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La crisi dei giganti dell’auto statunitensi e la crisi finanziaria vengono spesso trattati come due problemi separati ed indipendenti. In realtà, però, i problemi sono strettamente congiunti.

Non solo nelle cause scatenanti, ma anche in un aspetto che a mio parere non è adeguatamente evidenziato quando si parla di affrontare la crisi. E cioè il fatto che le case automobilistiche USA hanno debiti enormi nei confronti delle banche. Prendiamo, ad esempio, Chrysler: l’azienda deve solo ai principali creditori — alcune grosse banche, tra cui Citigroup, e alcuni hedge fund — qualcosa come 7 miliardi di dollari. General Motors sarebbe in acque ancora peggiori, dato che stava cercando di “scambiare” 28 miliardi di dollari in debito obbligazionario con titoli azionari.

Se si tiene conto di questo fatto, ci si rende conto del problema: gli istituti finanziari in difficoltà non possono permettersi grosse “ristrutturazioni” del debito, e offrire condizioni particolarmente favorevoli, cosa che invece in altri tempi forse avrebbero concesso, se non altro nell’ottica che potremmo definire di “meglio qualcosa più avanti che quasi nulla adesso“. Solo che adesso le banche sono in “emergenza” di liquidità. E chiaramente il governo USA può accollarsi solo fino ad un certo punto i costi dei “salvataggi”, dato che le risorse disponibili non sono certamente infinite (tralasciando i dubbi sull’efficacia del loro utilizzo).

La crisi dell’auto potrebbe portare dunque quindi ulteriori scossoni per il sistema finanziario americano, dato che al momento non è chiarissimo fino a che punto siano state portate svalutazioni sui crediti verso le case automobilistiche, per dare conto delle difficoltà di solvibilità: un problema che richiede quindi di essere analizzato con un’ottica “interconnessa”, che non da tutti è stata finora adoperata.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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