Depositoonline di Infinita – Banca Monte dei Paschi di Siena: 3,643% fino a fine 2009

Depositoonline è il conto di deposito di Infinita, la banca online del Gruppo Monte dei Paschi di Siena. Per chi sottoscrive il conto entro la fine di settembre, è in corso una promozione, che remunera il deposito ad un tasso pari all’Euribor 3 mesi/360 (media mese precedente) aumentato del  2,40%. Attualmente, l’Euribor di riferimento è 1,243% (la media dell’Euribor 3 mesi rilevato ogni giorno nel mese di Giugno) e il tasso applicato per il mese di luglio è dunque pari è pari al 3,643% lordo (2,659% netto). Si tratta di un tasso decisamente interessante, anche se va detto che dal 1 gennaio 2010 (così come per i depositi eccedenti 125.000 Euro, limite massimo della promozione) il tasso applicato è un ben più modesto Euribor – 0,70%, che vorrebbe dire — facendo riferimento al tasso di riferimento attuale — 0,543% lordo (0,396% netto).

Inoltre va evidenziato che l’imposta di bollo è a carico del cliente, se non viene raggiunta una giacenza mensile pari ad almeno 10.000 Euro. Inoltre è da evidenziare come Depositoonline scoraggi l’utilizzo di canali diversi da internet (come però è tendenza sempre più diffusa in conti di deposito di questo tipo): infatti, mentre i bonifici ordinati attraverso il web sono gratuiti, a quelli per via telefonica viene applicata una commissione di 1€.

Depositoonline è riservato solamente a chi non è già cliente di banche del Gruppomontepaschi: infatti è possibile trasferire somme solamente da conti correnti esterni al gruppo: una scelta che evidenzia implicitamente come questa promozione nasca per attrarre nuovi clienti “sottraendoli” ai concorrenti.

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Anche Banca Monte dei Paschi di Siena arriva su Facebook

Anche Monte dei Paschi di Siena arriva ufficialmente su Facebook, che è decisamente il social network del momento anche per il mondo finanziario. In particolare, l’idea di MPS è quella di promuovere, attraverso la nuova “fan page”, uno dei più potenti mezzi di comunicazione attualmente disponibili l’offerta infinita, la linea di prodotti bancari online del Gruppo Monte dei Paschi di Siena (sulla quale torneremo nei prossimi giorni).

Il Gruppo Montepaschi dichiara che con l’ingresso su Facebook vuole avviare una strategia di social media marketing, che mira ad ampliare la conoscenza del suo marchio (un aumento della brand awareness, direbbero i “markettari”), e ovviamente alla fidelizzazione di clienti e all’acquisizione di nuovi clienti.

Dato che lo scopo è  avvicinare il mondo della banca ad un target giovane (soprattutto chi è ai primi passi nel mondo del lavoro, a cui si presentano le prime esigenze di gestione delle proprie finanze), il linguaggio adottato punta ad essere moderno, fresco, e molto diretto.

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L’80% dei derivati è detenuto da 5 banche

Una ricerca di Fitch Ratings ha eveidenziato che, sebbene l’uso dei derivati sia diffuso tra le aziende americane, in termini di volumi (e quindi, di esposizione al rischio) è estremamanete concentrata: infatti, secondo l’analisi, l’80% dei derivati che hanno come sottostante crediti o debiti delle 100 aziende analizzate, è nelle mani di 5 sole banche: JP Morgan Chase, Bank of America, Goldman Sachs, Citigroup, and Morgan Stanley. Se si concentra l’attenzione sui derivati basati sui credit derivatives — categoria che comprende i Credit Default Swap (CDS) e le Collateralised Debt Obligation (CDO) — la percentuale sale addirittura al 96%.

Si tratta di un dato che evidenzia come sia tutt’altro che trascurabile il problema delle dimensioni dei soggetti finanziari rispetto ai mercati, elemento che crea distorsioni nel funzionamento dei mercati finanziari — per il semplice motivo che non stiamo più parlando di “mercati”, ma di oligopoli.

Si tratta di un problema che il Governo USA ha messo in programma di affrontare, ma appare sempre più evidente che si tratta di un problema molto più pressante e rilevante di quanto finora non si sia voluto riconoscere.

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ING Direct sbarca su Facebook

Si conferma l’attenzione delle banche (soprattutto online) verso il web 2.0: anche ING Direct è sbarcata recentemente su Facebook, a conferma di un desiderio di dialogare in modo nuovo con i (potenziali) clienti. In questo caso, ING propone anche uno spiritoso test “Che risparmiatore sei?“, per valutare il proprio atteggiamente verso il risparmio: un test che non è certamente “scientifico”, però è interessante perché può spingere a riflettere sui propri modelli di consumo, che non sempre — quando ce se ne rende conto — corrispondono anche a quelli che si “vorrebbe” avere.

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Banca IFIS: dati preliminari sui dati del I semestre 2009

Banca IFIS ha annunciato nei giorni scorsi i risultati economici preliminari del I semestre 2009: ci sembra interessante dare un’occhiata, anche per cercare di rispondere alla domanda che a volte qualcuno fa su Rendimax (come fa a rendere tassi “non promozionali” sopra la media dei concorrenti?). Banca IFIS, ricordiamolo, è una banca specializzata nei servizi per le imprese (soprattutto piccole e medie), in particolare nel factoring, e ha Rendimax praticamente come unico prodotto per la clientela privata.

In generale, si può dire che Banca IFIS ha conseguito risultati decisamente positivi, considerando la congiuntura economica.

Nel corso del primo semestre 2009 il Gruppo Banca IFIS ha segnato un Turnover (il valore dei crediti acquistati nel periodo) sostanzialmente stabile rispetto al 1° semestre 2008 (1.566 milioni di euro contro 1.574 milioni di euro).

Il margine di intermediazione (i ricavi di un intermediario finanziario, dato dalla somma del margine di interesse lordo e del margine finanziario e di servizi) è cresciuto del 12,7%, passando dai 32,4 milioni di euro del primo semestre 2008 ai 36,5 del primo semestre di quest’anno.

Il margine di interesse (la componente fondamentale di reddito di una banca derivante dalla sua attività di intermediazione  — raccolta prestiti e/o titoli — comprende i ricavi da raccolta  e i ricavi da impieghi — dove i primi sono dati da intesi come mark down × volumi, mentre i secondi da mark up × volumi; mark up e mark down sono il differenziale fra il tasso medio, rispettivamente sui depositi e sugli impieghi, e il rendimento medio lordo dei Bot in circolazione, utilizzato come riferimento) è in contrazione del 7,2%, scendendo da 12 milioni di euro a 12,1 milioni (sempre I semestre 2008 contro I semestre 2009). A contribuire a questo risultato, oltre le dinamiche generali dei tassi di interesse, c’è proprio il successo di Rendimax (la clientela “retail” di Banca IFIS è cresciuta del 290%): se sono evidenti gli oneri che Rendimax comporta per Banca IFIS,  il management della banca spiega che questo  consente di poter disporre di una notevole affluenza di risorse finanziarie, con benefici in termini di diversificazione delle fonti di raccolta — importanti in un contesto finanziario caratterizzato dall’illiquidità del sistema interbancario tradizionale.

Il margine commissioni del primo semestre 2009 ha raggiunto i 23,9 milioni di euro, in sostanziale crescita (+33%) rispetto al primo semestre 2008rispetto ai 17,9 milioni di euro dell’omologo periodo del 2008 (+33%). Questo risultato è dato da un lato dall’aumento del numero dei clienti operativi (aumentati del 21%), dall’altro alla complessità di gestione ma anche al maggior premio per un rischio implicito nel portafoglio crediti più elevato.

Lo scenario economico negativo ha comunque inevitabilmente fatto sentire il suo peso: le rettifiche di valore nette sui crediti sono quasi raddoppiate, passando da 2,8 a 4,5 milioni di Euro, mentre il rapporto tra sofferenze nette e totale dei crediti è arrivato all’1,7% (contro lo 0,9 del I semestre 2009 e l’1,0% del II semestre).

Anche i costi operativi sono cresciuti, ma soprattutto come conseguenza dell’espansione  (in termini di personale e di nuovi uffici territoriali) che Banca IFIS sta portando avanti.

Nonostante tutto, Banca IFIS chiude il semestre in positivo, con un utile netto di 10,milioni di euro, anche se in contrazione di oltre il 15% rispetto allo stesso periodo del 2008. Ma visti i tempi non ci si può certo lamentare.

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Valutazione delle Università: giusta, ma attenzione alle incongruenze

Probabilmente avrete letto in questi giorni delle polemiche sulla valutazione delle Università, valutazione che avrà un impatto anche sui finanziamenti che riceveranno nel prossimo futuro. Va fatta una doverosa premessa: valutare le Università è più che giusto (abbiamo scritto più volte come la spesa pubblica vada gestita in modo più efficace, prima che in modo più efficiente), e la classifica che è stata stilata non è poi tanto sorprendente, soprattutto se si mettono da parte i campanilismi. Ciononostante, vanno evidenziati alcuni limiti della valutazione fatta — e in generale dell’atteggiamento generale verso il problema.

La prima questione, che in molti forse non si sono neppure posti (soprattutto alcuni che hanno criticato la “classifica”), è una domanda di fondo: cosa devono fare le Università, qual’è il loro “lavoro”? Per fare una valutazione, è necessario avere chiaro gli obiettivi che si vogliono conseguire. Gli obiettivi che una Università può avere sono molteplici. Tra questi:

  • formare delle persone con competenze generali (se volete, “teoriche”) pronte, con un piccolo sforzo, per applicare queste competenze in contesti “reali”;
  • formare delle persone con competenze immediatamente applicabili nel mondo del lavoro (a costo di essere meno generalizzabili);
  • fare ricerca “di base”;
  • fare ricerca industriale pre-competitiva;
  • fare ricerca industriale su contratto per le aziende.

Chiaramente, questi sono tutti compiti dell’Università, ma è importante decidere quelli che si vuole siano prioritari. E va deciso se e fino a che punto tutte le Università (che hanno facoltà diverse, o almeno con “peso” diverso) debbano avere gli stessi obiettivi: ad esempio, parlare di ricerca industriale è “semplice” se parliamo di ingegneria, decisamente meno se parliamo di una facoltà di filosofia.

Personalmente, il ruolo della ricerca non è da sottovalutare: questo non solo per gli effetti (scontati) sull’innovazione, ma anche perché per uno studente essere a contatto, anche marginalmente, con realtà di ricerca consente una crescita culturale molto maggiore. In quest’ottica, la frammentazione delle Università cui abbiamo assistito negli ultimi anni è un elemento certamente negativo, dato che per fare ricerca di qualità è spesso anche necessario avere una massa critica, che gli atenei più piccoli non raggiungono:  il modello dell'”Università sotto casa”, che sembra essere stato promosso ultimamente (anche per assecondare un certo campanilismo di molte amministrazioni locali) è da questo punto di vista perdente.

Ma tornando ai criteri di valutazione, volevo spendere due parole su quelli relativi alla didattica, alcuni dei quali non sembrano del tutto adeguati. In particolare:

  • Sono premiate le  Università che tengono corsi con i propri insegnanti di ruolo e che limitano il ricorso a contratti e docenti esterni. In linea di principio è un criterio valido, salvo il fatto che, almeno in alcuni casi, docenti esterni (cioè, se mi permettete una battuta, che vivono nel “mondo reale”) possono aiutare gli studenti ad avvicinarsi meglio le problematiche che affronteranno dopo essersi laureati.
  • Sono premiate le Università in base alla quantità degli studenti che si iscrivono al secondo avendo fatto almeno i 2/3 degli esami del primo anno. La logica del premiare le Università checurano la didattica e limitano la “dispersione” è valida, ma è facile intuire come nel concreto questo rischia di trasformare le Università in “esamifici”, in altre parole la tendenza rischia di essere (ed in parte lo è già) quella non tanto di migliorare la didattica, ma di far passare più gente agli esami, dimenticando il fatto che non è il “pezzo di carta” che crea le competenze, ma dovrebbe essere il viceversa.

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Come scelgono la banca, gli italiani?

Torniamo alla ricerca condotta da TNS per ING Direct, di cui abbiamo parlato un paio di giorni fa relativamente alle abitudini di consumo e risparmio, per esaminare un altro aspetto trattato dall’indagine, e cioè i fattori che influenzano la scelta di una banca da parte dei risparmiatori. In Italia, i fattori più rilevanti sono i seguenti:

  • Commissioni basse o assenti (35%)
  • Rapporto qualità/prezzo (34%)
  • Reputazione (25%)
  • Facilità di accesso (vicinanza geografica) (4%)
  • altro (1%)

Il fattore prezzo, in termini assoluti o relativi (comparato alla qualità), è dunque il fattore principale di selezione di una banca da parte degli italiani, secondo quanto emerge dall’indagine. È interessante notare come invece abbia poco peso la facilità di accesso intesa come vicinanza geografica: anche se la ricerca non approfondisce le motiviazioni, possiamo vederla come una conferma che ormai gli italiani ritengono possibile fare la maggior parte delle operazioni online o tramite telefono, a conferma di una tendenza ormai consolidata (secondo i dati ABI, ormai un conto corrente su tre è online).

È però interessante evidenziare come i fattori rilevanti nella scelta siano significativamente diversi da un paese all’altro (l’indagine è stata condotta nei 9 paesi dove opera ING Direct — Italia, Usa, Canada, Francia, Germania, UK, Austria, Spagna e Australia), come si può intuire dal grafico (forse un po’ affollato, in verità) che segue.

Fattori di Selezione della banca, da parte delle famiglie (fonte: TNS - ING Direct)
Fattori di Selezione della banca, da parte delle famiglie (fonte dei dati: TPS - ING Direct), Italia evidenziata in rosso

Ad esempio, in UK il fattore di scelta principale è la reputazione (43%), mentre passano in secondo piano l’assenza di commissioni e il rapporto qualità prezzo (rispettivamente, 20% e 24%). Un dato che può essere letto in diversi modi: il primo è che è possibile che gli inglesi diano per scontato che le banche abbiano costi accettabili, mentre in Italia un conto “scelto male” può costare anche diverse centinaia di euro all’anno. Ma evidenzia probabilmente anche una forte attenzione all’affidabilità delle banche inglesi: probabilmente “brucia” ancora il ricordo di casi quali Northern Rock (anche se è bene ricordare che proprio il panico è stato uno dei fattori che ha condotto alla crisi della banca).

In USA, Canada e Astralia il fattore più rilevante è l’assenza di commissioni (con il rapporto qualità/prezzo che ha un peso molto inferiore), che indica come i risparmiatori di questi Paesi non siano interessati più di tanto a servizi particolarmente “avanzati”: la banca dovrebbe secondo loro probabilmente offrire servizi semplici, a costi estremamente ridotti. Un po’ il contrario dell’atteggiamento di Francia e Austria, dove invece il rapporto qualità/prezzo è considerato più rilevante, il che indica come questi risparmiatori siano interessati a servizi aggiuntivi e/o di qualità superiore, nel qual caso sono disposti a riconoscerne il valore pagando qualcosa di più per ottenerli.

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Ricerche Frequenti:

  • fattore prezzo nella scelta della banca

Indagine: come sono cambiate le abitudini di risparmio e consumo delle famiglie, di fronte alla crisi

ING Direct ha presentato nei giorni scorsi i risultati dell’interessante indagine internazionale Sociologic Trends Around Saving (trend sociologici relativi al risparmio), commissionata all’istituto di ricerca TNS nei 9 paesi in cui la banca diretta del gruppo ING è presente (Italia, Usa, Canada, Francia, Germania, UK, Austria, Spagna e Australia).

Dalla ricerca emerge, come prevedibile, che la crisi economica ha avuto un significativo impatto concreto sulle abitudini delle famiglie in tutto il mondo, spingendo verso forti cambiamenti nelle loro scelte di risparmio e di consumo, ma evidenzia una serie di aspetti e di eterogeneità che offrono numerosi spunti di riflessione.
La fotografia sul Belpaese conferma la fama di formichine degli italiani anche in questo periodo critico, identificandoli inoltre come amanti dei viaggi e della moda, che non rinunciano ai piccoli lussi quotidiani.

In Italia, il 42% delle famiglie mettono oggi meno soldi da parte rispetto all’anno scorso, la percentuale più alta tra i 9 paesi in cui si è svolta l’indagine, vicina al 40% della Francia ma nettamente lontana dal 22% dell’Austria. Ma merita di essere  evidenziato come ben il 29% delle famiglie italiane riesce addirittura a risparmiare più di prima: una percentuale che supera quella degli altri Paesi, dove il massimo è raggiunto dal 25% degli USA.

Ma questo “maggior risparmio” non deve essere confuso come maggior guadagno, infatti l’indagine evidenzia in modo chiaro come le famiglie che ci riescono, mettono via più soldi per essere pronti in caso di emergenza (41%) e per tutelarsi di fronte ad un futuro che considerano incerto (18%).

Motivazioni al risparmio (fonte TPS-ING Direct)
Motivazioni al risparmio (fonte TNS-ING Direct)

Per risparmiare di più (o almeno, cercare di far quadrare i conti) la maggior parte delle persone ha affermato di aver dovuto modificare le proprie abitudini di consumo (in Italia solo il 6% ha dichiarato di non aver cambiato comportamento).  Il 74% (il dato più alto dei nove Paesi) ha tagliato le spese superflue,  il 51% ha viaggiato meno, ma anche passato più tempo a casa (43%), e il 30% ha cercato di spostarsi più spesso a piedi. Ma anche, banalmente, il 33% degli italiani sta più attento a controllare le monete del resto, quando paga in contanti.

Nonostante la tendenza sia quella di “stringere la cinghia”, l’indagine ha evidenziato anche come ci siano “piaceri” che le persone non hanno voluto (o saputo) sacrificare. A livello internazionale, ad essere considerati intoccabili sono soprattutto cibo, viaggi e casa. In Italia la situazione è leggermente diversa, e ad essere considerati “intoccabili” sono soprattutto la moda (il 31% dichiara che non rinuncerebbe mai a rifornire il proprio guardaroba di nuovi vestiti), e la spesa per sport ed entertainment (intoccabile per circa il 20%, più alta della media), ma anche i libri o il cinema non sono elementi su cui gli italiani ritengono sia ragionevole “tagliare”.

Tra le spese che invece gli italiani avrebbero deciso di rimandare, ci sono l’acquisto di un’automobile (37%) e della casa (14%) ma anche i lavori di ristrutturazione dell’abitazione (24%).

Una curiosità: pare che la crisi non abbia avuto impatto solo sui comportamenti economici ma anche sulla vita sentimentale delle persone. In Italia, a differenza degli altri Paesi, circa il 16% delle persone sposate o in coppia ha affermato che con la crisi la propria relazione è migliorata, diventando più profonda e romantica. Tra i single, invece, l’impatto negativo è stato maggiore. Il 50% degli italiani ha dichiarato che i suoi appuntamenti sono diminuiti, anche in seguito alla riduzione delle uscite per restare “a budget”.

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Perché dovrebbe diminuire il potere della FED, e non aumentare

Nell’affrontare la crisi economico-finanziaria in USA (e soprattutto, per prevenire il suo ripetersi nel futuro), molte proposte comportano di fatto un aumento del potere della Federal Reserve. Questa prospettiva non a tutti piace. Val la pena citare un  interessante (e lungo) articolo di William Greider, in cui espone in modo molto chiaro perché alla FED non dovrebbe essere concesso maggiore potere. Sintetizzo in estrema brevità i punti principali, premettendo che si tratta di argomenti che andrebbero approfonditi (la sintesi che vi riporto è, secondo me per primo, una semplificazione eccessiva), ma si tratta in ogni caso di criticità che non possono essere semplicemente ignorate.

Veniamo dunque alle osservazioni di Greider, che ritiene che aumentare il potere della Fed:

  1. Premierebbe il fallimento: la Fed è corresponsabile della crisi che si è venuta a creare.
  2. Complessivamente, la politica attuata dalla Fed ha destabilizzato l’economia USA.
  3. La Fed non è in grado di affrontare il problema del rischio sistemico in modo oggettivo, perché ha contribuito a creare le carenze strutturali che hanno portato alla crisi.
  4. La Fed non è affidabile nel difendere gli interessi pubblici, nella definizione di accordi con le banche.
  5. Anziché mettere da parte la politica del “troppo grande per fallire”, la Fed dovrebbe abbracciarla in modo maggiore, allo scopo di regolare il “rischio sistemico”.
  6. La strada conduce allo stato-azienda, una fusione di potere pubblico e privato, dove si può creare un gruppo di potere che controlla tutta l’economia

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Il Governo tenta la tassazione delle riserve auree della Banca d’Italia, ma la BCE frena

In un articolo del cosiddetto “decreto anticrisi”, il Governo ha “tentato” di introdurre una tassazione delle riserve auree della Banca d’Italia. Diciamo “tentato” perché la Banca Centrale Europea ha dato parere negativo, almeno nei modi previsti dal Decreto. In dettaglio, l’articolo 14 prevede che “Le plusvalenze iscritte in bilancio derivanti dalla valutazione ai corsi di fine esercizio delle disponibilità in metalli preziosi per uso non industriale di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 251, anche se depositate presso terzi o risultanti da conti bancari disponibili, escluse quelle conferite in adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza alle Comunità europee, sono assoggettate a tassazione separatamente dall’imponibile complessivo mediante applicazione di un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e relative addizionali nonche’ dell’imposta regionale sulle attività produttive, con l’aliquota del 6 per cento“. Noterete che la Banca d’Italia non è esplicitamente citata dal testo, che in effetti si applicherebbe in via generale, ma è indubbio che sarebbe proprio la Banca d’Italia a fornire la maggior parte dell'”incasso” che permetterebbe questa norma.

Come accennato, la BCE ha però dato parere negativo. Il principale motivo è che la tassazione non si applicherebbe solo alle plusvalenze realizzate, ma solo a quelle maturate. In altre parole, vengono tassati profitti che potrebbero non concretizzarsi mai — o perché la Banca d’Italia non vende l’oro nelle riserve, o perché tra la tassazione e l’eventuale vendita il prezzo dell’oro può scendere. Di conseguenza, viene a crearsi una situazione che viola il “divieto di finanziamento monetario del settore pubblico da parte della banca centrale”, e limita l’indipendenza della banca centrale, dato che vi è di fatto un trasferimento di fondi arbitrario dalla Banca Centrale allo Stato (che, ricordiamo, il Trattato UE prevede siano soggetti ben distinti, allo scopo di mantenere sotto controllo l’inflazione).

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Zopa cancellato dall’elenco degli intermediari finanziari

Il 10 luglio scorso, Zopa — una delle prime piattaforme di “social lending” operanti in Italia — è stata “espulsa” dall’elenco degli intermediari finanziari, e per il momento non può continuare la propria attività, centrata su un modello di investimento innovativo, che mette in contatto diretto gli investitori/risparmiatori che prestano il denaro con chi necessità di un prestito, allo scopo di migliorare l’efficacia di queste transazioni, permettendo ad entrambi un guadagno.Il motivo di questa “espulsione” è il fatto che Zopa “acquisiva la titolarità e la disponibilità dei fondi conferiti dai prestatori, violando l’obbligo di separatezza delle disponibilità di terzi da quelle della società“. Peraltro, va detto da questa decisione che i Prestatori e i Richiedenti attualmente attivi non vengono penalizzati — viene “solo” bloccata la possibilità di effettuare nuove transazioni — con l’eccezione forse significativa che non è più possibile usufruire del “Rientro Rapido

Inutile dire che questa esclusione ha scatenato animate discussioni, da una parte chi sostiene che questa sia la dimostrazione che i sistemi di social lending sono inaffidabili e truffaldini, dall’altra chi vede nell’azione del Ministero dell’Economia e delle Finanze come una sorta di “vendetta” contro un’innovazione nel mondo della finanza.

In realtà, entrambe le posizioni sono oggettivamente fuori luogo. Se un intermediario finanziario fa qualcosa di diverso da quello che è autorizzato a fare, e soprattutto se diventa “parte in causa” nelle operazioni che gestisce — cosa che di per sé lo rende non più un semplice intermediario — è innegabile la correttezza del fatto che debbano essere presi provvedimenti, quale appunto la revoca dell’iscrizione all’albo. Si tratta di una regola generale, che non può avere eccezioni, a tutela dei risparmiatori, degli investitori e di tutti i soggetti che sono coinvolti nelle attività finanziarie. Neanche se il progetto “è bello”, come può essere nel caso del social lending di Zopa, perché fatta un’eccezione, fatte mille: le regole devono essere applicate (oltre a dove essere applicabili, ma questo è un’altro discorso). Se stessimo parlando di qualunque altro intermediario all’infuori di Zopa, non ci sarebbe il minimo dubbio sulla questione. A poco serve anche il discorso “ma si sapeva come funziona Zopa UK”, dato che (oltre ad essere società distinte) non può che fare fede quanto la società italiana aveva dichiarato che avrebbe fatto in Italia.

Questo però non vuol dire che il social lending sia un sistema che non può funzionare. Nel caso di Zopa, viene da pensare che si tratti più che altro di un’ingenuità, di una sottovalutazione delle complessità che comporta l’operare in questo campo (bisogna ammettere che se le banche “tradizionali” hanno sviluppato un certo tipo di rigidità, in parte è anche a causa delle rigidità che è necessario il sistema abbia per garantire tutela e trasparenza — per quanto certamente nel caso delle banche tradizionali spesso si sia giunti all’estremo opposto). Zopa dovrebbe essere benissimo in grado di risolvere la questione, decidendo innanzi tutto se vuole essere un puro intermediario (con i limiti che ciò comporta) oppure se vuole svolgere attività di raccolta del risparmio, con gli oneri (anche in termini di garanzie da offrire) che ciò comporta. Per il resto, il social lending continua ad avere le sue potenzialità, che chiaramente non sono quelle di sostituire in tutto e per tutto banche o intermediari finanziari “classici” (è ingenuo pensare qualcosa del genere), ma piuttosto quello di costituire un tassello adeguato a soddisfare specifiche esigenze di risparmiatori e di (aspiranti)  prestatari.

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Le banalità di un 15enne stupiscono i “manager della City”?

La relazione di uno stagista quindicenne di Morgan Stanley ha attirato l’attenzione di molti gestori di fondi, analisti e manager della “City” londinese, descrivendo l’atteggiamento verso la tecnologia suo e dei suoi coetanei. Cosa ha scritto di tanto interessante? Proviamo a sintetizzare alcuni dei punti:

  • Social Network: Facebook è popolare perché permette di interagire con gli amici su larga scala. Invece Twitter ha molti iscritti ma non è utilizzato perché i profili non li vede nessuno, e (soprattutto) mandare messaggi attraverso twitter consuma credito.
  • Giornali: gli adolescenti non leggono regolarmente i giornali, e non sono interessati a pagine e pagine di testo, ma al massimo leggono i titoli o le sintesi. Inoltre gli adolescenti sono molto restii a pagare per un giornale.
  • Film: gli adolescenti vanno spesso al cinema, soprattutto fino ai 14 anni (anche perché dopo pagano il biglietto intero da adulti), e sono interessati, più che al film in sé, allo stare con gli amici e all'”esperienza”.
  • Cellulari: dato che la maggior parte dei cellulari dei ragazzi ha Bluetooth (che è gratuito), utilizzano molto questo servizio per scambiarsi canzoni e video. Invece non utilizzano mai i servizi che vendono suonerie e sfondi, sia per la “cattiva stampa” che questi servizi si sono guadagnati, sia perché (con i telefoni moderni) è possibile recuperare su internet musica, immagini e filmati da trasferire a costo zero sul cellulare.
  • Pubblicità online: i giovani sono molto attratti dal viral marketing, che spesso crea contenuti divertenti ed interessanti. Al contrario, la trovano pubblicità “classica” sui siti come fastidiosa ed inutile.

Ora, permettetemi di dire che — con tutto il rispetto — si tratta di considerazioni piuttosto banali, e viene da unirsi a quanti sono rimasti sorpresi dalle reazioni sorprese. Che non hanno riguardato solo le categorie “finanziarie” (analisti e manager, dei quali abbiamo già avuto occasione di parlar male in passato) che citavamo all’inizio, ma anche “esperti” di marketing — preoccupati per il futuro della pubblicità sul web– o “esperti” di giornalismo — preoccupati dal futuro delle news online: come dovrà (e potrà) essere strutturata fra 10 anni, quando saranno adulti questi ragazzi “non interessati a tante pagine di testo”?

Alla serie di “banalità” che avete letto finora, permettetemi di aggiungerne un’altra: un quindicenne fra 10 anni non sarà più un quindicenne. Un concetto banale, che però sembra sfuggire a molte persone che sono abituate a confondere le trasposizioni con le elaborazioni, per individuara un trend. In altre parole, non c’è assolutamente nulla di nuovo nel fatto che un adolescente non sia interessato alle notizie e tantomeno agli approfondimenti (sarebbe piuttosto sorprendente il contrario), ma questo non vuol dire che non possa sviluppare tale interesse negli anni successivi. Pensate a voi stessi: quando eravate 15enni avreste mai letto un blog come questo? Diciamoci la verità, decisamente no, ma adesso lo state facendo. Stesso discorso sulla pubblicità online: cosa c’è di nuovo nel fatto che con un 15enne ed un 30enne il marketing debba comunicare in modo diverso? Nulla. Ovviamente, adesso ci sono tecnologie e strumenti di comunicazione diversi, per cui con un adolescente di adesso si comunica in modo diverso da un adolescente di 15 anni fa.

Allo stesso modo, parlando di servizi web, confondere “tanti iscritti” con “tanto utilizzo” è un errore dalla peggior tradizione della “new economy. Quello che conta sono gli utenti attivi, non la gente che si iscrive ma poi non torna (come è il caso di Second Life, per citare un’altra moda, in cui gli iscritti sono diversi milioni, ma gli utenti attivi sarebbero meno del 3% del totale).

Per concludere, è un po’ preoccupante da come spesso nell’interpretazione di fenomeni (sociali ed economici) si applichino spesso semplificazioni nel metodo (o nei dati) che distorcono in modo considerevoli le conclusioni. Come è oggettivamente stato il caso anche nella finanza, con il risultato che non sono state prese per tempo le contromisure che avrebbero potuto prevenire (o quantomeno contenere) la crisi economica.

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Per coprire le nuove emissioni di debito pubblico USA serve il 5% del PIL mondiale

Nonostante l’economia sembra si stia stabilizzando, continuano le preoccupazioni per il futuro. Un problema, già più volte sollevato, è quello del debito pubblico che i vari Stati stanno emettendo per coprire i costi degli interventi anti-crisi. Diverse stime indicano che a livello globale, gli Stati dovranno emettere quest’anno poco meno di 6.000 miliardi di dollari di nuovo debito, una cifra enorme in cui gli USA pesano per più del 50%, con oltre 3.000 miliardi di nuovo debito (nella cifra, oltre che il debito federale, è compreso quello dei singoli stati).

Sottolineiamo che questa cifra riguarda le nuove emissioni di debito, che va a sommarsi ai livelli di debito già esistenti. In quest’ottica, non è sbagliato confrontare queste cifre con il PIL — dato che se c’è qualcuno che chiede un prestito (gli Stati), perché le cose funzionino deve esserci qualcuno in grado di prestare denaro. Confrontiamo il nuovo debito con la “nuova ricchezza generata”, per capirci.

Bene, il problema è che il PIL del pianeta non è infinito, ma può essere stimato intorno ai 60.000 miliardi di dollari (nel 2008, era un po’ sopra questo valore): nuovo debito per 6.000 miliardi vuol dire che serve tra il 9 e il 10% del PIL mondiale per coprire il nuovo debito emesso dagli Stati (il 5% solo per gli USA). A prescindere dal significato statistico della stima, valori di questo tipo comportano pesanti e non trascurabili effetti sull’economia mondiale. Principalmente per due motivi:

  • la scarsità di risorse disponibili rispetto a quelle richieste, dal punto di vista di equilibiro di mercato implica che il debito pubblico (i Titoli di Stato) deve essere maggiormente remunerativo per chi lo acquista: visto dal punto di vista dell’emettittore, si traduce in un maggior costo del debito per gli Stati.
  • la maggiore remuneratività del debito pubblico però lo fa entrare in competizione anche con gli investimenti alternativi, e potrebbe finire con lo scoraggiare gli investimenti nei settori industriali (un investimento nel settore privato comunque deve rendere un “delta” in più rispetto all’acqusito di Titoli di Stato) o quantomeno sottrarre risorse, che sarebbero però necessarie per il rilancio dell’economia, e quindi quantomeno rallentare la ripresa.

Ad oggi, questi problemi non sono probabilmente delle immediate emergenze (i Titoli di Stato, anche italiani, hanno al momento rendimenti ridottissimi, a causa dell’elevata domanda), ma si tratta di problematiche da tenere in debita considerazione, per evitare appunto che emergenze si verifichino.

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Intesa Sanpaolo ed Enel.si assieme per il fotovoltaico

Intesa Sanpaolo ed Enel.si (la Società di Enel Green Power specializzata nell’installazione di impianti da fonti rinnovabili) hanno firmato un accordo per consentire a famiglie e imprese di ottenere finanziamenti agevolati per l’acquisto e installazione di impianti fotovoltaici.  L’obiettivo comune è promuovere, con gli strumenti finanziari dedicati offerti da Intesa Sanpaolo, la realizzazione di impianti fotovoltaici, per cui sono disponibli gli incentivi economici messi a disposizione dal Gestore del Servizio Elettrico attraverso il “Conto Energia”.

Intesa Sanpaolo ha messo a disposizione l’esperienza maturata nella predisposizione di soluzioni finanziarie personalizzate in funzione delle specifiche esigenze della clientela, realizzando finanziamenti ad hoc per gli investimenti in questo ambito (sia con formule tradizionali che di leasing), tutti compatibili con gli incentivi statali.

Intesa Sanpaolo ha sempre sostenuto lo sviluppo delle energie rinnovabili attraverso la vasta gamma di servizi e finanziamenti messi a disposizione” – spiega Giuseppe Castagna, responsabile della Direzione Corporate Relationship Management di Intesa Sanpaolo –  “Per questo motivo la nostra Banca è stata la prima in Europa a ricevere il marchio ‘Sustenergy – Energia Sostenibile per l’Europa‘, istituito dalla Commissione Europea. Un impegno rafforzato dall’accordo siglato con il Ministero dell’Ambienteitaliano per intensificare la cooperazione in materia di risparmio energetico e promozione delle energie rinnovabili. Proseguendo su questa strada Intesa Sanpaolo ha voluto sottoscrivere l’accordo con Enel.si per agevolare ancor di più le imprese e le famiglie che intendono investire e utilizzare le opportunità che il settore dell’energia pulita e del controllo delle emissioni rappresenta“.

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