Obama vuole eliminare i "buchi" fiscali per le multinazionali: ma c'è chi dice che rischia di frenare l'economia

0 Flares 0 Flares ×

L’amminstrazione di Obama ha annunciato una serie di misure per chiudere una serie di buchi nella normativa fiscale, che creavano di fatto agevolazioni per le multinazionali con sedi in “paradisi fiscali”.

Più che di una via per ripristinare l'”equità” dei mercati, si tratta piuttosto di una misura destinata a rimpinguare le casse dello Stato, che ora soffrono il peso degli interventi contro gli effetti della crisi economica. La partita non è certo da poco, dato che l’obiettivo sarebbe quello di incassare circa 210 miliardi di dollari nel decennio 2011-2020. C’è però qualche riflessione in più che può essere interessante.

Se in linea di principio sono tutti più o meno d’accordo sul fatto che è una mossa “giusta”, va detto però che c’è chi “pragmaticamente” sostiene che si tratta di una mossa pericolosa, perché rischia di togliere competitivià alle imprese USA, e quindi di avere ricadute anche sull’occupazione.

Anche pragmaticamente, però, va detto che la questione non è così semplice da analizzare. Infatti l’economia dovrebbe essere incentivata a favorire la sostenibilità economica dell’attività dell’impresa un’azienda che non è in grado di sopravvivere in condizioni di mercato “normali” non dovrebbe sopravvivere forzatamente — che include anche lo sfruttare scappatoie fiscali — altrimenti si creano distorsioni nel funzionamento dei mercati (curioso dunque notare come ci siano diversi che si professano “difensori dei mercati liberi” a criticare l’eliminazione di queste scappatoie, ma è probabilmente un altro discorso). In altre parole un’impresa che sfrutta un “buco fiscale” si trova di fatto a fare concorrenza sleale alle altre imprese.

Un punto centrale è “a chi” si va a fare concorrenza sleale. Se le “vittime” sono imprese americane, tutta la questione è semplicemente una questione interna USA. Le “vittime” chiaramente però non sono solo le imprese statunitensi, ma quelle di tutto il mondo, o meglio quelle o che vendono i loro prodotti in USA, o quelle che si vedono arrivare nei loro mercati domestici prodotti delle multinazionali americane.

Almeno teoricamente, quindi, è possibile che uno Stato che vede le sue imprese penalizzate come conseguenza di un lassismo fiscale negli USA decida una qualche forma di limitazione del commercio con gli Stati Uniti. La possibilità di applicazione concreta di un’ipotesi del genere, però, dipende dal “peso” dell’economia USA.

In altre parole, se gli USA hanno un peso dominante nell’economia mondiale, possono “imporre” le loro condizioni, dato che chi decidesse di limitare il commercio con gli USA di fatto si taglierebbe fuori da una grossa fetta dell’economia mondiale.

Se di contro il peso relativo diminuisce, ipotesi di questo tipo diventano però più probabili, perché diminuisce quello che potremmo definire il “potere contrattuale globale” degli USA. Tenendo presente che si sta parlando del prossimo decennio, uno scenario di questo tipo non è così improbabile, non solo per il possibile ridimensionamento dell’economia USA conseguente alla crisi, ma anche per la crescita di paesi sempre meno “emergenti” e sempre più “emersi”.

In quest’ottica che la decisione di Obama di “normalizzare” il contesto fiscale assume anche un nuovo (quanto verosimilmente inconsapevole) significato: quello di preparare l’economia americana ad un possibile “nuovo mondo” economico.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]