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Secondo i dati di una ricerca commissionata da Banca Popolare di Milano, e presentata in collaborazione con Etica Sgr, solo il 7% dei “potenziali utenti” sa dare una definizione corretta di “fondo etico”. Si tratta di un’indagine condotta su un campione di clienti di BPM, che mostra come, se da un lato vi sia interesse verso la tematica (il 35% del campione dice di “conoscere” i fondi etici, e il 25% dice di essere “molto interessato” ad essi come investimento), la conoscenza di questo tipo di fondi sia ancora molto poco sviluppata: indica che ci sono potenzialità di sviluppo per il mercato dei fondi etici, ma anche che gli investitori e i risparmiatori devono sviluppare maggiormente la loro “cultura finanziaria”.

Il limite, a nostro parere, è l’approccio “emotivo” alle problematiche della finanza etica. In altre parole, il punto non è soltanto che è “bello” o “giusto” investire in modo etico, ma anche che l’investimento funziona meglio. Questo perché, come abbiamo scritto tempo fa, etica e finanza sono perfettamente compatibili: in pratica, l’etica obbliga ad un’ottica di lungo periodo. Esempio banale: immaginate un’azienda in mezzo ad un bosco di cui lavora la legna. Se taglia gli alberi in modo intelligente, il taglio degli alberi sarà compensato dalla crescita di nuove piante. Se invece taglia tutto il bosco, quello che succede è che l’azienda deve chiudere, perché non ha più legno da lavorare, o come minimo aumentano i costi perché deve farsi arrivare il legno da lontano.

Non sorprende quindi che i fondi etici abbiano segnato risultati sopra la media, nel corso della crisi, dato che l’orientamento implicito al lungo periodo li rende più resistenti nei momenti negativi. In questo senso, è significativo il dato relativo al fondo “Azionario Internazionale” di Etica Sgr, che in questi primi mesi del 2009 ha segnato una performance di tutto rispetto, battendo il benchmark di circa l’8%.

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