Monthly Archives: giugno 2009

L’Italia aspira a diventare un dormitorio o un paese evoluto? Il caso del divieto all’asilo "rumoroso"

Premessa. Lo sviluppo economico di un Paese si basa sulle “3T”: Talenti, Tecnologia, Tolleranza, che devono essere congiuntamente presenti. Il motivo è che questi fattori sono indispensabili per creare un ambiente che favorisca la creatività, che è la base dell’innovazione e dello sviluppo.
Questa, è bene sottolineare, non è un idea hippy o qualcosa del genere, è una teoria economica (in senso scientifico, non di “congettura”…) ampiamente sviluppata e consolidata: basti pensare che sulla base degli indici relativi a “talento”, “tecnologia” e “tolleranza” si prevede molto facilmente il posizonamento agli ultimi posti dell’Italia nelle “classifiche” dell’OCSE relative alla produttività.

Per questo motivo, è decisamente preoccupante la crescente intolleranza che si riscontra nel nostro Paese. Intolleranza che spinge a lottare con tutto quello che interferisce nelle abitudini. E trasformare l’Italia in un gigantesco dormitorio. O forse ospizio, visto l’invecchiamento della popolazione. Con buona pace dello sviluppo dell’economia. Avevamo già parlato qualche mese fa della difficoltà di attrarre talenti nel “Paese dei divieti”.

Ora si aggiunge un nuovo tassello a questo quadro di intolleranza: un giudice di un comune in provincia di Pavia ha imposto ai bambini di una scuola materna di giocare “in silenzio”. Già, perché i bambini (dai 2 ai 4 anni) con la loro rumorosità disturbavano il condominio a fianco.

Non mi dilungo sul fatto che i bambini abbiano bisogno di giocare (che non vuol dire guardare la tv o usare i videogiochi…), per poter avere un corretto sviluppo fisico e mentale, che dovrebbe essere un concetto alla portata di tutti. L’aspetto che mi pare il caso di evidenziare è che a mio parere questo è la dimostrazione definitiva che i divieti, in Italia, non hanno lo scopo di proteggere la sicurezza o i diritti, ma piuttosto quello di tutelare un malinteso principio di “quiete”, di protezione degli spazi personali, l’evoluzione del ben noto atteggiamento che in inglese viene chiamato “not in my back yard” (non nel mio giardino, spesso abbreviato in NIMBY), che porta a lottare sia tanto contro gli inceneritori che contro le centrali eoliche.

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Ricerca: i rendimenti delle imprese aumentano se ci sono dipendenti con cariche politiche

Un paper di ricerca realizzato da due ricercatori della Banca d’Italia (ma, val la pena evidenziare a scanso di equivoci, che come per tutti i lavori di questo tipo non rappresenta una posizione ufficiale della Banca d’Italia stessa) mostra come la performance delle imprese che hanno “connessioni politiche” (cioè quelle che hanno dipendenti con cariche in amministrazioni locali) sia più elevata di quella delle imprese che non ne hanno, e la cosa sarebbe più evidente quanto più le imprese “dipendono” dalla domanda pubblica. Questi effetti sarebbero significativi solo quando i dipendenti “connettori” fanno parte della coalizione di maggioranza dell’amminstrazione locale.

L’analisi è basata su un campione di più di 1200 imprese manifatturiere italiane nel periodo 1985-1997. Il risultato più rilevante dell’analisi empirica svolta dai ricercatori è che il fatturato e i profitti delle “imprese connesse” sono maggiori di circa il 5% di quelle “non connesse” (a parità delle altre condizioni), ma come detto solo nel caso in cui la connessione avvenga tramite dipendenti nelle coalizioni di maggioranza, ed sarebbe interamente spiegato dalle maggiori vendite sul mercato domestico, cioè non legato alle esportazione, e sarebbe tanto più rilevante quanto il settore (o l’area geografica) presenti una dipendenza maggiore dalla “domanda pubblica”.

Il maggiore fatturato e profitti non sarebbero giustificati da una maggiore efficienza, infatti la produttività (che il paper misura come quantità prodotta a parità di input), non apparirebbe influenzata dalla presenza di connessioni politiche.

La conclusione del paper è quindi abbastanza obbligata: “le imprese connesse beneficiano di un accesso privilegiato alla domanda delle amministrazioni locali che non dipende da caratteristiche intrinseche del bene prodotto o dell’impresa“. In altre parole, il legame imprese -politica creerebbe una distorsione nella spesa pubblica, spingendo apparentemente per un’allocazione delle risorse non ottimale.

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Cosa manca per risolvere la crisi finanziaria?

Abbiamo spesso scritto che le misure con cui si è finora affrontata la crisi finanziaria non sono state ottimali, impiegando spesso enormi risorse per curare qualche sintomo piuttosto che la malattia. Ma cosa bisognerebbe fare per risolvere, o quantomeno per affrontare più efficacemente, la crisi?

Val la pena prendere spunto da un post di Barry Ritholtz che sintetizza in modo efficace alcuni temi che non sono stati finora affrontati.

  1. Riforma delle agenzie di rating. È noto che il sistema di rating non ha funzionato: non è un problema secondario, dato che se le agenzie non avessero indicato come massimamente affidabili titoli che poi si sono rivelati spazzatura, questi avrebbero avuto una diffusione molto minore. Con una conseguenza che Ritholtz evidenzia correttamente, e cioè che se questi titoli fossero stati più difficili da piazzare sul mercato, le banche americane avrebbero fatto molti meno “sforzi” per generare questi titoli, perché non avrebbero avuto la possibilità di soldi (apparentemente) così facili.
  2. “Normalizzare” i derivati. È stato fatto qualcosa per migliorare la trasparenza del mercato dei derivati, ma finora molto poco, sia dal punto di vista della trasparenza degli scambi, sia sulle riserve e garanzie che deve offrire chi li tratta: in effetti se la loro funzione è quella di fare da “assicurazione” finanziaria, dovrebbero richiedere obblighi analoghi a quelli di una normale assicurazione.
  3. Se ci sono banche troppo grandi per fallire, allora devono diventare più piccole. È evidente che ci sono troppi soggetti che hanno un peso eccessivo, creando distorsioni nei mercati, sia perché in queste condizioni non sono più validi gli assiomi su cui si basa la teoria dei mercati, sia perché crea una serie di dipendenze tra i vari soggetti non facilmente gestibili secondo regole generali, e non ultimo perché crea un “potere” per questi soggetti (che possono implicitamente contare sul fatto che ne verrà impedito il fallimento).
  4. Ridurre la leva finanziaria. C’è poco da fare: una leva eccessiva significa un rischio eccessivo, ed è indispensabile ridurla. Per quanto questo, non va trascurato, implichi una contrazione delle risorse investite, e quindi della domanda di titoli, e di conseguenza una riduzione del loro prezzo. Ma continuare a tenere artificialmente (adesso che i rischi sono diventati evidenti) valori alti non può essere la soluzione della crisi.
  5. Ripristinare le normative introdotte dopo la crisi del ’29, e abolite a partire della fine degli anni ’80. Per quanto si possa discutere sulle dimensioni dell’impatto dell’abolizione di queste norme — se sia la “vera” causa della crisi o sia invece del tutto marginale — non si può considerare certamente negativo ridurre i conflitti di interesse nel mondo finanziario, ripristinando in modo più incisivo la distinzione tra banca commerciale e banca d’investimento.

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I conti a rischio della California

La California naviga in pessime acque, dal punto di vista economico, con un debito di oltre 24 miliardi di dollari che deve trovare il modo di ripianare in tempi molto brevi. Un problema non da poco, dato che il Governo Federale USA ha escluso la possibilità di un “salvataggio” da parte dell’amministraizone centrale. Una scelta obbligata, dato che se da un lato 24 miliardi di dollari non sono una cifra enorme, confrontata con i numeri della crisi finanziaria, creerebbe un precedente “pericoloso” perché impedirebbe di rifiutare altri “salvataggi” in futuro: in base a che principio si dovrebbe ripianare il debito della California e non quello del Delaware o del Wyoming, se anche questi Stati non avessero i conti a posto? E perché (da un classico punto di vista di moral hazard) uno Stato pesantemente indebitato dovrebbe essere soccorso, mentre uno poco indebitato dovrebbe continuare a subire il peso del deficit? Ma intervenire per ripianare il debito di tutti e 50 gli Stati dell’Unione non è pensabile.

Le difficoltà finanziarie dei singoli Stati, però, getta una nuova luce sulla crisi economica USA. Infatti, la conseguenza più banale è che gli Stati in difficoltà dovranno mantenere livelli di tassazione locale relativamente elevata, e livelli di spesa relativamente bassa. Il che vuol dire da una parte diminuzione del reddito netto disponibile per i contribuenti residenti, dall’altro una potenziale riduzione dell’occupazione, dato che diminuisce la domanda di beni e servizi da parte dell’amministrazione statale.

Insomma, sembrerebbe che siamo di fronte ad una nuova conferma che le sfide che gli USA devono affrontare per uscire dalla crisi economica e finanziaria sono decisamente impegnative, e tutt’altro che già vinte.

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Il "futuricidio" della Lettonia (e le analogie con l’Italia)

La grave crisi finanziaria della Lettonia sta conducendo il governo del Paese ad una serie di tagli delle spese per contenere il grave deficit. Tagli le cui modalità però stanno sollevando alcune critiche, tanto da far parlare qualcuno di un vero e proprio “futuricidio”, dato che rischia di minare le basi per un futuro “sano” per il paese baltico.

Assieme alla sanità, sarebbe infatti la scuola a subire massici tagli negli investimenti. L’aspetto problematico è che, secondo le critiche, non si tratterebbe di una “razionalizzazione” della spesa, ma di un pericoloso taglio indiscriminato.

Il caso della scuola è significativo perché facilmente comprensibile. Infatti, è previsto un significativo taglio degli stipendi per gli insegnanti, che è destinato a generare una “selezione avversa“. In altre parole, è verosimile che gli insegnanti più abili cambieranno lavoro (o addirittura emigreranno fuori dalla Lettonia), mentre rimarranno solamente quelli con minori capacità. Un fatto non trascurabile, dato che la scuola è, come abbiamo evidenziato in passato, l'”investimento sul futuro” per definizione, e il risultato verosimile è quello di togliere competitività al paese nel medio-lungo termine (ma neanche poi tanto lungo, effetti potrebbero sentirsi già entro 5 anni).

Si tratta di una critica “interessante”, dal nostro punto di vista, anche perché è del tutto analoga ad alcune problematiche che abbiamo più volte evidenziato sull’atteggiamento italiano verso la spesa pubblica. È ben diverso infatti, razionalizzare dal tagliare, per quanto entrambe le azioni comportino un risparmio di costi: nel primo caso, l’efficacia viene mantenuta, nel secondo no.

Ma cosa vuol dire razionalizzare? Nel caso della scuola, per la Lettonia, le problematiche che i critici evidenziano sono una elevata dispersione (troppe piccole scuole) e un rapporto sbilanciato tra docenti e studenti, con un eccesso dei primi, che idealmente richiederebbe una selezione degli stessi per individuare quelli più abili e incentivarli, migliorare le competenze di quelli un po’ meno abili e affidare attività diverse dall’insegnamento a quelli “peggiori”. Fattibile? In realtà, per quanto sulla carta sia perfettamente logico, mettere in pratica una soluzione del genere non è così semplice. Per quanto non ci siano molte strade diverse che garantiscono un’analoga efficacia.

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Il dollaro perde terreno come moneta di riserva internazionale?

Il dollaro è sempre stato per eccellenza la moneta utilizzata come riserva da parte dei paesi di tutto il mondo, oltre che la moneta più utilizzata per le transazioni a livello internazionale. Secondo alcuni, proprio questo ruolo avrebbe favorito un supporto internazionale “non ufficiale” alle scelte “anti-crisi” del Governo USA, dato che i paesi con grandi quantità di dollari nelle proprie riserve rimarrebbero penalizzati da una forte svalutazione del dollaro, Cina in primis, dato che è proprio la Cina il paese primo detentore di dollari al mondo.

Se però questa “protezione del dollaro” è stata la conseguenza nell’immediato, è un dato di fatto che la crisi economica internazionale sta spingendo verso una revisione delle composizioni delle riserve, in termini di valuta, quantomeno “alleggerendo” il peso del dollaro. Per la verità, va detto che questo trend è in corso da tempo, con l’Euro, che dalla sua nascita, ha lentamente eroso spazio al dollaro: se “fughe” dalla moneta USA sono improbabili, la diminuzione dell’affidabilità economica degli USA sembra stia accelerando il trend in cui il dollaro perde terreno rispetto ad altre monete.

La Cina avrebbe tagliato rispetto al 2008 gli acquisti di Titoli di Stato USA (e quindi, di dollari), e starebbe vendendo parte delle riserve di Titoli di cui è in possesso. La Russia starebbe tagliando anch’essa gli acquisti di titoli denominati in dollari, per preferire quelli in SDR (Special Drawing Rights – fondamentalmente una sorta di moneta virtuale basata su un paniere composto da tutte le principali monete mondiali). In Giappone, in vista delle elezioni, il partito d’oppozione avrebbe messo nel programma l’impegno di evitare l’acquisto di Titoli USA. Anche i paesi esportatori di petrolio sarebbero messi in difficoltà dalla crescente volatilità del cambio con il dollaro, che crea ripercussioni in termini di stabilità economica. Anche i paradisi fiscali verosimilmente taglieranno gli acquisti di dollari, per il semplice motivo che i fondi che vi hanno sede sono stati fortemente ridimensionati dalla crisi.

Questo scenario pone grossi interrogativi per l’economia USA: la posta in gioco non è infatti un astratto primato morale del biglietto verde, ma il costo del debito nazionale degli Stati Uniti. Infatti, in pratica stiamo parlando di una contrazione — non facilmente quantificabile, ma certamente non trascurabile — della domanda di Titoli di Stato USA. Il che vuol dire che per “piazzare” il debito sul mercato, questo dovrà offrire un rendimento maggiore: cioè costi maggiori. Inoltre la minore domanda di titoli in dollari comporta una minore domanda di dollari (per questo motivo può sembrare che in questo post abbiamo fatto un po’ di confusione tra le due cose), e quindi rende verosimile una svalutazione della valuta americana. Un fatto che però peserebbe sulla bilancia commerciale USA, dato che aumenterebbe il costo di tutte le importazioni.

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USA: allo studio un "Consiglio dei Regolatori" per tenere sotto controllo i rischi della finanza

La necessità più importante da affrontare riguardo la crisi finanziaria è creare le condizioni per evitare il suo ripetersi in futuro. Una necessità prioritaria anche rispetto all’affrontare le (gravi) problematiche contingenti della crisi, perché il rischio è altrimenti quello di creare le condizioni per una prossima crisi, ancora più grave.

L’esigenza, come abbiamo scritto più volte anche su questo blog, è quella di regolamentare in modo più efficace e trasparente il sistema finanziario. Negli USA è allo studio una revisione del sistema, che a quanto pare esclude l’ipotesi (ventilata in precedenza) di un regolamentatore unico a supervedere tutte le problematiche finanziarie, ma prevede la creazione di un “Consiglio dei Regolatori” per coordinare meglio il lavoro dei diversi organismi, risolvendo situazioni di conflitto di autorità o di “buchi” del controllo. Il “regolamentatore unico”, in effetti creava alcune problematiche di competenze e capacità, nonché di metodologie operative — può aver senso che per controllare soggetti finanziari di tipologie diverse servano capacità e modi di operare diversi. È però molto importante che il lavoro sia coordinato e “consistente”, cioè deve esserci uniformità di valutazione, per quanto possibile.

Oltre al “Consiglio dei Regolatori”, il progetto del Governo USA prevede alcuni altri elementi interessanti:

  • Gli istituti che originano o intermediano “securitizzazioni” (l’accorpamento di diversi crediti in un solo strumento di investimento) devono mantenervi un interesse finanziario nel suo andamento. Questo per frenare la creazione di titoli spazzatura, dato che chi li producesse non potrebbe semplicemente “rifilarli al mercato”.
  • Dovrà essere istituito una regolamentazione di gestione dei fallimenti che permetta di guidarli (anche attraverso scomoposizioni societarie) in modo più ordinato, specialmente quando si parla di soggetti che hanno un grande impatto sul sistema economico (grossi fondi, grandi banche o grandi assicurazioni).

Si tratta di idee certamente interessanti, che si affiancano ad altre degne di nota (come la necessità di prevenire il “prestito predatorio, e la riconosciuta necessità di operare in modo coordinato a livello internazionale), e che se implementate bene possono avere una certa efficacia nel prevenire il ripetersi di una crisi finanziari come quella attuale. È necessario però non considerare il problema già risolto: il mettere in pratica delle soluzioni buone sulla carta, non è certo un passo sempre facile.

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I paesi del "BRIC" mostrano segnali di disaccoppiamento dalle economie occidentali. Perché è importante.

Le economie cosiddetto gruppo BRIC — Brasile, Russia, India e Cina — stanno iniziando a mostrare segnali di disaccoppiamento dalle economie di USA ed Europa. In altre parole, il loro andamento inizia ad essere indipendente dall’andamento delle economie “occidentali”: avevamo ad esempio scritto qualche giorno fa delle ragioni “interne” della crescita di produzione in Cina.

In questo senso, è molto significativa la performance dell’indice FTSE EM, che misura la performance dei mercati emergenti, cresciuto di circa il 41% da inizio anno, contro un ben più modesto 7,2% dei paesi sviluppati, misurata dall’indice FTSE All World developed markets (dati da FT.com). Nonostante vada tenuto presente che in precedenza i mercati emergenti avevano sofferto maggiormente la crisi fianziaria, un eventuale disaccoppiamento della loro economia sarebbe molto importante: infatti, la presenza di economie disaccoppiate è un elemento indispensabile per una ripresa economica.

La ragione è molto semplice: in una crisi, si ha un calo della domanda, che causa un calo della produzione, che a sua volta comporta una diminuzione dell’occupazione, portando ad un ulteriore calo della domanda. Tipicamente, nelle crisi “locali”, la spirale negative viene interrotta dalle esportazioni, che sostengono la domanda (e quindi l’occupazione locale). In una crisi globale, però, dove tutti i paesi hanno un andamento economico “accoppiato”, questo meccanismo non si attiva perché anche la domanda esterna si contrae. Tant’è vero che questo aveva fatto ironicamente dire a Paul Krugman che in questo caso “si può uscire dalla crisi solo trovando un altro pianeta su cui esportare…”.

La ripresa di alcune economie emergenti però crea potenzialmente le condizioni perché il meccanismo di “freno” della crisi si attivi. Serve però un cambio di visione strategica, non vedendo più paesi, come Cina e India, paesi da cui importare merce a basso costo, ma servirebbe che diventassero paesi verso i quali riuscire ad esportare. Il che però richiede anche la capacità di proporre prodotti e servizi ad elevato valore aggiunto, che i mercati locali dei paesi emergenti possono trovare conveniente importare, e non certo prodotti che per competere puntano sul prezzo…

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Il ritorno degli hedge fund

Gli hedge fund hanno sofferto fortemente la crisi finanziaria, subendo pesanti perdite e in alcuni casi finendo costretti alla chiusura. È quindi una notizia significativa il fatto che il mese di maggio abbia segnato un recupero per gli hedge fund, anzi, il miglior risultato dal 2000, con un guadagno dell’Eurekahedge Hedge Fund Index del 5,2% (si tratta un indice che misura appunto la performance complessiva dei fondi hedge).

I fondi hedge sono fondi sostanzialmente speculativi, finiti più volte sul banco degli accusati, non solo durante la crisi attuale. Ciononostante, il loro recupero può essere considerato un dato positivo. Non certo per il “ritorno della speculazione”, quanto piuttosto perché la loro performance indica alcuni elementi importanti.

Il primo è che il sistema finanziario sta ricominciando a normalizzarsi, che è un dato importante per un corretta circolazione dei capitali, e che potenzialmente quindi anticipa anche una normalizzazione del mercato del credito, fondamentale per l’economia reale. Questo principio di normalizzazione da un certo punto di vista costituisce un rischio, perché potrebbe far sentire come meno pressante la necessità di rivedere il funzionamento dei mercati finanziari, e quindi impedire l’attuazione di misure adeguate a prevenire il ripetersi di crisi come quella attuale.

Il secondo è che è accompagnato da aspettative di recupero dell’economia reale, e la performance quindi sarebbe coerente con uno scenario in cui le azioni e i mercati finanziari in genere “anticipano” la ripresa come dovrebbe essere nella natura delle azioni. Questo “anticipo” secondo molti tipicamente è di circa 6-8 mesi, il che vuol dire che non ci si deve attendere che la ripresa sia immediata — anzi, forse dobbiamo ancora toccare i momenti più difficili — ma c’è luce alla fine del tunnel.

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USA: deficit "esploso" per i costi della crisi… o della gestione Bush?

Uno dei problemi dei vari interventi di “salvataggio” (TARP in primis) dell’economia americana da parte del Governo USA è costituito dal loro costo, facendo crescere in modo sostanziale il deficit, con conseguenze non solo sull’affidabilità del governo USA come debitore (che certamente diminuisce, ma in modo marginale), ma soprattutto sulla necessità di applicare nei prossimi anni politiche fiscali che permettano di “rientrare” parzialmente del deficit (e Obama in questo momento è sotto accusa per non aver ancora fissato politiche chiare in questo senso), o quantomeno di non farlo crescere ulteriormente, con le conseguenze immaginabili sui contribuenti americani.

Un interessante articolo del New York Times dei giorni scorsi mostra però mette sotto accusa la passata presidenza Bush, che avrebbe impostato la strada verso i conti in rosso.
Infatti, Bush nel 2001 aveva ereditato da Clinton una nazione che poteva vantare conti che “promettevano” un attivo annuale di oltre 800 miliardi di dollari. A trasformare questo attivo in un deficit di quasi 1.200 miliardi di dollari (che vuol dire 2 trilioni di dollari in meno…) non ci sarebbero solo gli interventi a supporto dell’economia e il ciclo economico sfavorevole (che chiaramente si traduce in minori entrate fiscali) ma le scelte economiche fatte durante l’amministrazione di George Bush, un misto di spese pubbliche e di tagli fiscali che si sono tradotti in azzeramento dell’attivo, portando i conti in rosso, a circa 100 miliardi di dollari di deficit.

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Veneto: un sistema economico a basso valore aggiunto?

Approfittando del fatto che la Banca d’Italia in questo periodo sta rilasciando una serie di bollettini sulle economie regionali (che speriamo di aver modo di esaminare una ad una nei prossimi giorni), ci sembra interessante analizzare il caso del Veneto, che per certi versi sintetizza diversi dei “mali” deli sistema economico italiano — ricordiamo che il nostro Paese è stato tra i primi a segnare una contrazione del PIL, già nel 2008.

Il Veneto, pur vantando una situazione economico-produttiva più solida rispetto ad altre Regioni d’Italia, presentava comunque una serie di criticità che rendono l’economia regionale esposta al rischio.

  • Peso rilevante delle esportazioni, ma soprattutto una loro concentrazione, in particolare sul mercato europeo (che pesa per il 60% delle esportazioni), che ha “trasferito” nella Regione direttamente la crisi dei principali “paesi clienti”, anche più che rispetto al resto d’Italia (le esportazioni verso la UE sarebbero diminuite del 7,8%, rispetto ad un -3,7% medio nazionale). Questa “concentrazione”, tra l’altro, è uno degli elementi che non ha permesso di cogliere appieno le opportunità offerte dalla fase di sviluppo nell’ultimo decennio.
  • Grosso peso della subfornitura: il Veneto vanta importanti realtà che operano nel campo della componentistica, che però non avendo accesso diretto al mercato finale si trovano a subire in modo amplificato gli effetti della crisi, dato che una riduzione delle vendite da parte del produttore si traduce anche in un aumento delle scorte e quindi in un amplificata (o quantomeno, repentina, e quindi più difficilmente gestibile) diminuzione degli ordini verso il subfornitore — ecco che si spiega la diminuzione delle esportazioni oltre la media nazionale. Questa diminuzione di ordini può comportare ulteriori problemi, dato che non è infrequente che la realizzazione di uno specifico componente per uno specifico cliente comporti dei costi fissi (legati non solo all'”attrezzaggio” della linea produttiva, ma anche alla realizzazione di prototipi o ad una parziale ingegnerizzazione), che quindi vanno ad erodere ancora di più i margini.
  • Concentrazione della produzione sul prodotti a basso valore aggiunto, in cui da un lato i competitor sono spesso paesi emergenti, che possono contare su un vantaggio competitivo grazie a costi più bassi, e dall’altro sono i primi a subire le conseguenze della crisi, dato che in contesti come questo i clienti diventano più esigenti, pretendendo un elevato rapporto qualità/prezzo (avendo pochi soldi, vanno spesi meglio). Dato che nel nostro Paese non è possibile ridurre oltre misura i costi, diventa fondamentale la necessità di proporre “valore reale” al cliente, una strada che solo da poco le imprese del Veneto, come quelle italiane in generale, stanno iniziando ad imboccare con maggiore convinzione.

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Petrolio: prezzo doppio rispetto a inizio anno. Segnale di ripresa o di speculazione?

Il prezzo del petrolio ha superato a inizio giugno i 70$ al barile, più del doppio del prezzo toccato a febbraio (34,03$ per il WTI). Il prezzo del petrolio è un indicatore importante perché un aumento della domanda di petrolio — e in generale, di energia — indicherebbe un aumento dell’attività economica, e quindi un principio di ripresa. Purtroppo però, al momento non è chiaro se questo aumento di prezzo dipenda da un aumento della “domanda reale”: secondo diversi analisti, sarebbe da ricondurre piuttosto ad un “rientro” nel mercato dei fondi di investimento, che creerebbero quindi una sorta di “domanda speculativa”.

Questa distinzione è rilevante anche ai fini delle previsioni sull’andamento futuro del prezzo del petrolio: se la domanda è principalmente speculativa, allora è verosimile che questo rialzo di prezzo non sarà duraturo. In quest’ottica, però, gli analisti (tra cui Citigroup e TD Bank, secondo il sito di Nouriel Roubini) in genere non si aspettano un ritorno ai prezzi di inzio anno, ma piuttosto una discesa, nella seconda metà del 2009 verso un prezzo tra i 50 e i 60 dollari. Questo probabilmente va ricondotto sia ad un “abbandono” dello “scenario apocalittico” ma anche al fatto che comunque la presenza di “investitori speculativi” sarà certamente maggiore rispetto ad inizio anno, dato che le finanziarie vivono un momento di maggiore chiarezza (e quindi, di disponibilità ad investire) certamente maggiore rispetto al “caos” di inizio anno. Ma a contribuire a questo scenario c’è anche la convinzione che i Paesi OPEC cercheranno di difendere un prezzo di almeno 50$, per proteggere i loro bilanci.

Tuttavia, nonostante la domanda di petrolio in Europa ed USA appaia stazionaria, sembrerebbe che vi sia un aumento di domanda da parte dei “paesi emergenti”, per i quali vi sono segnali di (lento) riavvio dell’economia. Se questa “domanda reale” fosse solida, allora il prezzo del petrolio potrebbe rimanere ai livelli attuali o continuare a salire leggermente (in quest’ottica, viene indicato un potenziale prezzo intorno ai 75$/barile): infatti è difficile aspettarsi grossi picchi della domanda, finché non vi sarà una ripresa più ampia.

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Ma in Polonia il PIL cresce

Abbiamo spesso parlato delle grosse difficoltà economiche dei paesi dell’Est Europa (ad esempio, l’Ungheria), e val la pena citare una significativa eccezione, la Polonia, il cui PIL nel primo trimestre 2009 è cresciuto, su base annua, dello 0,8%. Secondo quanto riporta Bloomberg, è cresciuta anche la spesa nel settore immobilare, del 3,3%, a rendere ancor più significativa l’eccezione.

Il motivo di questo risultato è probabilmente da ricondurre a due elementi significativi:

  • Ridotta dipendenza dalle esportazioni, che pesano “solo” per il 40% del PIL, contro ad esempio il 60% della Lituania o l’oltre 75% della Repubblica Ceca, che ha reso la Polonia meno esposta al “contagio” della crisi negli altri Paesi.
  • Maggiori “dimensioni” dell’economia, con un PIL nominale di oltre 525 miliardi di dollari che mette la Polonia al 19° posto mondiale, decisamente maggiore degli altri paesi dell’area, che probabilmente implica una maggiore diversificazione dell’economia, e quindi una minore esposizione al rischio.
  • Una precedente crescita meno “esplosiva”, ma evidentemente più sostenibile, meno basata su elementi speculativi. Che potrebbe essere una conferma della tesi che la crisi finanziaria nasce in realtà dalla de-sopravvalutazione di molti valori economici.

Anche se la Polonia ha ricevuto un prestito dal Fondo Monetario Internazionale, il tipo di intervento del FMI è diverso che in paesi quali Lettonia, la già citata Ungheria o l’Ucraina. Non un “soccorso”, ma un prestito tagliato su misura di un debitore affidabile.

Va sottolineato un aspetto non secondario: il ridotto peso dalle esportazioni ha permesso anche di non “difendere” più di tanto la moneta nazionale, con lo Zloty che ha perso circa il 30% sull’Euro, e quindi di risparmiare le risorse che ciò avrebbe consumato.

L’aspettativa è comunque un leggero peggioramento dello “stato di salute” dell’economia nei prossimi trimestri, ma l’attesa è per una crescita forse anche negativa, ma molto vicina allo zero. Che di questi tempi, è quasi un record.

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Lazio: Pil meglio della media nazionale

Secondo le valutazioni degli analisti di Banca Monte dei Paschi di Siena (basate sulle rilevazioni delle Camere di Commercio) il PIL Lazio è diminuito meno della media nazionale: -0,1% nel 2008, contro il -1% dell’Italia. Questo risultato è ottenuto nonostante la sofferenza dei settori dell’industria e delle costruzioni, e sarebbe da attribuire ad una sostanziale tenuta del settore dei servizi.

Il caso è particolarmente interessante, perché sarebbe la conferma che il “pensare” paga più del “fare”, quest’ultimo inteso come settore industriale produttivo. Del resto, è da tempo che si evidenzia come il nostro Paese dovrebb puntare molto di più sull’aumento del valore aggiunto: una chiave per affrontare il problema della bassa produttività (e dei conseguenti bassi redditi) molto più efficace del “lavorare di più” che ogni tanto si sente proporre.

In effetti, nel Lazio si avrebbe un rapporto tra spesa pubblica in ricerca e sviluppo e Pil circa doppio della media nazionale, ed un forte peso delle esportazioni, ma molto più diversificate rispetto ad altre aree d’Italia: l'”area Euro” pesa “solo” per il 40%, il resto dell’Europa il 22%, e il 10% gli USA. Questa diversificazione permette a livello complessivo di soffrire meno le difficoltà dei singoli paesi destinatari.

Dati insomma positivi e confortanti, ma a cui va aggiunto un “sospetto”, e cioè che i servizi che trainano l’economia del Lazio siano supportati dall’indotto delle amministrazioni pubbliche centrali (che potrebbero avere una elasticità della spesa — anche verso il basso — minore del comparto privato), cosa che chiaramente renderebbe non replicabile (almeno, non totalmente) il “modello Lazio” nelle altre Regioni.

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