le aspettative delle aziende — emerse nella precedente indagine — indicavano un valore di addirittura 3 punti superiore). Si tratta però di dati importanti, dato che le aspettative sono determinanti per le scelte che faranno le aziende nei prossimi mesi.

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Il mercato dell’arte: tra opportunità di investimento e rischio speculazione

L’acquisto di un’opera d’arte è spesso un vero e proprio investimento, finalizzato in molti casi a ottenere un guadagno in ottica di una vendita a distanza di anni. E in alcuni contesti economici, l’arte diventa una sorta di bene rifugio. Non deve pertanto stupire che Banca Monte dei Paschi di Siena abbia creato due nuovi indici sintetici — l’MPS Global Painting ART Index (MPSgpa) e l’MPS Italian Painting ART Index (MPSipa) — per misurare gli andamenti del mercato dell’arte (ed in particolare della pittura) e fare confronti e previsioni. I due indici si basano sui risultati annualizzati delle principali case d’aste nel settore della pittura per tracciare l’andamento del mercato dell’arte.

In parallelo alla creazione delgi indici, MPS ha condotto una ricerca che ha portato ad una serie di risultati interessanti, primo fra tutti il fatto che l’arte perde meno di oro, mattone e finanza, e che a soffrire di più è soprattutto il mercato americano, più specializzata sull’arte contemporanea.

Personalmente, il dato sulla soffernza dell’arte contemporanea non stupisce più di tanto, perché viene un po’ il dubbio che vi siano in gioco anche elementi di speculazione. Infatti certe quotazioni raggiunte da opere di pittura contemporanea lasciano oggettivamente un po’ perplessi: il dubbio è che venga visto come un investimento che può solo acquistare valore, anche se una delle lezioni della crisi attuale è che non ci sono investimenti sicuri, e che questo spinga verso l’altro i prezzi. Un meccanismo che è quello di una bolla speculativa, fondamentalmente.

Insomma: l’arte può essere un buon investimento, ma come ogni investimento deve essere fatto con cognizione di causa, tenendo presente che non ci sono investimenti certi.

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ContoConto: da agosto tasso base all’1,50%

Banca Carige ha annunciato che il tasso base applicato a ContoConto scenderà all’1,50% lordo (1,0991% netto capitalizzato) a partire dal 15 agosto 2009, scendendo quindi di mezzo punto rispetto all’attuale 2,00% (1,4673% netto capitalizzato)  seguendo la strada di tagli già iniziata da molti altri concorrenti come Conto ArancioRendimax o IWBank.

La variazione del tasso non altera la promozioni di cui si stesse eventualmente usufruendo, ossia il tasso maggiorato per i primi sei mesi di apertura di ContoConto: va però evidenziato da un po’ il tasso promozionale per i nuovi clienti sia sceso al 4,00% (2,9492%) contro il 4,50% (3,322%) inizialmente proposto.

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I BOT crollano di rendimento: buoni trimestrali allo 0,492%. Ma ricordiamoci cosa vuol dire

Giusto un flash per evidenziare il nuovo minimo toccato dal rendimento dei  BOT nell’asta di oggi, con i BOT trimestrali che hanno raggiunto un rendimento dello 0,492% (-0,499% rispetto alla precedente asta). I BOT annuali hanno raggiunto un rendimento un po’ più elevato (0,859%), ma anch’esso in calo di poco meno di mezzo punto rispetto all’asta precedente.

E’ bene ricordare che il basso rendimento dei BOT è dovuto all’elevata domanda, e non è quindi un indice di un “difetto” dei BOT come qualcuno sembra fraintendere.

Interessante inoltre la differenza di rendimento tra i BOT trimestrali e quella, quasi doppia, dei BOT annuali. È naturale che scadenze più lunghe offrano rendimenti maggiori (per compensare la minore liquidità, dovuta all’indisponibilità del capitale per maggior tempo), però in questo caso la differenza appare più sostanziosa di quello che dovrebbe essere per compensare unicamente il fattore liquidità, e quindi la spiegazione andrebbe ricercata negli impieghi alternativi: in altre parole, se questa lettura è corretta, i valori raggiunti sono dati dal fatto che al momento non ci sono investimenti validi alternativi ai BOT, ma gli operatori valuterebbero che nei prossimi mesi (per la precisione, tra i 3 e i 12) dovrebbero concretizzarsi maggiori opportunità.

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Computer assisted insider trading in Goldman Sachs?

Goldman Sachs sarebbe al centro di un’intrigo informatico-finanziario. La storia nasce da un arresto nei giorni scorsi  di un certo Sergey Aleynikov, accusato del furto di codici di accesso e algoritmi proprio dal sistema informatico del gigante finanziario. Sembrerebbe che questo Aleynikov lavorasse nei sistemi di trading automatizzato ad alta frequenza proprio di Goldman Sachs.

Questo arresto avrebbe farebbe emergere dubbi sulla sicurezza (e non solo) dei sistemi di trading automatizzato utilizzati da Goldman Sachs.  I sistemi di trading automatizzato (c.d. program trading) sono dei sistemi che operano scambi molto veloci, in base a specifici algoritmi attivati nel giro di microsecondi da vari eventi che possono verificarsi nel mercato (es. raggiungimento di un certo prezzo). Per capire dov’è il guadagno, si pensi al caso dell’arbitraggio. Se (facendo l’esempio con le monete, e con dei numeri di esempio, in modo che sia facilmente comprensibile), se il cambio Dollaro/Euro è pari a 1,1, il cambio Euro/Sterlina è pari a 1,2 e il cambio Dollaro/Sterlina è pari a 1,3,  se faccio uno scambio tipo Dollaro->Euro->Sterlina->Dollaro, ho un guadagno certo, perché alla fine rimango in tasca con 1,32 dollari. Non è una situazione stabile, perché trattandosi di un guadagno certo attira acquirenti creando una pressione sulla domanda che riporta all’equilirio i rapporti dei cambi praticamente immediatamente, annullando i possibili profitti. Ma sono situazioni che concretamente si verificano, e se un’operatore riesce ad essere il primo, o quasi, a sfruttare il disequilibrio può avere un profitto. I sistemi di automated trading nascono sostanzialmente per questo: reagire in modo automatico ed immediato alle situazioni favorevoli che possono verificarsi. E non hanno un peso secondario, se è vero che questi sistemi pesano per oltre il 46% su tutte le transazioni del NYSE, la borsa di New York.

Goldman Sachs negli ultimi mesi è stata incredibilmente brava nel trading, ottenendo profitti record (più di 100 milioni di dollari al giorno), dovuti in maniera rilevante al gruppo del program trading. Per dare un’idea, nel primo trimestre 2009 ha registrato profitti per 6,94 miliardi di dollari dal trading su monete, commodities e titoli a reddito fisso. Performance che distaccano di molto tutti i principali competitors.

Secondo alcune opinioni (ma che al momento non trovano riscontro nei fatti) i profitti record non sarebbero dovuti all’abilità di chi ha sviluppato gli algoritmi, ma piuttosto al fatto che gli operatori di Goldman Sachs sarebbero riusciti a “forzare” in qualche modo i sistemi informatici che gestiscono gli scambi, anche sfruttando legami di vario tipo con le istituzioni finanziarie preposte. Questo “hacking” avrebbe permesso di avere dati sulle transazioni con qualche frazione secondo di anticipo, un vantaggio esiguo ma importantissimo in scenari come quello descritto in precedenza. Possibile? Se fosse vero getterebbe una luce inquietante non solo su Goldman Sachs, ma soprattutto sull’affidabilità dei mercati. Un’altra versione della storia, che in questo momento appare più credibile, è che la “forzatura” dei sistemi di scambio sarebbe solo una errata interpretazione della riconosciuta maggiore efficienza degli algoritmi utilizzati da Goldman Sachs.

La cosa strana però è che nel frattempo Goldman Sachs è sparita dall’elenco dei principali operatori di program trading del NYSE, non per un crollo dell’operatività o dei profitti, come qualcuno inizialmente aveva supposto, ma per richiesta di Goldman Sachs stessa, che però non è ancora chiaro da che cosa sarebbe motivata.

Ad ogni modo, a prescindere dalle congetture che si possono fare su Goldman Sachs (almeno finché non emergeranno ulteriori informazioni), è evidente che è probabilmente opportuna una revisione dei meccanismi di trading (che il NYSE si starebbe già predisponendo ad attuare) nell’interesse di una maggiore trasparenza del mercato.

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Gruppo Banca Sella introduce assistente virtuale e skype per dialogare con i clienti

Continuano le novità introdotte dal Gruppo Banca Sella in queste settimane (avevamo parlato qualche giorno fa delle novità sulla piattaforma di trading e del call-center multilingua). Le ultime sono l’assistente virtuale e l’attivazione di skype e sistemi di videoconferenza per dialogare con i clienti.

L’assistente virtuale — “Stella” — è un software in grado di dialogare in linguaggio naturale con gli utenti. Detto meno tecnicamente, permette ai clienti di ottenere assistenza, chiedendo informazioni sui propri movimenti o assistenza su pagamenti, bonifici, o altre operazioni ponendo le domande normalmente e naturalmente come se l’assistente fosse una persona in “carne ed ossa”. Stella è attiva 24 ore su 24, ed è sempre attiva in un box nelle pagine del servizio di home banking, rappresentata da un avatar di una giovane elegante, capelli lisci e giacca blu su una camicia gialla, ed è in grado di guidare automaticamente l’utente verso le pagine che contengono i servizi o le informazioni di cui necessita. Nei prossimi mesi, Stella risponderà domande anche sui servizi finanziari (trading on line, fondi on line, custodia titoli), assicurativi, sui finanziamenti e sui mutui — argomenti di una complessità ben maggiore. In caso di necessità (o di richiesta dell’utente), l’assistente virtuale può sempre mettere in contatto l’utente con un operatore “reale”.

E proprio a dimostrazione che l’interazione diretta con il cliente non vuole essere messa da parte, il Gruppo Banca Sella ha attivato nuovi servizi di videocomunicazione e di comunicazione via Skype. Lo scopo della comunicazione via skype è intuitivo: rendere possibile parlare con un operatore senza costi per il cliente, ed eventualmente sfruttare le funzionalità di chiamata video di Skype, per “vedere in faccia” l’operatore, e stringere quindi una relazione molto più simile a quella di una banca tradizionale: non più solamente bit e numeri ma facce e persone, in linea con quella che è l’evoluzione della logica del web. Ma Banca Sella prevede di ampliare ulteriormente i servizi di videocomunicazione, sfruttando probabilmente anche sistemi più sofisticati di Skype, fornendo anche nei prossimi mesi anche corsi di educazione finanziaria.

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Uno sguardo più approfondito ai dati del Fondo Monetario Internazionale

Ieri diversi giornali hanno dato spazio alle ultime stime del Fondo Monetario Internazionale, che ha rivisto (marginalmente a livello globale, più significativamente per l’Italia) al ribasso la proiezione del PIL per il 2009. I numeri da soli però sono poco significativi, e meritano di essere evidenziati alcuni aspetti dell’analisi del FMI, perché danno un quadro leggermente diverso da quello che appare se si guarda solo alle cifre.

In sostanza, il nocciolo della questione può essere sintetizzato dalle parole di Olivier Blanchard, Chief Economist del FMI: “La buona notizia è che le forza che spingono al ribasso l’economia stanno diminuendo di intensità. La cattiva notizia è che le forze che spingono verso l’alto sono ancora deboli“. La ripresa si sta dunque avvicinando, ma si prospetta probabilmente debole, e le valutazioni del FMI indicano che sarà concentrata nella seconda metà del 2010.

Questo scenario deriva sostanzialmente dal fatto che la stabilizzazione raggiunta non è, in realtà, dovuta ad un equilibrio naturale, ma è da ricondurre soprattutto ai massicci interventi di politica economica introdotti dai governi, che hanno dunque frenato le spinte negative, ma non sono riusciti a creare spinte positive. Per questo, il Fondo Monetario Internazionale evidenzia come sia necessario sostenere la domanda, proprio per creare queste “spinte positive”.

Il rischio che evidenzia il FMI è quello che da più parti è già stato ventilato, e cioè che con la “scusa” che le condizioni economiche si stanno stabilizzando, non si continui con gli interventi e soprattutto con le riforme strutturali che sono necessarie per costruire un’economia solida per il futuro.

L’altro aspetto interessante è la non uniformità della ripresa delle economie dei diversi paesi, per quanto questo disaccoppiamento, abbiamo evidenziato in passato, possa avere dei lati positivi. In particolare, continua ad apparire debole l’Area Euro, che probabilmente continuerà a sentire gli effetti della crisi più a lungo, come effetto collaterale di un mercato del lavoro meno “dinamico”, che se da un lato offre più garanzie per i lavoratori, dall’altro comporta maggiori oneri per governi e imprese che potrebbero allungare (ma si potrebbe ottimisticamente dire “diluire” nel tempo) gli effetti della crisi economica. A tornare a recuperare forza nella crescita più rapidamente, saranno piuttosto le economie emergenti, come diversi dati indicano. Anche dal Giappone arrivano segnali positivi, così come molti indicatori sarebbero dagli USA segnali che si è “toccato il fondo” (su questi ultimi però val la pena ricordare come non tutti siano concordi nella lettura in positivo dei dati). Inoltre il Fondo Monetario Internazionale sottolinea il momento che rimane critico per i Paesi che hanno un’economia basata sull’esportazione di risorse naturali, che si trovano a subire non solo il calo di prezzi delle commodities, ma anche la minore capacità di aiuti finanziari da parte dei paesi più ricchi.

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La SEC potrebbe introdurre nuovi limiti allo “short selling”: un errore?

La SEC, l’organismo di controllo della borsa americana, starebbe valutando di introdurre nuovi limiti allo short selling, le vendite “allo scoperto” che permettono a chi vende dei titoli di guadagnare da un ribasso dei prezzi (fondamentalmente, perché si impegna a vendere oggi ad un prezzo x qualcosa che lui pagherà domani ad un prezzo y, che in caso di ribassi è inferiore e quindi consente un guadagno).

La limitazione delle vendite allo scoperto (introdotta per un periodo anche in Italia) viene contestata da diversi economisti, che bollano l’iniziativa come dettata dall’emotività e demagogica, perché vorrebbe dare l’impressione di prendersela “con chi ci guadagna quando le cose vanno male”. Ma soprattutto, perché vietare lo short selling è un errore, come avevamo accennato già diversi mesi fa. Nelle motivazioni al divieto allo short selling ci sono infatti alcuni errori concettual.

  • Innanzi tutto, si parte dal presupposto che la speculazione sia solo “al ribasso”. Ovviamente non è così: la speculazione esiste anche al rialzo, ed è ugualmente dannosa. È un controsenso, oltre che inefficace, guardare solo ad un aspetto del problema.
  • Inoltre,short selling” non vuol dire automaticamente “speculazione“: lo short selling è uno strumento importante (se usato come dovrebbe essere) per limitare il rischio e rendere meno violenti i cambiamenti di direzione. Chi critica i divieti allo short selling infatti evidenzia come, dopo l’introduzione delle limitazioni alle vendite “short” introdotte nella seconda metà del 2008, la volatilità sia cresciuta significativamente. Non solo: l’accusa è che non solo le limitazioni temporanee allo short selling introdotte a fine settembre 2008 siano state completamente inefficaci, ma che abbiano invece addirittura contribuito a causare il successivo crollo delle borse, per il semplice motivo che gli investitori, di fronte a mercati con tendenza negativa, non potevano più “assicurarsi” con lo short selling, e l’unica strada per limitare le perdite rimaneva vendere, aumentando così l’offerta di titoli e spingendo verso il basso il loro prezzo. Il grafico dell’andamento del Dow Jones in quel periodo in effetti spinge a qualche riflessione.
Mancati effetti delle limitazioni allo short selling a settembre 2008 - grafico da Google Finance elaborato da banknoise.com
Mancati effetti delle limitazioni allo short selling a settembre 2008 – grafico da Google Finance elaborato da banknoise.com

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Il mito del “rischio zero”

La cronaca degli scorsi giorni ha portato tragicamente d’attualità il problema del rischio: nei trasporti, nella sicurezza sul lavoro, oltre che quella stradale (ma il discorso è applicabile anche anche al rischio “finanziario”). Oltre alla drammaticità di questi eventi, è però opportuno rimanere consapevoli di una cosa: il “rischio zero” non esiste. Il che, lo diciamo subito a scanso di equivoci, non deve essere usato per evitare di ridurre il rischio al livello più basso possibile, o tantomeno per nascondere mancanze da parte di chi doveva fare qualcosa per ridurlo.

Ma resta il fatto che, per quanto non sia certo piacevole, il rischio non può essere ridotto a zero. “Quasi” a zero, probabilmente, in molti casi, ma tra quasi zero e zero c’è una grossa — e a volte tragica — differenza. Il motivo è che la gestione del rischio si basa su valutazioni statistiche. Pensate semplicemente al fatto che di ogni prodotto (inclusi i “dispositivi di sicurezza”, in senso ampio del termine), si può conoscere in anticipo solo la vita media, che non esclude che alcuni esemplari si deteriorino molto in anticipo rispetto ad esso, e anche perché in un controllo i difetti individuabili non sono mai il 100% — magari il 99,99%, ma quello 0,01% può avere ripercussioni.

In altre parole, si possono creare le condizioni perché un evento “negativo” sia estremamente improbabile, ma questo non vuol dire che diventi impossibile. Notate che proprio per questo parliamo di “gestione” del rischio, e non ad esempio di eliminazione.

Il problema della gestione del rischio si traduce quindi nel mettere insieme una serie di “precauzioni” perché il rischio sia ridotto a livelli “accettabili”. E qui nasce il problema: quand’è che il rischio diventa a livelli accettabili? Dare una risposta a questa domanda è tutt’altro che banale. La risposta che verrebbe da dare, istintivamente, è che non è mai “accettabile” che si metta a rischio la vita umana, come avviene nel caso di un incidente sul lavoro. Solo che “mai” equivale a dire che il rischio accettabile è zero, che abbiamo già detto che non è un valore raggiungibile in realtà — ma può essere solo un obiettivo.

Come detto, questa non deve essere una scusa per giustificare l’adozione di sforzi per contenere maggiormente il rischio. Il punto è che la sensazione è che si abbia perso la consapevolezza che il rischio esiste, ed è parte integrante di ogni azione: e a dare questa sensazione è lo “stupore” che si riscontra quando qualcosa va tragicamente male.

Anche se può sembrare una contraddizione, questa perdita di consapevolezza dell'”inevitabilità del rischio” è uno degli elementi che può contribuire poi ad innalzare il rischio stesso. Proprio perché si dimentica che il rischio esiste, e si assumono comportamenti che non ne tengono conto: incidenti sul lavoro ed incidenti stradali sono sicuramente gli esempi più calzanti. E per un altro, importante motivo: infatti, la tendenza diventa poi quella di intervenire sulla base dell’emotività, che però conduce spesso ad intervenire su fattori secondari anziché su quelli più rilevanti, con il risultato che in realtà il rischio non viene ridotto come potrebbe.

Inoltre, per quanto possa apparire cinico, si pongono sempre dei problemi di costo-beneficio. Il costo può sembrare un elemento fuori luogo, quando si parla di sicurezza, però non si può dimenticare che le risorse disponibili sono limitate, cosa che impone di scegliere come utilizzarle. A questo si aggiunge il rischio-beneficio, dovuto al fatto che le stesse azioni che vengono messe in atto per ridurre il rischio comportano dei rischi. Questo è ad esempio particolarmente vero in diversi tipi di analisi mediche (come ad esempio le TAC, che espongono il paziente ad elevate dosi di radiazioni).

Insomma, quando si parla di sicurezza bisogna tenere presente che è un argomento estremamente complesso, che non può essere affrontato solo sulla base dell’emotività, ma deve essere affrontato in modo sistematico e razionale, consapevoli dei limiti, ma anche dei risultati che si possono ottenere.

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Il governo USA potrebbe ridimensionare le banche troppo grandi

Avevamo scritto più volte che uno dei problemi dei mercati finanziari è che alcuni soggetti (banche e assicurazioni) sono talmente grandi da alterare il funzionamento dei mercati, e che il trascurare questo fattore era uno dei limiti dei piani anti-crisi finora adottati.

Sembrerebbe adesso che il Governo USA si sia deciso ad affrontare il problema, imponendo una serie di oneri (dall’imposizione di dotarsi di maggiori riserve, a controlli più severi) che di fatto pur senza un divieto esplicito, scoraggia la crescita smisurata dei giganti finanziari, spingendo di fatto verso una loro frammentazione, almeno secondo le intenzioni del White House’s National Economic Council. Quantomeno, il risultato vorrebbe essere che solo gli istituti finanziari che sono in grado di gestire dimensioni elevate, mantengano tali dimensioni, e comunque operino entro livelli di esposizione al rischio più ragionevoli. Ed evitare la commistione tra attività finanziarie e commerciali (non a caso, tra i primi a contestare una simile iniziativa ci sarebbe General Electric), che secondo molti costituisce un elemento che rende il rischio, a livello sistemico, poco controllabile.

Quella di “ridimensionare le banche troppo grandi” è sotto alcuni punti di vista una scelta obbligata, dato che le finanze del Governo USA sarebbero messe a dura prova da un ulteriore “salvataggio” come quelli realizzati a supporto di Citigroup o di AIG. Molti analisti però evidenziano come sia in ogni caso necessaria un’azione decisa, soprattutto in termini di tempi: infatti, la “ventilazione” di un cambiamento delle regole rischia di crea incertezza nei mercati, che continuano a vivere una situazione non facile, e potrebbe creare ripercussioni negative, in attesa che venga presa una decisione in un senso o nell’altro.

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Pessimismo, informazione e cultura finanziaria: qual’è la strada per uscire dalla crisi economica?

Da un po’ di tempo è in corso una polemica tra il Presidente del Consiglio Berlusconi e una parte del mondo dell’informazione, che viene accusato di “spargere pessimismo” e di alimentare così la crisi. In effetti va dato atto che le crisi economiche e finanziarie (e questa non fa eccezione) hanno una significativa componente psicologica, e in quest’ottica l'”invito all’ottimismo” di Berlusconi ha un certo senso, soprattutto partendo dalla considerazione che una grossa percentuale delle persone non è in grado di interpretare correttamente i dati che riceve da giornali e telegiornali, e quindi tende ad attribuire ad essi significati eccessivamente negativi (o eccessivamente positivi, in altri momenti dell’economica). In questa  “lotta al pessimismo” rientrerebbe, secondo alcuni, anche una revisione anche del ruolo dell’ISTAT, che fornirebbe “troppi dati e poco chiari” — appunto perché manca la capacità di interpretarli da parte del pubblico, aggiungiamo noi.

Ecco che però allora sarebbe più efficace (anche in ottica di medio-lungo termine) se invece che togliere spazio ai dati negativi, si cercasse di intervenire sulla cultura economica e finanziaria degli italiani, in modo che si maturi una maggiore capacità di interpretare in modo autonomo i dati economici. Altrimenti è un po’ come cercare di curarsi la febbre nascondendo il termometro, in modo che non possa essere misurata. D’altra parte alla maggior parte della gente piace sentirsi dire quello che vuole sentirsi dire: un tema che avevamo evidenziato già parlando degli “economisti che non hanno previsto la crisi” (dove parlavamo di come si sia scelto di ascoltare solo coloro che facevano un certo tipo di previsioni).

Da un punto di vista più “oggettivo”, il problema è che, volendo fare i pessimisti, probabilmente in Italia non ci sono in realtà molte “medicine” disponibili, e quella di “nascondere il termometro” è una delle poche strade percorribili. Il problema italiano è dato dal peso dell’enorme debito pubblico, che toglie la possibilità di interventi significativi sull’economia. In altre parole, se già normalmente i conti dell’Italia erano traballanti, ci sono poche possibilità di avere risorse per grossi interventi straordinari sull’economia. E non è probabilmente un caso che l’Italia sia il Paese del G20 dove l’intervento di stimolo economico è stato più modesto, se confrontato con il PIL del 2008 (lo 0,3%), per un valore intorno ai 7  miliardi di dolllari, contro gli oltre 20 miliardi dell’intervento francese e gli oltre 130 miliardi in Germania.

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