Strategia USA a supporto delle banche in difficoltà: una bolla di sapone?

Avevamo accennato qualche tempo fa del cosiddetto “PPIP” (Public-Private Investment Program, il programma di aiuti da 1.100 miliardi di dollari che prevede una compartecipazione dei fondi pubblici e degli investitori privati) e delle perplessità che alcuni economisti (tra cui il premio noble Paul Krugman) avevano sollevato.

Alle perplessità iniziali, che evidenziavano come in realtà il risultato fosse quello di sopravvalutare gli “asset tossici” (creando nuove problematiche di moral hazard) più che ricapitalizzare le banche in difficoltà, si aggiungono ulteriori elementi.

Il problema infatti sarebbe la partecipazione, come soggetti privati, delle banche al programma, che potrebbe di fatto annullare l’efficacia del programma stesso. Per capire, permettetemi una auto-citazione dal precedente post sull’argomento:

Secondo Krugman, inoltre, non sarebbe vero che gli investitori privati condividono il rischio del salvataggio: aumenterebbero invece le probabilità di perdite in quanto la garanzia data dal governo porterebbe, in pratica, a sopravvalutare gli “asset tossici”, in pratica perché mette un limite verso il basso a quanto può perdere l’investitore privato, spostando quindi la media dei ricavi per il privato verso l’alto, ma aumentando la probabilità che si verifichino perdite il peso cui peso ricadrebbe sulle spalle dei contribuenti.

Ora, se a partecipare al “PPIP” sono soggetti “non bancari”, questo può avere comunque un minmo di efficacia (pur con tutte le perplessità che abbiamo detto), dato che comunque entrano nuovi capitali a consolidare il sistema bancario, se invece le banche si comprano l’un l’altra i “titoli tossici”, la sopravvalutazione è l’unico risultato, dato che non entrano in gioco nuovi capitali che consolidano il sistema.

Secondo Nouriel Roubini e il suo RGE Monitor, sarebbe in atto una sempre più pesante azione di lobbying da parte delle banche per incentivare questo secondo scenario (anche perché, aggiungiamo noi, non altera i rapporti di potere attuali, introducendo nuovi soggetti), resa possibile dal fatto che il governo USA ha ormai poco spazio di manovra, avendo ben poca disponibilità di fondi per interventi diretti, e l’intervento privato è imprescindibile.

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Ucraina: possibile contrazione del PIL del 23% nel primo trimestre 2009?

Abbiamo parlato qualche giorno fa delle difficoltà delle economie dell’Est Europa: spostandoci ancora un po’ ad est, incontriamo Paesi con difficoltà ancora maggiori. Infatti, secondo le dichiarazioni del presidente dell’Ucraina Viktor Yushchenko riportate da Bloomberg, il PIL del paese potrebbe avere subito una contrazione tra il 20 e il 23% nel primo trimestre 2009. Numeri che disegnano, per il paese ex-Sovietico, uno scenario ben oltre la “semplice” recessione, indicando pesanti effetti che non saranno cancellati entro pochi mesi.

Numeri non ancora confermati, che però secondo alcuni economisti sarebbero addirittura ottimistici, dato che secondo alcune stime in Ucraina la produzione industriale avrebbe subito una contrazione del 32%, il comparto costruzioni sarebbe crollato del 50%, i trasporti segnerebbero circa un -25%. Dati che fanno stimare un -30% per il PIL nel 1° trimestre 2009.

Si tratta di una situazione estremamanete difficile, che può complicare l’accesso ai fondi del Fondo Monetario Internazionale, dato che il prestito d’emergenza di 16 miliardi di dollari concesso dal FMI (e di cui finora l’Ucraina ha ricevuto solo una parte) era basato sull’ipotesi di una contrazione dell’economia intorno all’8%, in tutto il 2009.

La “questione Ucraina” potrebbe avere conseguenze molto dirette anche sui consumatori Europei. Infatti, Gazprom si è dichiarata preoccupata del fatto che l’Ucraina potrebbe non pagare “la bolletta del gas” di maggio. E’ chiaro che questo potrebbe risvegliare le tensioni tra Russia ed Ucraina circa le forniture di gas (che, ricorderete, avevano portato ad un blocco delle forniture anche per l’Europa), un’ipotesi neppure troppo ventilata dalla stessa Russia che avrebbe invitato l’Unione Europea ad aiutare in qualche modo l’Ucraina nel pagamento dei conti, proprio per evitare la possibilità di una nuova “crisi del gas”.

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Accordo Gruppo Banca Sella e PayPal per integrare i sistemi di pagamento

Il Gruppo Banca Sella è probabilmente il leader nell’e-commerce in Italia, dal punto di vista della gestione dei pagementi dei negozi online: per questo motivo merita di essere evidenziato l’accordo recentemente stretto con PayPal, che fa nascere quella che probabilmente è la più completa piattaforma italiana per pagamenti online, in grado di consentire ai navigatori di scegliere il sistema di pagamento che preferiscono per i loro acquisti, dal bonifico alle carte di credito di tutti i circuiti, dalle carte prepagate ai pagamenti rateali, ed ora anche PayPal.

L’aspetto interessante è che gli esercenti online che usano il servizio di pagamento del Gruppo Banca Sella (GestPay), potranno aggiungere PayPal tra le opzioni di pagamento in modo estremamente semplice, senza dovere andare a modificare il proprio sito (in pratica, si tratta solo di attivare una nuova opzione): un’opportunità interessante per i commercianti online anche in ottica di opportunità internazionali, dato che nel mondo ci sono quasi 185 milioni di conti PayPal.

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Ricerche Frequenti:

  • banca sella e paypal

Anche Intesa SanPaolo offre agevolazioni per le PMI in difficoltà

Dopo Unicredit, che aveva introdotto qualche settimana fa agevolazioni per le aziende che hanno dovuto far ricorso alla cassa integrazione, anche Intesa Sanpaolo lancia un’iniziativa per venire incontro alle probmeatiche delle piccola e medie imprese che affrontano la crisi. Si tratta della possibilità di rinviare di un anno il pagamento delle rate di finanziamenti e leasing, in quota capitale, a fronte di una commissione legata all’entità del debito residuo e alla durata del finanziamento.

Si tratterebbe dunque non di un “rinvio completo” della rata, ma solo della parte di capitale (non è chiarissimo se durante il periodo la quota di interessi vada comunque versata), e in ogni caso nel periodo di rinvio dei pagamenti gli interessi continuano a maturare. Si tratta in ogni caso di un’opportunità (soprattutto in un’ottica di ottenere liquidità a costi accettabili) per le imprese che in questi mesi non attraversano certo un periodo roseo.

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ABI: accordi con CDP e Confindustria per aiutare le PMI

Negli scorsi giorni, ABI (l’Associazione Bancaria Italiana) ha stretto due accordi destinati a supportare le Piccole e Medie Imprese.

Il primo è un accordo quardro tra Banca Europea per gli Investimenti (BEI), Associazione Bancaria Italiana (ABI) e Confindustria, finalizzato a incrementare i finanziamenti della BEI alle imprese italiane per investimenti in Ricerca, Sviluppo e Innovazione (RSI) e alle Piccole e medie imprese (PMI).

L’accordo prevede una ampia collaborazione fra le tre istituzioni, su più fronti:

  • diffondere gli strumenti predisposti dalla BEI, con particolare riferimento alle misure di semplificazione dei prestiti per le PMI;
  • stimolare un rapido utilizzo delle linee di credito messe a disposizione dalla BEI alle banche intermediarie;
  • attivarsi per supportare gli investimenti in RSI promossi da imprese private o pubbliche;
  • collaborare al progetto Nord-Sud di Confindustria diretto alla realizzazione di progetti ad alta tecnologia in tutto il territorio nazionale;
  • sostenere gli investimenti delle grandi imprese e la realizzazione delle grandi opere strategiche.

La semplificazione dell’accesso ai finanziamenti della BEI è un elemento importante, dato che la Banca Europea degli Investimenti fornisce strumenti non trascurabili per le imprese che vogliono fare innovazione: nel corso del 2008 i finanziamenti BEI al sistema economico italiano sono stati pari a 8,3 miliardi (di cui 2,5 miliardi per le PMI), per un totale complessivo (sommando i finanziamenti già in corso) di 45 miliardi di euro.

Il secondo accordo quadro è tra ABI e la Cassa depositi e prestiti (CDP), secondo il quale CDP metterà a disposizione delle Banche un plafond da 8 miliardi di euro dedicato al sostegno alle PMI. CDP erogherà finanziamenti agli istituti di credito con risorse provenienti dalla raccolta postale, permettendo alle banche di fornire alle imprese liquidità a media e lunga scadenza e a tassi di mercato vantaggiosi: in pratica l’obbiettivo è che le imprese possano accedere ai fondi della Cassa, attraverso le filiali delle banche.

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Gli strumenti di pagamento utilizzati in Italia

Un paio di grafici, crediamo interessanti, sull’evoluzione degli strumenti di pagamento utilizzati in Italia tra 2007 e 2008: in particolare, si tratta dell’utilizzo dei diversi strumenti di pagamento — assegni bancari, assegni circolari, bonifici (e bonifici automatizzati), addebti preautorizzati, RIBA-MAV, effetti, operazioni con carte di debito su POS. I due grafici descrivono uno le operazioni in migliaia di unità, l’altro in milioni di euro.

Si possono notare alcuni fenomeni interessanti, come la diminuzione nel numero dei bonifici (soprattutto non automatizzati), che però rimangono in valore assoluto lo strumento “principe” nelle transazioni, ed il crescente utilizzo dei POS (che però sono chiaramente una frazione del totale delle transazioni, in valore assoluto). In questo senso, è interessante evidenziare l’incremento delle “carte” in circolazione (un dato non riportato nei grafici): le carte di credito sono passate da 14.960.000 nel 2006 a 16.089.000 nel 2008, le carte di debito (i bancomat) da 33.928.000 a 38.818.000, le carte prepagate che sono quasi raddoppiate, passando da 4.461.000 a 8.208.000.

Strumenti di pagamento utilizzati in Italia, 2007-2008 — migliaia di unità dati da Supplementi al Bollettino Statistico della Banca d’Italia n°2 del 18 maggio 2009, elaborazione banknoise.com Strumenti di pagamento utilizzati in Italia, 2007-2008 — milioni di euro dati da Supplementi al Bollettino Statistico della Banca d’Italia n°2 del 18 maggio 2009, elaborazione banknoise.com

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Dati ABI: le banche italiane riducono gli utili ma appaiono solide

Qualche giorno fa sono state presentate le semestrali ABI al 31 dicembre 2008, basate sui bilanci di fine anno di un campione di 41 gruppi bancari: le banche italiane soffrono la crisi, ma soprattutto come contrazione degli utili (diminuiti del 56%) che come esposizione a rischi (le sofferenze rimangono ad un “accettabile” 1,4%), uno scenario che appare dunque più solido rispetto a Paesi quali gli USA o la Gran Bretagna, anche per la minore “tradizione” nel ricorso al debito da parte delle famiglie italiane, e quindi ad una complessiva minor esposizione a rischi.

Ci sembra interessante citare alcuni dati di bilancio aggregati relativi alle banche italiane:

Roe (Return On Equity): in diminuzione, al 5% nel 2008 contro 11,9% del 2007.

Commissioni: -13,3% rispetto al 2007.

Spese amministrative: +1,4% (su cui pesa principalmente la categoria “spese diverse da quelle del personale”, che segna +5,8%).

Utile netto: -56% rispetto al 2007.

Totale attivo: +3,9% rispetto al 2007, raggiungendo 2.631 miliardi di Euro. La parte più rilevante dell’attivo è data dai crediti verso i clienti (il 63,8% del totale attivo, in crescita rispetto al 2007).

Sofferenze: 1,4%, in leggera crescita rispetto all’1,3% del 2007 (in valore assoluto, si passa da 20,6 miliardi a 23,9 miliardi)

Patrimonializzazione: Il tier 1 capital ratio passa dal 6,76% del 2007 al 6,90% nel 2008. Il total capital ratio passa da 9,68% al 10,44%.

Si tratta di dati che quindi indicano una buona solidità delle banche italiane, che sembrano avere risentito relativamente poco (se non a livello di utili, come anticipato) della difficile situazione che il sistema bancario ha attraversato nella seconda metà del 2008, e sta continuando ad attraversare, anche se non devono essere interpretati come un’indicazione che “va tutto bene” e non ci sia niente da migliorare.

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USA: riduzione del rating del debito nazionale in vista?

Dopo la revisione del rating del debito pubblico della Gran Bretagna, molti analisti si attendono una revisione del rating relativo ai Titoli di Stato USA, che potrebbe quindi perdere la classificazione “AAA”, quella che indica la massima affidabilità. La ragione, come è intuibile, è nell'”esplosione” del deficit e del debito pubblico (che rimane comunque tra i più bassi dei paesi del G7).

In effetti, i numeri sono significativi: il deficit atteso per il 2009 è stimato in 1.840 miliardi di dollari, pari al 13% del PIL, con il debito nazionale che ha raggiunto a maggio 11.300 miliardi di dollari: tra l’altro con una modifica legislativa che ha alzato il tetto massimo di debito consentito (limitato a 10.000 miliardi di dollari prima di ottobre 2008). I “dubbi” sarebbero però legati anche ad alcuni rischi, legati ad una possibile crescente sfiducia dei mercati verso il dollaro (cosa che avrebbe conseguenze quindi sui costi del rimborso del debito) oltre che sulle politiche sia di risposta alla crisi ma anche di sostegno all’economia nel medio periodo.

La possibilità di revisione del rating ha sollevato alcune reazioni (alcune anche polemiche) che sono — in ultima analisi — curiose. Sia nell’andamento generale dei mercati, che da parte di alcuni che sostengono che il rating non va rivisto, per tutelare l’economia USA. Reazioni che sembrano partire da un fraintendimento quasi che il rating “decidesse” l’affidabilità di chi emette debito, anziché misurarla. Con tutto il male che si può dire delle agenzie di rating, è un po’ come prendersela con il termometro incolpandolo di essere la causa della febbre…

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Le economie dell'Est Europa e la crisi finanziaria: chi rischia di più?

Parlando della crisi, spesso viene evidenziato come questa stia colpendo fortemente le economie degli stati dell’est europeo. Abbiamo anche in questo blog parlato recentemente di Lettonia e Ungheria, due stati che hanno già chiesto supporto all’Fondo Monetario Internazionale.

Sono diversi gli stati dell’est Europa che gli analisti tengono sotto osservazione, dato che anche stati come la Romania, la Bulgaria o la Serbia, pur avendo un debito pubblico relativamente ridotto (ma elevati deficit), vengono fortemente penalizzati da un panorama di investitori internazionali che sono diventati fortemente avversi al rischio, con il risultato di un ampliamento degli spread del debito di queste nazioni rispetto a quello ad esempio della Germania. Non che questo sia l’unico motivo, chiaramente, dato che si tratta di aree in cui ad esempio si è avuta una rapida crescita negli ultimi anni, ma a fronte di un eccesso di ricorso al credito.

Secondo gli analisti, le economie più solide dell’area dell’Europa Orientale sarebbero quelle di Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia, per la minor dipendenza da flussi internazionali anche a livello di banche, ma va detto che lo scenario del default di una qualunque di queste nazioni è secondo alcuni (es. Morgan Stanley), “non improbabile ma neppure un rischio imminente”, anche tenuto conto del supporto del FMI.

Lo stato di salute delle economie di quest’area non è una semplice curiosità, ma è un elemento che riguarda direttamente la nostra economia, dato che molte banche dell’Europa occidentale hanno più o meno direttamente finanziato la crescita economica dell’Est, e quindi sono molto probabili ripercussioni, negative ma anche potenzialmente positive (se la solidità fosse maggiore delle attese) sull’economia della UE.

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Germania: PIL primo trimestre 2009 -15,2% annualizzato

Mentre si è parlato molto del PIL italiano, relativamente poco spazio ha avuto il fatto che nel primo trimestre 2009, il PIL della Germania ha segnato -3,8% rispetto al trimestre precedente, che equivale ad un -15,2% teorico su base annua. Una “annualizzazione” di questo tipo ha certamente un significato relativamente discutibile, ma dà una “sensazione” chiara delle difficoltà che sta attraversando l’economia tedesca, che si è oramai contratta del 7% rispetto al picco di massima espansione del 2008. Un dato importante, considerato che la Germania è sempre stato il “cuore economico” dell’Europa.

Le ragioni della situazione tedesca vanno ricercate soprattutto nel grosso peso delle esportazioni (che pesano per circa il 50% del PIL), e dell’importanza dei settori relativi alle attrezzature industriali. Di conseguenza, la Germania non soffre soltanto la contrazione nella domanda del consumatore finale, ma anche e soprattutto il freno sugli investimenti in attrezzature ed impianti che si riscontra a livello globale.

Secondo alcuni dati di BNP Paribas, citati da RGE Monitor, la produzione industriale potrebbe essersi contratta intorno al 13% nel primo trimestre 2009 rispetto al trimestre precedente. Uno scenario che fa apparire quasi ottimistiche le stime che vedevano per il 2009 una contrazione dell’economia tedesca tra il 5% e il 6%.

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OCSE: salari italiani sempre tra i più bassi

L’OCSE ha confermato che anche nel 2008 i salari italiani sono tra i più bassi dei 30 paesi che fanno parte dell’organizzazione. La cosa ovviamente non suscita alcuna sorpresa, dato che già negli anni scorsi era stato evidenziato questo dato, e stravolgimenti improvvisi sono decisamente improbabili.

Mi pare però il caso di evidenziare ancora una volta, dato che meriterebbe ben più attenzione, il fatto che i bassi salari sono strettamente legati alla bassa produttività nel nostro Paese. Che non vuol dire che bisognerebbe lavorare “di più“, ma che bisognerebbe lavorare “meglio“. In altre parole, il problema dell’Italia è che gran parte del lavoro è dedicato a produzioni a basso valore aggiunto, o comunque a prodotti con poche ulteriori possibilità di espansione (prendiamo l’auto, che è un mercato decisamente saturo) con scarsissima attenzione all’innovazione. Come detto più volte, da noi si punta ormai a conservare, anziché a creare. Alla faccia della presunta creatività italiana.

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L'occupazione va tutelata ad ogni costo?

Probabilmente avrete già letto o sentito delle tensioni alla manifestazione a Torino delgi operai del gruppo Fiat. Lancio solo un piccolo spunto di riflessione. Ovviamente va fatto tutto il possibile per tutelare i posti di lavoro. Ma le cose, come al solito, non sono solo bianche o nere, ed hanno una complessità ben maggiore.

Supponiamo che un’azienda abbia uno stabilimento che è economicamente sconveniente mantenere attivo. Tenere aperto a tutti i costi vuol dire che i prodotti costeranno di più, e che quindi non saranno acquistati, anche perché checché se ne dica, al momento dell’acquisto il consumatore medio non guarda in faccia a nessuno. Facendo l’esempio “Fiat”, è difficile pensare che molti acquirenti, messi di fronte ad un’ipotetica scelta, tra una 500 prodotta in Italia e una prodotta in Polonia, quest’ultima ipoteticamente in vendita a 1.000 Euro in meno, pagherebbero questa differenza per tutelare l’occupazione italiana (e se magari qualche italiano lo farebbe, oltre i nostri confini è uno scenario decisamente remoto).

Per colmare questa differenza di costi, può chiaramente intervenire in qualche modo un soggetto quale lo Stato, finanziando direttamente o indirettamente l’attività dell’azienda. Questo però vuol dire ripartire dei costi sulla collettività, sottraendo risorse ad altri impieghi, che magari in termini assoluti potrebbero essere ben più benefici per l’occupazione. È meglio investire per tutelare 5.000 lavoratori che sono già occupati, oppure per creare 50.000 nuovi posti di lavoro? Come abbiamo scritto in passato, può essere pericoloso limitare a guardare lo status quo, ed è proprio questo atteggiamento che è una delle cause del declino costante dell’economia italiana.
Inoltre, merita di essere evidenziato un aspetto relativo alle “nazionalizzazioni” (ipotesi talvolta tirate in ballo quando si parla di grosse aziende in crisi), e cioè che il fatto che la proprietà sia pubblica non può essere intesa come una “scusa” per non operare secondo efficienza. Non è, insomma, che siccome le perdite vengono suddivise tra tutti coloro che pagano le tasse possa essere una giustificazione per considerare accettabile avere grosse perdite. Tradotto, vuol dire che il fatto che un’azienda sia di proprietà privata o dello Stato non cambia nulla.

Per concludere, quindi, è giusto licenziare, oppure tutelare i dipendenti? Non abbiamo certo noi la risposta, che però è molto più complessa di quanto può apparire superficialmente. In ogni caso, sembra evidente che il problema non può prescindere dal tenere conto anche delle esigenze di efficacia ed efficienza dell’azienda (nel medio-lungo periodo), per non avere “cure peggiori del male”.

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Le vendite al dettaglio continuano a scendere negli USA

Nonostante aumenti la fiducia nell’economia in Europa, le vendite al dettaglio continuano a scendere negli USA anche ad aprile, con un -0,4% rispetto al mese precedente e -9,4% rispetto ad aprile 2008. I settori in maggiore sofferenza sono quelli dell’arredamento (-14,2% rispetto all’anno precedente) e dell’elettronica ed elettrodomestici (-12,0%), dato comprensibile e riconducibile alla riduzione della compravendita di abitazioni.

In generale, la contrazione delle vendite è riconducibile all’aumento della disoccupazione e alla maggiore severità nella concessione del credito, ma anche al fatto che negli USA si fa spesso ricorso (esageratamente, abbiamo spesso detto) a prestiti simil-mutuo, con un immobile a garanzia anche per acquisti diversi da quello dell’immobile stesso e chiaramente la riduzione del valore degli immobili incide anche sul prestito ottenibile — e quindi sulla capacità di spesa.

Abbiamo già più volte evidenziato la rilevanza del consumatore americano per l’economia globale: chiaramente questi dati negativi non devono gettare nel panico, ma sono certamente segnale che si è ben lontani da poter mettere la parola “fine” sulla crisi economica.

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I tassi bassi fanno venire la (rischiosa) tentazione di un mutuo a tasso variabile

Con il tasso BCE che ha toccato l’1,00%, i mutui a tasso variabile godono di tassi particolarmente bassi: si possono trovare mutui che in questo momento applicano un tasso di interesse anche di 2,25%, contro un 5,30% minimo applicato ai mutui a tasso fisso. Il risparmio sulla rata è significativo dato che, tradotto su un mutuo di 100.000 Euro di 30 anni di durata, vuol dire un importo mensile intorno ai 380-385 Euro anziché oltre 550 Euro: una tentazione sempre più forte per molti che devono accendere un mutuo.

Purtroppo, è altrettanto prevedibile che saranno in molti a lamentarsi di essere “soffocati dai tassi” quando questi torneranno a salire. Perché, è bene tenere a mente, che torneranno a salire: nulla vieta infatti che come sono rapidamente scesi, rapidamente risalgano. Il tasso dell’1,00% è da considerarsi un tasso del tutto anomalo, e bisogna quindi evitare di fare considerazioni a lungo termine sulla base di tassi a questo livello.

Il tasso di interesse variabile può avere un senso, dato che il peso degli interessi sulla rata è massimo all’inizio del mutuo e minimo verso la fine, quindi potenzialmente può esserci un risparmio anche qualora i tassi aumentassero. Dipende però per quanto tempo i tassi rimarranno “anormalmente bassi”, e che livelli toccheranno poi. Insomma, come la parola “variabile” dovrebbe fare intuire, ci si espone ad un rischio, scelta certamente legittima e ragionevole, ma che deve essere ponderata, come abbiamo più volte ripetuto in questo blog.

In altre parole, il mutuo a tasso variabile ai tassi attuali può essere scelto nella speranza di “ricavare un qualcosa in più”, non certo se è l’unico modo per far quadrare i conti. Se con le rate ai tassi attuali anche soltanto ci si avvicina al proprio limite, è bene rivedere le proprie scelte (quantomeno, scegliendo una casa meno costosa), dato che è inevitabile un aumento dei tassi e quindi delle rate (non è affatto una follia immaginare un raddoppio di queste).

Purtroppo, non si può negare che la recente scelta di correre in soccorso di chi ha contratto un mutuo a tasso variabile ha creato di fatto una situazione di moral hazard, dato che in molti si sono convinti che se le rate saliranno, ci sarà un intervento dello Stato che alla fine spalmerà sulla collettività i maggiori costi. Una convinzione ben lontana da quello che dovrebbe essere un approccio responsabile e consapevole alla finanza.

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