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I media parlano di “caccia al manager” in Francia, dove si sono seguiti diversi “sequestri” di manager da parte dei dipendenti: una serie inizata nella prima metà di marzo con l’amminsitratore delegato di Sony, cui sono seguiti il “sequestro” del direttore della filiale francese di 3M, quella di alcuni dirigenti locali della Caterpillar, e l'”assedio” a Francois-Henri Pinault, CEO di PPR.

Si tratta di una situazione che certamente riflette la grossa tensione del momento, ma rischia, per i lavoratori, di essere autolesionista.

Il fatto è che tensioni di questo tipo non aiutano certo l’economia, dato che rischiano di generare almeno due possibili tendenze che vanno anzi a mettere a rischio l’occupazione.

  1. La prima nei prossimi mesi le imprese ci penseranno probabilmente due volte prima di aprire una filiale in Francia. Il che vuol dire, appunto, minoreoccupazione nel futuro.
  2. La seconda che i manager “bravi” tenderanno ad andarsene. Perché quelli bravi? Perché se i manager non si sentono tranquilli, è possibile che cerchino altri incarichi “con minori rischi”, o all’estero. E i primi a trovare altre posizioni saranno, in media, quelli più bravi. Il che vorrebbe dire abbassare la qualità del management, e quindi le performance dell’impresa. Risultato: minore occupazione.

La tensione attuale rispecchia la “fase della rabbia“, nel modello psicologico delle crisi che avevamo esaminato. Se così fosse, un segnale che siamo ancora lontani dalla fine della crisi, dato che si è ancora alla ricerca di capri espiatori, senza voler affrontare le cause di fondo.

Ma limitandosi agli aspetti occupazionali, il problema a mio parere sta nella “confusione” tra ammortizzatori sociali e obblighi dell’azienda. In altre parole, si può discutere sul come e sul quanto, ma non si può negare che un’azienda che vede una contrazione delle vendite del 55% (come Caterpillar) necessiti inevitabilmente di ridimensionarsi, quindi purtroppo anche di licenziare (però con “buon senso”, aggiungo). Perché vendere il 55% in meno non vuol dire “guadagnare il 55% in meno”, come a volte qualcuno sembra credere, ma vuol dire perdere 50 anziché guadagnare 5, perché non si arriva nemmeno a lontanamente coprire i costi fissi.
A fronte di questo scenario, però, dovrebbero esistere degli ammortizzatori sociali efficienti in grado di aiutare chi ha perso il lavoro a ricollocarsi nel minor tempo possibile, e a sostenersi nel frattempo.

Se mi permettete una considerazione semplificata, è compito degli ammortizzatori sociali supportare chi è in difficoltà, non delle imprese: se si confondono i ruoli, si finisce con il creare tutta una serie di inefficienze (come è il caso dell’Italia) che non fanno altro che lentamente trascinare a fondo l’intero sistema economico.

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