Generali 7% garantito (ma sarebbe meglio dire 2,50%…)

In questi giorni forse avrete notato la pubblicità di Generali, che propone un investimento con un rendimento del 7%. Innanzi tutto, è bene precisare che si tratta di una polizza assicurativa, e non di un investimento in titoli, o un conto di deposito, o un pct, e per cui a nostro parere è un investimento che andrebbe affrontato con una logica adeguata, ben consapevoli di cosa si sta scegliendo.

Concentrandoci sul rendimento, l’aspetto fondamentale è che quello indicato non è quello annuale, ma complessivo nei tre anni di durata della polizza: nelle prime pubblicità questo elemento non era chiaro, anche se adesso sembra che Generali stia evidenziando meglio questo punto, tutt’altro che secondario. Infatti, sulla base un rendimento del 7% in tre anni vuol dire in realtà 2,28% annuale (considerando una capitalizzazione annuale), un livello ben più “normale”. A dir la verità, nelle condizioni contrattuali viene indicato un rendimento garantito del 2,50%, che darebbe un risultato leggermente diverso: il 7% dovrebbe (non è chiarissimo il contratto) essere dato dalla capitalizzazione degli interessi meno i costi di gestione (il “caricamento percentuale”). A questi costi di gestione si sommano i diritti di emissione fissati in 10 Euro. L’importo minimo che è possibile investire è invece 5.000 Euro.

Il contratto si proroga automaticamente a scadenza, per altri 7 anni, se non viene fatta una richiesta in senso contrario dal beneficiario della polizza: come detto, stiamo parlando di un contratto di assicurazione che quindi richiede anche le necessarie attenzioni. Dopo la scadenza dei tre anni, il capitale viene investito nella Gestione separata GESAV, e la rivalutazione annuale delle prestazioni sarà attribuita in funzione del rendimento conseguito.

È in ogni caso possibile “uscire” dall investimento già prima della scadenza dei tre anni, anche se a fronte di un rendimento minore. Infatti, recedendo alla scadenza del primo anno viene riconosciuto un rendimento dell’1,50%, mentre alla scadenza del secondo il rendimento complessivo è del 4,00% (che vuol dire circa 1,98% annuo, capitalizzato). È possibile anche recedere in periodi intermedi, nel qual caso viene riconosciuta la corrispondente frazione:
Ad esempio, in caso di riscatto dopo due anni e mezzo, viene garantito il 105,5% del premio versato, calcolato come 104% (garantito alla scadenza dei due anni) + (107% – 104%) × 6/12.

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Ricerche Frequenti:

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FinecoBank: accordo con Carmignac Gestion

FinecoBank amplia ulteriormente la sua offerta di fondi online, e introduce su fineco.it i prodotti della Società Carmignac Gestion.

Nel Fund Center di fineco.it, i clienti possono ora scegliere tra una gamma ampliata di prodotti (oltre 3.400 fondi di 49 case di investimento), che hanno lo scopo di permettere di costruire un portafoglio personalizzato e diversificare gli investimenti. Per tutti i prodotti, come da buona prassi per le banche online, è poissibile trovare online sia l’informativa relativa ai fondi (prospetti, documenti ufficiali ecc.), ma anche i commenti e le analisi di provider indipendenti che analizzano il prodotto e il contesto in cui il risparmiatore sceglie.

Secondo quanto riportato da Fineco, i prodotti di punta di Carmignac Gestion sono soprattutto due:

  • Carmignac Patrimoine (classe A ed E): fondo internazionale diversificato, in grado di variare l’esposizione azionaria tra lo 0 e il 50%, mentre la percentuale restante è sempre investita in prodotti obbligazionari o monetari. I motori della performance sono ottimizzati mediante un costante aggiustamento del livello di esposizione agli strumenti azionari e obbligazionari e grazie ai migliori veicoli di investimento in ciascuna classe di attivo.
  • Carmignac Investissement (classe A ed E): fondo azionario internazionale che investe sulle piazze finanziarie di tutto il mondo. L’obiettivo del Fondo è di ricercare una performance di massimo livello grazie a una gestione di tipo attivo, non indicizzata e libera da vincoli “a priori” in termini di allocazione in base a criteri di ripartizione geografica, tipologia o quantità dei titoli. La determinazione dei temi di investimento presenti in portafoglio si fonda sull’analisi macroeconomica globale (ossia l’identificazione dei driver attuali e futuri della crescita economica globale).

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IWBank "aggiorna" i bancomat per maggiore sicurezza

IWBank sta in questi giorni avviando la sostituzione (gratuita) di tutte le “vecchie” carte bancomat: le classiche carte dotate solamente di banda magnetica stanno venendo sostituite con quelle dotate di microchip, più sicure perché più difficilmente clonabili.

L’operazione di sostituzione è, come detto, gratuita ma obbligatoria: infatti dal 15 settembre prossimo tutte le carte bancomat dotate unicamente di banda magnetica non saranno più utilizzabili.

Il motivo della maggiore sicurezza delle carte “a chip” è dato dal fatto che questo non rende leggibili i dati “riservati”, che vengono elaborati direttamente all’interno del processore nella carta e quindi non vengono mai trasmessi — il metodo più sicuro perché non vengano intercettati.

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Nuovo servizio di Sella.it: negoziazione online delle obbligazioni in best execution

Sella.it sta lanciando un nuovo servizio, che consente di negoziare online obbligazioni e titoli di stato. È possibile operare sui mercati Mot (Mercato Telematico Obbligazionario), TLX ed EuroTLX.

L’aspetto interessante è la best execution: in altre parole, la piattaforma di trading online invia dinamicamente l’ordine sul mercato he offre le condizioni più vantaggiose in quel momento, confrontando in tempo reale i prezzi dei mercati. La piattaforma di trading realizzata offre anche servizi informativi quali quotazioni, notizie e i real time e operativi, oltre che l’inserimento di ordini condizionati e strategie. Le commissioni di negoziazione si abbassano in funzione dell’operatività, cioè del numero di negoziazioni online di azioni, obbligazioni, warrant e covered warrant. Si tratta di un iniziativa che aumenta l’orientamento al trading di Sella.it (che offre già un conto corrente dedicato, Conto Trader).

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Economia della Sicilia: colpita dalla crisi, ma meno della media del mezzogiorno

Un altra puntata della carrellata sull’economia delle Regioni Italiane, e questa volta ci spostiamo al sud, per esaminare il caso della Sicilia.

L’economia delle Regioni del sud Italia nel 2008 ha sofferto la crisi economica più della media nazionale. La Sicilia, secondo le stime riportate dalla banca d’Italia, ha subito una contrazione del PIL leggermente minore che la media delle regioni dell’area, anche se questa può essere considerata una magra consolazione.

È significativo notare che il deterioramento degli indici legati all’industra era già iniziato a fine 2007, tendenza negativa che si è rafforzata nel 2008, a causa dell’ulteriore contrazione della domanda, con riflessi anche sull’occupazione, che era già in calo nel 2007, interrompendo una serie di anni che avevano registrato una riduzione del tasso di disoccupazione, che però è il più alto d’Italia.

Particolarmente significativo è stato il calo delle esportazioni nei Paesi dell'”Area Euro”, scese di oltre il 20% rispetto al 2007. Il calo è leggermente meno imponente se si considerano anche le esportazioni di prodotti petroliferi. Al contrario, le esportazioni dirette verso il resto dell’Europa sono leggermente aumentate, mentre si è registrata una tenuta riguardo le esportazioni dirette negli altri continenti. Purtroppo però il risultato complessivo rimane molto negativo, dato che è proprio l’area Euro il mercato di sbocco principale per le esportazioni siciliane, pesando quasi per la metà.

Nonostante tutto, secondo i dati della Banca d’Italia, la percentuale di aziende che ha chiuso l’anno in utile è scesa, ma in misura relativamente contenuta (dal 58% al 52%), ma è rimasta all’incirca costante la percentuale di aziende che hanno chiuso il bilancio in passivo (circa il 24%), mentre è aumentata la fetta di aziende con il bilancio sostanzialmente in pareggio. Un dato che se da un lato indica un contenimento dei danni, deve essere visto assieme al fatto che le imprese avrebbero ridotto gli investimenti in misura significativa, fatto che potrebbe rischiare di compromettere la competitività nel medio periodo.

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Le familglie italiane rimangono debitori affidabili nonostante la crisi

Nonostante il momento economico certamente non facile, gli ultimi dati dell’ABI (presentati al convegno “Credito alle famiglie 2009”) indicano che le famiglie itialiane rimangono dei debitori affidabili. Infatti le sofferenze non aumentano, ma anzi continuano a ridursi, scendendo al 2,47% nel II semestre 2008, contro il 2,84% del I semestre e il 2,96% del II semestre 2007 — andando a vedere lo storico si vede che le sofferenze sono dimezzate negli ultimi sette anni (a inizio 2001 erano al 5,30%). Indice che le banche sono state decisamente attente nel valutare le capacità di rimborso dei prestiti concessi, ma anche che le famiglie italiane (come da tradizione) non sono scivolate nell’abuso del credito tipico ad esempio dei consumatori USA.

È significativo in questo senso il rapporto tra debiti finanziari complessivi delle famiglie e reddito disponibile, che indica il grado di indebitamento delle famiglie stesse. Per l’Italia questo valore è di poco inferiori al 60% contro una media dell’area Euro di 93% (per citare qualche paese: 130% per la Spagna, 90% per la Germania e 80% per Francia e Belgio).

Per quanto riguarda la tipologia di finanziamenti concessi alle famiglie, la parte centrale è costituiata dai i mutui fondiari, con il 49,9%, cui seguono i prestiti finalizzati con il 9% e prestiti personali al 7,3%. Solo una piccola parte dei finanziamenti è sotto forma di cessione del quinto dello stipendio (1,5%) o di carte di credito revolving (3,2%).

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In USA calano le indennità di disoccupazione, ma non è un segnale positivo

Negli Stati Uniti stanno diminuendo il numero di indennità di disoccupazione erogate. Segno, secondo gli ottimisti, che il mercato si sta riprendendo, perché “evidentemente” se la gente smette di ricevere l’assegno di disoccupazione vuol dire che ha trovato lavoro. Purtroppo, non è affatto così semplice. Infatti, a ben vedere i dati, si nota anche un’impennata dell’indice che misura l’esaurimento del diritto all’indennità (è particolarmente evidente nel grafico sul blog di Barry Ritholtz).

In altre parole, sempre più persone in USA stanno perdendo l’indennità di disoccupazione perché hanno superato i limiti di tempo durante i quali ne avrebbero diritto, e non perché hanno trovato un nuovo lavoro. Vista sotto questa luce, il segnale diventa tutt’altro che positivo perché indica che sempre più famiglie si stanno trovando in grossissime difficoltà, perché hanno perso ogni fonte di reddito.

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Gli incidenti stradali diminuiscono meno del previsto in Europa. Approccio sbagliato al problema?

Forse avrete letto una notizia di un paio di giorni fa, secondo la quale gli incidenti stradali sono diminuiti meno delle aspettative, con una diminuzione media annua rispetto al 2001 del 4,4% anziché dello sperato 7,4%. Si tratta, a mio parere, di un risultato figlio di un approccio errato al problema, che ha molte analogie agli errori che si compiono nell’esaminare problemi in ambiti anche ben diversi dalla sicurezza stradale (e per questo ne parliamo in un blog economico…).

Innanzi tutto, è a mio parere abbastanza ingenuo attendersi una riduzione quasi-lineare, anno dopo anno, degli incidenti: è un il tipico errore che si riscontra anche nel fare previsioni o proiezioni trasponendo dati storici. Ma soprattutto c’è il fatto che, come ben sa chi si occupa di controlli qualità nelle aziende, la correlazione tra le “non conformità” individuate (in questo caso, incidenti evitati) e sforzi richiesti non è lineare. Con poco sforzo, si possono evitare molte non conformità, le più grossolane, ma mano per eliminare ulteriori non conformità sono richiesti sforzi sempre crescenti. Che tra l’altro, è il motivo per cui lo “zero difetti” può essere solo un obiettivo, dato che per concretizzarsi richiederebbe risorse infinite.

Questa considerazione può apparire incoerente con il calo quasi-record degli incidenti che si è riscontrato l’anno scorso, ma una grossa fetta del calo degli incidenti registrato nel 2008 è da attribuire al minor traffico conseguente alla crisi economica, come esplicitamente evidenziato nel report dell’European Transport Safety Council. Proprio una limitata analisi delle problematiche rispetto al contesto è uno dei tipici errori nell’approccio alla risoluzione dei problemi.

Un ulteriore errore è quello di cercare di risolvere il problema avendo già deciso qual’è la soluzione. L’esempio è quello della velocità e dell’alcool, che sembra vengano considerate a tutti i costi come le principali cause degli incidenti, sulla base di statistiche non del tutto coerenti. Ora, è indubbio che l’alta velocità e/o l’aver bevuto troppo costituiscano un’importante causa degli incidenti stradali, ma è anche vero che per contrastare il problema sarebbe più utile aumentare i controlli che abbassare i limiti. Mettere un limite di velocità a 50Km/h su una strada a quattro corsie, come ogni tanto si incontra, perché c’è gente che con il limite a 90 viaggerebbe a 170 non può essere considerato una soluzione del problema.

Lo stesso dicasi per le sanzioni che rischia chi magari ha bevuto un paio di bicchieri a cena fuori, motivabili solo con la volontà di scoraggiare chi fa il “pieno” di superalcolici (e magari anche di qualcos’altro) prima di mettersi alla guida, visto che i dati reali non confermano il fatto che bassi tassi di alcool costituiscano effettivamente un incremento significativo del rischio: ci fossero dubbi, basti citare il fatto che uno dei Paesi Europei con la minore mortalità sulle strade è il Regno Unito, dove il limite relativo al tasso alcolico è 0,8 (in UK si hanno 50 decessi per milione di abitanti, contro una media Europea di 79).

Un ultimo errore che merita di essere evidenziato è la mancanza di proporre soluzioni “coraggiose”. “Coraggiose” vuol dire diverse cose. Ad esempio, andare a punire comportamenti che richiedono un maggiore sforzo per essere contestati, come ad esempio il mancato rispetto delle distanze di sicurezza, che è (questa sì) una delle reali cause principali di incidenti, oltre che spesso indice che chi guida non valuta adeguatamente le problematiche del “convivere” la strada. Ma “coraggiose” vuol dire anche fare cose che comportano dei costi anziché delle entrate (sotto forma di multe), come migliorare la qualità delle infrastrutture (del cui ruolo negli incidenti abbiamo già scritto in questo blog), ma anche creare dei servizi di trasporto pubblico efficaci e a costi accessibili, che potrebbe in diversi casi eliminare la necessità di guidare e quindi eliminare alla radice il rischio di incidenti.

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Economia dell’Emilia Romagna: la Cina come opportunità

Riprendiamo la panoramica dello stato dell’economia delle Regioni italiane, per esaminare il caso dell’Emilia Romagna.

Gli effetti della crisi economico-finanziaria si sono manifestati (inevitabilmente) anche in Emilia-Romagna: la Regione ha sofferto quella che per molti anni è stata la sua forza, e cioè l’elevata apertura della regione agli scambi internazionali e dalla sua specializzazione nella produzione di beni strumentali (come i macchinari industriali), che sono potenzialmente molto sensibili al ciclo economico, risentendo della “disponibilità ad investire” delle imprese e quindi del clima di fiducia, anche se nel caso specifico si dovrebbe parlare di rallentamento, più che di contrazione Ma a pesare sul quadro economico anche il rallentamento dei flussi di turisti, ed in particolare di quelli stranieri.

Nonostante tutto, il PIL nel 2008 è diminuito dello 0,7%, meno della media nazionale (un dato peraltro in linea con la media del Nord-Est), anche se gli indicatori qualitativi utilizzati dalla Banca d’Italia segnalano una contrazione dei livelli della produzione già superiori a quella della recessione del 1992-93. A soffrire, per ovvi motivi, soprattutto tutto l’indotto legato all’immobiliare e le costruzioni. A limitare i danni, nel complesso, una diversificazione delle esportazioni relativamente elevata, che ha compensato la diminuzione della domanda dagli Stati Uniti (e dal Regno Unito, per quanto questo paese abbia un peso minore per le esportazioni dell’Emilia-Romagna) con un incremento della domanda da parte dei Paesi asiatici, a dimostrazione che paesi come la Cina non devono essere visti solo come concorrenti, ma come opportunità.

È significativo il confronto tra le esportazioni di macchine e prodotti meccanici hanno aumentato le vendite all’estero del 3,2%, un valore positivo, anche se meno di un quarto della crescita del 2007, mentre le esportazioni di piastrelle (prodotto su cui è concentrato un importante distretto industriale nella Regione) sono calate del 5,0%, proprio per le difficoltà del settore delle costruzioni, oltre che della contrazione della domanda proveniente da USA (scoraggiata anche da un cambio Euro-Dollaro più sfavorevole), che si è contratta per questo prodotto di quasi il 28%.

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Continua la corsa al mutuo a tasso variabile

Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio MutuiOnline, continua l’incremento di domanda di mutui a tasso variabile, passando dal 18,2% del primo semestre 2008 al 47,4% di questi primi mesi del 2009.

Abbiamo già scritto più volte del fatto che questo costituisce un rischio, dato che inevitabilmente i tassi torneranno a salire, con effetti che peseranno inevitabilmente sulle tasche di chi ha scelto questo tipo di mutui. Un mutuo di 100.000 Euro, di durata 30 anni, con un tasso al 2,50% comporta rate di circa 395 Euro al mese. Lo stesso mutuo, con un tasso del 5,00% (valore che non è anomalo rispetto allo storico del tasso Euribor, che è il tasso cui sono indicizzati i mutui a tasso variabile), comporterebbe rate di 536 Euro.

Ancora una volta, è bene evidenziare che la scelta di un mutuo a tasso variabile può essere buona, ma deve essere consapevole. Può essere buona nel senso che può permettere di risparmiare nel breve periodo, anche considerato che nelle fasi iniziali del rimborso di un mutuo gli interessi costituiscono il “peso” maggiore — sempre che i tassi rimangano bassi per sufficiente tempo. Questo però a fronte di una variabilità del tasso che espone ad incrementi anche molto sostanziali della rata da pagare, che bisogna essere in grado di gestire: il timore è che però in molti casi si sia di fronte in un classico caso di quello che abbiamo chiamato “abuso del prestito” (che, non dimentichiamo, è stato nelle sue varie forme la causa scatenante della crisi attuale), contando sul fatto che se qualcosa va storto, qualcuno interverrà a far quadrare i conti, come è stato già fatto.

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Banca Sella lancia il call center in rumeno

Un piccolo segnale dei cambiamenti della società italiana, e delle sfide — ma anche delle opportunità — che offre. Il Gruppo Banca Sella ha avviato un numero verde multilingua. Il primo passo è stato l’attivazione di un numero verde gratuito dedicato a chi parla rumeno, per avere assistenza e informazioni sulle carte di pagamento, assistenza e informazioni sui conti correnti, altre informazioni di carattere commerciale sulle offerte e i prodotti e servizi della banca.

Si tratta di un progetto che da un lato vuole andare incontro alle esigenze di queste fasce di popolazione — che necessitano anch’esse di chiarezza e interazione nei servizi finanziari — ma mostra anche come queste fasce costituiscano sempre più un’interessante opportunità di mercato, cui sempre più imprese — comprese anche le banche — sono sempre più interessate.

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Fondi etici, molti interessati ma pochi sanno cosa sono

Secondo i dati di una ricerca commissionata da Banca Popolare di Milano, e presentata in collaborazione con Etica Sgr, solo il 7% dei “potenziali utenti” sa dare una definizione corretta di “fondo etico”. Si tratta di un’indagine condotta su un campione di clienti di BPM, che mostra come, se da un lato vi sia interesse verso la tematica (il 35% del campione dice di “conoscere” i fondi etici, e il 25% dice di essere “molto interessato” ad essi come investimento), la conoscenza di questo tipo di fondi sia ancora molto poco sviluppata: indica che ci sono potenzialità di sviluppo per il mercato dei fondi etici, ma anche che gli investitori e i risparmiatori devono sviluppare maggiormente la loro “cultura finanziaria”.

Il limite, a nostro parere, è l’approccio “emotivo” alle problematiche della finanza etica. In altre parole, il punto non è soltanto che è “bello” o “giusto” investire in modo etico, ma anche che l’investimento funziona meglio. Questo perché, come abbiamo scritto tempo fa, etica e finanza sono perfettamente compatibili: in pratica, l’etica obbliga ad un’ottica di lungo periodo. Esempio banale: immaginate un’azienda in mezzo ad un bosco di cui lavora la legna. Se taglia gli alberi in modo intelligente, il taglio degli alberi sarà compensato dalla crescita di nuove piante. Se invece taglia tutto il bosco, quello che succede è che l’azienda deve chiudere, perché non ha più legno da lavorare, o come minimo aumentano i costi perché deve farsi arrivare il legno da lontano.

Non sorprende quindi che i fondi etici abbiano segnato risultati sopra la media, nel corso della crisi, dato che l’orientamento implicito al lungo periodo li rende più resistenti nei momenti negativi. In questo senso, è significativo il dato relativo al fondo “Azionario Internazionale” di Etica Sgr, che in questi primi mesi del 2009 ha segnato una performance di tutto rispetto, battendo il benchmark di circa l’8%.

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Dati Eurostat: Italia record di tasse sul lavoro dipendente

Secondo i dati dell’Eurostat, l’Italia è il paese dell’Unione Europea dove il peso delle tasse è maggiore sul lavoro dipendente. Si tratta di un calcolo che comprende tasse e contributi sociali, valutandone il peso nel costo del lavoro, un aspetto spesso non evidenziato come dovrebbe.

In Italia, tasse e contributi costituiscono il 44% del costo del lavoro. Per capire cosa vuol dire, traduciamolo in numeri: un dipendente che percepisce 1.000 Euro, ne costa all’azienda circa 1.785 a causa del fisco. La media europea è decisamente più bassa, intorno al 34%, con paesi come l’Irlanda dove il peso del fisco è appena il 27,5%.

E’ una problematica non banale, che infulenza sia la competitività delle aziende che i salari (ricordiamo che, secondo le stime OCSE, gli stipendi italiani sono tra i più bassi dei paesi membri). Anche qui, traduciamo in qualche numero esemplificativo, per rendere l’idea:

  • A parità di salario percepito dal dipendente: se un lavoratore che riceve 1.000 Euro, questo costa all’impresa italiana 1.785 euro, contro i 1.515€ di un’impresa europea. Una differenza che inevitabilmente si riflette sui costi del prodotto e quindi sulle possibilità di “conquistare” il mercato.
  • A parità di costo per l’azienda: se un’azienda italiana sborsa 1.785 Euro per un lavoratore, e a questo arrivano in tasca 1.000 Euro, nel caso di un’azienda “media” europea che sborsi la stessa cifra, al lavoratore europeo arriverebbero in tasca 1.178€.

L’aspetto che forse avrete notato da questi conti, e che è il motivo per cui abbiamo scritto all’inizio che è un tema sottovalutato, è che, in un certo senso, l’effetto della tassazione può essere considerato più che proporzionale sullo stipendio netto. Infatti stiamo parlando del peso sul costo complessivo del lavoratore: fatto questo 100, se la tassazione scende da 50 a 40, lo stipendio cresce da 50 a 60. Una riduzione della tassazione di 10 punti percentuali porta in realtà ad un aumento del salario netto del 20% rispetto al valore precedente alla riduzione.

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La rischiosità delle banche influenza la loro capacità di concedere credito

La rischiosità di una banca non è un problema che riguarda solo l’ipotesi di “fallimento” (che ricordiamo, comunque interesserebbe solo in misura marginale i correntisti e i “prestatari”). Infatti, secondo uno studio degli analisti della Banca d’Italia, la rischiosità di una banca influenza la sua capacità di offrire credito. Il motivo può essere spiegato anche in parole semplici: infatti, una banca poco “rischiosa” ha più facilità ad accedere ai mercati per raccogliere risorse, che può quindi utilizzare per il credito.

L’aspetto interessante è che sembrerebbe smentito una delle convinzioni che hanno fatto da “giustificazione” allo sviluppo della cosiddetta ingegneria finanziaria, e cioè che la sua espansione — anche con approcci “speculativi”, fuori dalle logica di “assicuraizone contro il rischio” alla base della nascita di molti strumenti utilizzati — permettesse una maggiore competitività delle istituzioni finanziarie.

Infatti, sarebbero le banche meno rischiose ad essere caratterizzate da un’offerta di credito più ampia e meno sensibile a mutamenti delle condizioni monetarie. Si tratta di un risultato ottenuto sulla base di un campione di circa 3.000 banche, classificate in base al rischio. Una classificazione non semplice, dato che lo studio ha anche evidenziato come gli indicatori di bilancio prevalentemente utilizzati finora non sono del tutti identificativi del rischio, misurato in questo caso tenendo conto di una stima dell’Expected Default Frequency (che misura la percezione da parte del mercato del rischio di fallimento), ma che avrebbe dato comunque risultati interessanti, dato che le banche “meno rischiose” sembrano anche soffrire meno, in termini di contrazione dei prestiti concessi, delle variazioni verso l’alto dei tassi di interesse di riferimento.

Si tratta di conclusioni interessanti anche perché evidenziano una spinta “sistemica” per le banche in direzione di una minore rischiosità, che non è quindi solo un “esigenza etica“, ma una possibile fonte di vantaggio competitivo per gli istituti finanziari.

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