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La cronaca degli scorsi giorni ha portato tragicamente d’attualità il problema del rischio: nei trasporti, nella sicurezza sul lavoro, oltre che quella stradale (ma il discorso è applicabile anche anche al rischio “finanziario”). Oltre alla drammaticità di questi eventi, è però opportuno rimanere consapevoli di una cosa: il “rischio zero” non esiste. Il che, lo diciamo subito a scanso di equivoci, non deve essere usato per evitare di ridurre il rischio al livello più basso possibile, o tantomeno per nascondere mancanze da parte di chi doveva fare qualcosa per ridurlo.

Ma resta il fatto che, per quanto non sia certo piacevole, il rischio non può essere ridotto a zero. “Quasi” a zero, probabilmente, in molti casi, ma tra quasi zero e zero c’è una grossa — e a volte tragica — differenza. Il motivo è che la gestione del rischio si basa su valutazioni statistiche. Pensate semplicemente al fatto che di ogni prodotto (inclusi i “dispositivi di sicurezza”, in senso ampio del termine), si può conoscere in anticipo solo la vita media, che non esclude che alcuni esemplari si deteriorino molto in anticipo rispetto ad esso, e anche perché in un controllo i difetti individuabili non sono mai il 100% — magari il 99,99%, ma quello 0,01% può avere ripercussioni.

In altre parole, si possono creare le condizioni perché un evento “negativo” sia estremamente improbabile, ma questo non vuol dire che diventi impossibile. Notate che proprio per questo parliamo di “gestione” del rischio, e non ad esempio di eliminazione.

Il problema della gestione del rischio si traduce quindi nel mettere insieme una serie di “precauzioni” perché il rischio sia ridotto a livelli “accettabili”. E qui nasce il problema: quand’è che il rischio diventa a livelli accettabili? Dare una risposta a questa domanda è tutt’altro che banale. La risposta che verrebbe da dare, istintivamente, è che non è mai “accettabile” che si metta a rischio la vita umana, come avviene nel caso di un incidente sul lavoro. Solo che “mai” equivale a dire che il rischio accettabile è zero, che abbiamo già detto che non è un valore raggiungibile in realtà — ma può essere solo un obiettivo.

Come detto, questa non deve essere una scusa per giustificare l’adozione di sforzi per contenere maggiormente il rischio. Il punto è che la sensazione è che si abbia perso la consapevolezza che il rischio esiste, ed è parte integrante di ogni azione: e a dare questa sensazione è lo “stupore” che si riscontra quando qualcosa va tragicamente male.

Anche se può sembrare una contraddizione, questa perdita di consapevolezza dell'”inevitabilità del rischio” è uno degli elementi che può contribuire poi ad innalzare il rischio stesso. Proprio perché si dimentica che il rischio esiste, e si assumono comportamenti che non ne tengono conto: incidenti sul lavoro ed incidenti stradali sono sicuramente gli esempi più calzanti. E per un altro, importante motivo: infatti, la tendenza diventa poi quella di intervenire sulla base dell’emotività, che però conduce spesso ad intervenire su fattori secondari anziché su quelli più rilevanti, con il risultato che in realtà il rischio non viene ridotto come potrebbe.

Inoltre, per quanto possa apparire cinico, si pongono sempre dei problemi di costo-beneficio. Il costo può sembrare un elemento fuori luogo, quando si parla di sicurezza, però non si può dimenticare che le risorse disponibili sono limitate, cosa che impone di scegliere come utilizzarle. A questo si aggiunge il rischio-beneficio, dovuto al fatto che le stesse azioni che vengono messe in atto per ridurre il rischio comportano dei rischi. Questo è ad esempio particolarmente vero in diversi tipi di analisi mediche (come ad esempio le TAC, che espongono il paziente ad elevate dosi di radiazioni).

Insomma, quando si parla di sicurezza bisogna tenere presente che è un argomento estremamente complesso, che non può essere affrontato solo sulla base dell’emotività, ma deve essere affrontato in modo sistematico e razionale, consapevoli dei limiti, ma anche dei risultati che si possono ottenere.

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