Regolamentare Internet? Ci sarebbe prima il problema dei giudici ignoranti…

Giudici “ignoranti” nel senso etimologico, che ignorano nel senso che non conoscono, non come offesa, chiariamo subito a scanso di equivoci. Ma forse è questo il problema nell’applicare le leggi quando si parla di Internet. Già, perché in realtà le leggi ci sarebbero già, volendo: non è che se uno truffa, diffama, adesca o compie un qualunque crimine con l’aiuto di Internet ci sia un vuoto legislativo talmente grande da giustificare il fatto che rimanga impunito.

A mio parere, questo è un aspetto tutt’altro che secondario nel dibattito che riguarda la “legislazione di Internet”. Se andate a vedere i commenti di qualunque esperto di aspetti legali legati alla rete (cito ictlex o interlex giusto per dirne due) vi renderete conto che il grosso problema è che in realtà capita più di qualche volta che qualche giudice (che non conosce bene l’argomento) finisca con applicare fattispecie che in realtà non corrsipondono al caso. Con il risultato di andare così a creare questi buchi, o di andare contro diritti e principi fondamentali riconosciuti (come il diritto di parola e di opinione, o la neutralità del “trasportatore” di dati).

L’adeguata preparazione di chi si trova a giudicare è un aspetto imprescindibile: per avere un giudizio giusto, serve che chi giudica conosca il diritto e capisca il problema. Se manca una di queste due conoscenze, è chiaro che il meccanismo non può funzionare: sarebbe come se a giudicare venisse messo un ingegnere informatico, espertissimo in informatica ma che non sa assolutamente nulla di diritto.

Va però detto che questa mancanza di preparazione non va vista come una colpa dei giudici, ma piuttosto dello scalcinato sistema giuridico italiano. Distinzione molto meno sottile di quel che appare. Perché di fronte all’emergere di una tecnologia che ha un impatto sostanziale anche dal punto di vista sociale, dovrebbero essere previsti quantomeno dei “corsi di aggiornamento” che spieghino cos’è questa tecnologia e come funziona. Mentre al momento ci si affida di fatto alla buona volontà e alla cultura personale dei singoli, che è certamente importante ma non può essere la base su cui si poggia il diritto.

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Assolowcost: convegno su low cost e qualità nel settore finanziario

Ieri si è svolto il convegno “low cost di qualità e competitività nel settore finanziario“, organizzato da Assolowcost, la Associazione Europea del Low Cost di Qualità, della cui nascita avevamo parlato qualche tempo fa.

Il convegno è stato centrato su come anche per mutui, conti correnti e prestiti personali sia possibile offrire risparmi per i consumatori, ottenendo al contempo buoni risultati per le aziende. L’aspetto dei risultati economici non è secondario, anche dal punto di vista dell’utente, per un duplice motivo: il primo è la garanzia della solidità dell’azienda (se guadagna, può anche ripagare i debiti), un tema che la crisi finanziaria attuale ha portato sotto i riflettori, e il secondo è che oggettivamente solo se le aziende hanno una convenienza ad offrire servizi a basso costo, l’utente può sperare di vederli sul mercato (come abbiamo detto più volte, però, in questo l’utente gioca un ruolo fondamentale dato che deve preoccuparsi di informarsi e scegliere quello che è più conveniente per lui).

I dati infatti mostrano che non solo le offerte online (canale “principe” per il low cost) sono più convenienti, sia in termini di maggiori tassi offerti per il risparmio che di minori costi per i prestiti, ma anche che il rapporto redditività/investimenti delle imprese “low cost” è molto più favorevole che nel caso degli istituti finanziari tradizionali, grazie alla maggiore efficienza, ottenuta grazie alla possibilità di razionalizzare l’attività. Nel caso dei servizi offerti online, questo avviene anche grazie all’eliminazione della necessità di una massiccia presenza fisica sul territorio per offrire i servizi.

L’aspetto chiave del “low cost di qualità” infatti non è il basso prezzo, ma la focalizzazione su un target specifico e sulle sue esigenze. Infatti il prezzo (inteso nel caso delle banche come interesse offert o richiesto) è solo uno degli elementi cui presta attenzione il consumatore: è un fattore chiave ad esempio la trasparenza e chiarezza delle offerte, ottenuta anche grazie alla semplificazione (di fatto, “tagliando” il superfluo, cioè i servizi che alla specifica tipologia di utente non interessano).

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Crisi dell'auto e crisi finanziaria: un'occhiata d'insieme

La crisi dei giganti dell’auto statunitensi e la crisi finanziaria vengono spesso trattati come due problemi separati ed indipendenti. In realtà, però, i problemi sono strettamente congiunti.

Non solo nelle cause scatenanti, ma anche in un aspetto che a mio parere non è adeguatamente evidenziato quando si parla di affrontare la crisi. E cioè il fatto che le case automobilistiche USA hanno debiti enormi nei confronti delle banche. Prendiamo, ad esempio, Chrysler: l’azienda deve solo ai principali creditori — alcune grosse banche, tra cui Citigroup, e alcuni hedge fund — qualcosa come 7 miliardi di dollari. General Motors sarebbe in acque ancora peggiori, dato che stava cercando di “scambiare” 28 miliardi di dollari in debito obbligazionario con titoli azionari.

Se si tiene conto di questo fatto, ci si rende conto del problema: gli istituti finanziari in difficoltà non possono permettersi grosse “ristrutturazioni” del debito, e offrire condizioni particolarmente favorevoli, cosa che invece in altri tempi forse avrebbero concesso, se non altro nell’ottica che potremmo definire di “meglio qualcosa più avanti che quasi nulla adesso“. Solo che adesso le banche sono in “emergenza” di liquidità. E chiaramente il governo USA può accollarsi solo fino ad un certo punto i costi dei “salvataggi”, dato che le risorse disponibili non sono certamente infinite (tralasciando i dubbi sull’efficacia del loro utilizzo).

La crisi dell’auto potrebbe portare dunque quindi ulteriori scossoni per il sistema finanziario americano, dato che al momento non è chiarissimo fino a che punto siano state portate svalutazioni sui crediti verso le case automobilistiche, per dare conto delle difficoltà di solvibilità: un problema che richiede quindi di essere analizzato con un’ottica “interconnessa”, che non da tutti è stata finora adoperata.

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IWBank fa partire IWTour 2009 per spiegare l'analisi tecnica

IWBank sta organizzando l’edizione 2009 di “IWTour”, una serie di incontri (aperti sia ai clienti che ai non-clienti) in varie città d’Italia che hanno lo scopo di presentare i principi base di analisi tecnica. In particolare, si alterneranno un’introduzione alla Teoria di Elliot e una sull’analisi tecnica per l'”operatività veloce”.

L’IWTour però non è un’iniziativa solamente di informazione: infatti è accompagnata da uno sportello mobile di IWBank, dove sarà possibile ritirare documenti o consegnarli ai fini dell’apertura del conto. A questo si unisce la possibilità per prenotarsi per un “check-up” finanziario gratuito con degli specialisti di IWBank, che potranno analizzare il portafoglio investimenti dell’utente e dargli suggerimenti su come migliorarlo.

Ad ogni tappa sarà poi sorteggiata tra tutti i partecipanti una carta prepagata VISA da 1.000€.

Queste le tappe:
07/05 Genova
28/05 Firenze
11/06 Reggio Calabria
18/06 Venezia
25/06 Torino
02/07 Roma
09/07 Palermo
17/09 Cagliari
24/09 Napoli
01/10 Bologna
15/10 Padova
29/10 Bari
12/11 Roma
26/11 Milano

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Gruppo Montepaschi: 250.000 clienti provenienti da "paesi ad alto flusso migratorio"

Il Gruppo Montepaschi ha comunicato che quasi 250.000 i clienti che provengono da “Paesi ad alto flusso migratorio”, pari al 4,4% del totale. Il dato viene dal Bilancio della Responsabilità Sociale. Si tratta di numeri significativi, dovuti anche all’attenzione della banca verso questo mercato che ha portato anche a mettere a punto un modello di servizio specifico — “Paschi Senza Frontiere” — adattato alle esigenze di questo particolare target (ad esempio, abbattendo o azzerando i costi di trasferimenti di somme verso il paese d’origine).

Si tratta di un dato interessante perché si tratta di un risvolto forse sottovalutato, ma dimostra come il fenomeno dell’immigrazione crei anche lo sviluppo di nuovi servizi, che possono avere ricadute positive anche più generali.

“Paschi Senza Frontiere” è stato premiato con il “Welcome Bank Award 2008” come best practice di integrazione finanziaria degli immigrati, ma il Gruppo Montepaschi ha annunciato che continuerà a sviluppare la strategia, puntanto a sviluppare ulteriori servizi (sistemi di pagamento, servizi finanziari ed assicurativi, servizi di supporto alle idee imprenditoriali).

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Etica sgr aderisce ai “Principi di investimento responsabile delle Nazioni Unite

Etica sgr, la società di gestione del risparmio che propone esclusivamente fondi etici, ha aderito ai Principi di investimento responsabile (PRI) delle Nazioni Unite. Un’insieme di principi che sono probabilmente poco noti, soprattutto in Italia, dove sono poche le istituzioni finanziarie che hanno aderito.

I Principi di Investimento Responsabile sono nati nel 2005, allo scopo di promuovere un’ottica di lungo termine degli investimenti da parte degli operatori istituzionali. Questo perché è solo una visione di lungo periodo (che quindi vuol dire anche ricerca di un equilibrio ambientale, sociale ma anche aziendale) che permette di creare non solo “reale” benessere per la collettività, ma anche reale profitto per gli investitori. Perché se si ci si preoccupa solo del breve periodo — come la crisi finanziaria attuale insegna — prima o poi si paga il conto.

I PRI su scala globale possono probabilmente avere un impatto limitato, dato che (oltre ad essere applicati volontaristicamente) sono di fatto poco più che una “dichiarazione di buone intenzioni”, e quindi tutto dipende poi da se e come vengono poi applicati nel concreto. Ma, come direbbe qualcuno, piuttosto che niente è meglio “piuttosto”…

In estrema sintesi, i principi sono i seguenti:

  • Incorporare parametri ambientali, sociali e di corporate governance (ESG) nell’analisi finanziaria e nei processi di decisione riguardanti gli investimenti
  • Essere azionisti attivi e incorporare parametri ESG nelle politiche e pratiche di azionariato
  • Esigere la rendicontazione su parametri ESG da parte delle aziende in si investie
  • Promuovere l’accettazione e l’implementazione dei Principi nell’industria finanziaria
  • Collaborare per migliorare l’applicazione dei Principi
  • Comunicare periodicamente le attività e progressi per l’applicazione dei Principi

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Banca Sella lancia la carta di credito ad elevata sicurezza: chip e pin per ogni operazione

Banca Sella ha introdotto una nuova carta di credito, la “Chip & PIN”. Si tratta di una carta che dovrebbe garantire maggiore sicurezza nei prelievi e nei pagamenti, dato che richiede la digitazione del codice PIN per qualunque pagamento (non solo in negozio): infatti attualmente il PIN viene richiesto solo per i prelievi di contante dagli ATM (gli sportelli bancomat, insomma…).

Il limite attuale di questa soluzione è che deve essere supportata dai negozianti, non tutti già attrezzati per trattare carte con chip. Nei casi in cui il negozio non supporti ancora la nuova tecnologia, la carta funziona nel modo tradizionale, utilizzando la firma del titolare per la “validazione” della transazione, ma così neutralizzando almeno in parte le nuove misure di sicurezza.

In questi mesi si assiste ad un certo fermento intorno alle misure di sicurezza delle carte di credito: avevamo parlato della carta per “l’e-commerce sicuro” di IW Bank e già qualche mese fa avevamo anticipato alcune sperimentazioni di VISA. La ragione è che la nuova normativa europea relativa alla Sepa (Single Euro Payments Area – Area Unica dei Pagamenti in Euro) prevede che dal 2011 le carte di credito debbano rafforzare le misure di sicurezza per i pagamenti. Molte banche stanno quindi già adesso introducendo alcune novità per non trovarsi impreparate.

È nell’ottica di questa obbligatorietà che va interpretata anche l’osservazione che abbiamo fatto in precedenza: è vero che attualmente non tutti i negozianti sono attrezzati per trattare queste carte più sicure, ma è anche vero che nel giro dei prossimi anni il sistema dovrebbe essere implementato quasi universalmente.

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ING introduce il trading "low cost" per Conto Corrente Arancio

ING Direct ha introdotto una piattaforma per il trading on line “low cost” collegata a Conto Corrente Arancio, senza costi di attivazione o custodia titoli, ma sono previste delle spese per operazione.
La piattaforma permette di operare sui principali strumenti finanziari quotati in Italia (titoli azionari, titoli di Stato, obbligazioni ed ETF), e fornisce al cliente informazioni aggiornate in real time su quotazioni, e fornisce strumenti di monitoraggio ed analisi, prevedendo anche la possibilità di attivare degli avvisi via SMS.

Si tratta di un servizio che vuole conquistare una fetta del mercato del trading online in italia, puntando (per la dichiarata semplicità della piattaforma) raggiungere anche il target dei “non esperti”: anche se vale sempre la pena ricordare che il trading non è “un gioco”, ed è importante che chi investe in borsa abbia chiaro cosa sta facendo e a che rischi si espone.

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L'esaurimento delle risorse ambientali e la crisi economica

Vi segnalo un interessante grafico da FlowingData sull’esaurimento delle risorse naturali, realizzato dalla rivista New Scientist. Secondo le stime, molte risorse sono destinate ad esaurirsi entro poche decine di anni: ad esempio, l’argento potrebbe esaurirsi entro meno di 30 anni, ma “a rischio” sarebbero anche minerali come lo zinco, l’oro e il rame. Risorse che sono impiegate in molti processi industriali, e che se diventassero “non più disponibili” richiederebbero di re-inventare molte cose.

Ma non voglio qui concentrarmi sui dati, ma sull’atteggiamento di molti (in primis i commentatori di molti blog che hanno ripreso i dati) rispetto ad essi, che mi sembra analogo all’atteggiamento verso l’economia che ha preceduto ed accompagnato la crisi finanziaria.

Si può essere d’accordo o meno sulla correttezza di questi dati, ma se non si è d’accordo, la base devono essere altri dati “migliori”. Invece, la sensazione è piuttosto che, siccome questi dati non piacciono, in molti casi ci si aggrappi a forzature per negarli.

Il fatto è che la gente tende sempre a difendere (spesso, a qualunque costo) i propri schemi mentali, e rifiuta le informazioni che non sono coerenti con questi schemi, considerando invece solo i dati che sono coerenti. È a mio parere lo stesso di quanto è avvenuto con la crisi finanziaria: adesso gli economisti sono sotto accusa per non aver previsto la crisi, ma prima tutti i segnali d’allarme lanciati sono stati ignorati, in modo da non dover apportare modifiche al proprio stile di vista.

Un altro aspetto che poi colpisce è l’inconsapevolezza dei consumatori americano circa l’enormità dei propri consumi rispetto a quelli dei propri paesi. Infatti il grafico propone due calcoli: uno con i consumi mondiali che restano pari a quelli attuali, e un secondo che ipotizza che gli altri paesi arrivino ad un consumo pro-capite medio cresciuto fino a diventare pari a metà di quello USA. Inutile dire che questo secondo calcolo sembra essere totalmente incomprensibile per molti americani che non si rendono conto di quanto siano elevati i loro consumi rispetto al resto del mondo (e anche rispetto alle loro possibilità, andrebbe aggiunto), e come per molti paesi arrivare ad un livello di consumo pari solo alla metà del loro sarebbe un salto notevolissimo.

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Ma perché bisogna fare le leggi più velocemente? Non bisognerebbe… farle meglio?

È sempre vivo il dibattito sulle modifiche alla Costituzione, che secondo molti degli stessi proponenti hanno lo scopo di permettere di fare le leggi più velocemente. Ora, non voglio certo dire che la Costituzione sia perfetta, e non sia migliorabile, ma personalmente ho sempre avuto la sensazione che ci sia un errore di fondo in questa mentalità: piuttosto che fare leggi più velocemente, non sarebbe meglio fare leggi migliori? Dove con migliori, badate bene, non intendo che “piacciano a tutti”, ma che semplicemente siano applicabili e non introducano “effetti collaterali” che più di qualche volta le leggi fatte in fretta creano.

Il motivo di questa riflessione è molto semplice: le leggi sono le “regole del gioco”, e se si sente il bisogno di cambiarle di continuo, evidentemente più di qualcosa non funziona. Sarebbe come una partita di calcio dove si pretende di poter cambiare le regole ogni dieci minuti, perché ci si accorge che non vanno bene.

Forse, il problema è l’esatto opposto, che le leggi vanno fatte con più calma e riflessione, per garantire la loro applicabilità e coerenza. Già, perché di leggi in Italia non ce ne sono certamente poche, e viene difficile dire che l’esigenza principale è quella di poterne fare tante altre, più velocemente possibile.

A questo si aggiunge un altro aspetto, che è quello della certezza del diritto, aspetto su cui l’Italia certamente non eccelle: se le leggi cambiano troppo velocemente (cosa che avviene già ora) si creano delle dis-equità e delle disparità di fatto tra i cittadini.

Notate che non sono entrato nel merito dei contenuti delle leggi: non è questione di poter fare o non fare leggi ad personam, o inseguire questo o quell’interesse. No, il punto è semplicemente che leggi che cambiano di continuo diventano automaticamente ingiuste.

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È arrivato Rendimax Vincolato interessi (anticipati) fino al 3,75%

Banca IFIS ha introdotto “Rendimax vincolato”, il conto vincolato che affianca la versione “a vista” che si era fatta apprezzare per l’estrema semplicità e i tassi sopra le medie di mercato. La nuova opzione sarà attiva dal 4 maggio.

Come era stato anticipato qualche tempo fa, questo nuovo deposito vincolato si propone, in un certo senso, di compensare la diminuzione dei tassi di interessi applicati sul deposito a vista (scesi dal 4,75% al 2,94%), resa peraltro inevitabile dai significativi tagli apportati ai tassi di riferimento da parte della BCE.

Il vincolo può variare, secondo le scelte del cliente, da 30 giorni ad un anno, con interessi che vanno dal 3,15% al 3,75%. In particolare:

  • vincolo 30 giorni (1 mese): 3,15% lordo (2,300% netto, 2,333% capitalizzato*)
  • vincolo 60 giorni (2 mesi): 3,20% lordo (2,336% netto, 2,367% capitalizzato*)
  • vincolo 90 giorni (3 mesi): 3,30% lordo (2,409% netto, 2,439% capitalizzato*)
  • vincolo 180 giorni (6 mesi): 3,50% lordo (2,555% netto, 2,577% capitalizzato*)
  • vincolo 270 giorni (9 mesi): 3,60% lordo (2,628% netto, 2,640% capitalizzato*)
  • vincolo 365 giorni (12 mesi): 3,75% lordo (2,738% netto, 2,738% capitalizzato*)

* La capitalizzazione è calcolata ipotizzando un re-invesitmento immediato della somma più gli interessi maturati, ed è pertanto mensile nel caso di vincolo 30 giorni, annuale nel caso di vincolo di 365 giorni e via così.

La ritenuta fiscale dovrebbe essere pari al 27%, e non al 12,5% come avviene per prodotti concorrenti. Inoltre va evidenziato che per utilizzare Rendimax Vincolato è necessario investire almeno 5.000 Euro.

Rendimax Vincolato utilizza un meccansimo del tutto simile a quello di CheBanca!, con interessi che vengono anticipati: infatti una somma pari agli interessi che verranno maturati viene resa immediatamente disponibile sul conto “a vista”.

Al momento non ancora è chiaro se sia possibile recedere anticipatamente dal vincolo, e a che condizioni: i fogli informativi di Rendimax Vincolato infatti non sono in questo momento ancora disponibili.

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Le svalutazioni finanziarie potrebbero raggiungere i 4.100 miliardi di dollari: vediamo come sono ripartite

Come forse avrete già sentito o letto, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che le svalutazioni finanziarie potrebbero raggiungere il valore di 4.100 miliardi di dollari entro la fine del 2010. Notate che ho scritto “svalutazioni“: parlare di “capitale bruciato” o “perdite” (come spesso si fa sui giornali) è a mio parere improprio, tanto più considerato il fatto che queste svalutazioni fanno da contrappeso ad una serie di sopravvalutazioni che erano avvenute negli anni scorsi.

Ma veniamo alla “distribuzione” di queste svalutazioni:

  • Negli USA sono attese svalutazioni per 2.700 miliardi.
  • In Europa, le svalutazioni attese sono 1.200 miliardi.
  • Il rimanente (200 miliardi circa) in Giappone ed Asia.

E’ importante notare che la stima delle “svalutazioni USA” è aumentata, dato che a gennaio la stima era di 2,2 miliardi (la stima precedente, di ottobre, era di 1.400 miliardi). Un dato che dà argomenti a quanti sostengono che la crisi non è finita, per quanto il quadro della situazione possa andare chiarendosi.

Per quanto riguarda i soggetti esposti a queste svalutazioni, va detto che circa il 60% di queste dovrebbero finire sulle spalle delle banche, ma ben il 40% sarà a caricodi soggetti diversi, in primo luogo assicurazione e fondi pensione USA (ricordiamo che l’approccio dei fondi pensione americani è decisamente più speculativo di quelli “nostrani”), che dimostra ancora una volta la necessità di regolamentare in modo più adeguato anche i soggetti non-bancari che operano in campo finanziario.

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IW Bank e Visa lanciano One-Time-Code Card per il commercio elettronico

In questi giorni IW Bank, in partnership con VISA Europe sta lanciando un progetto pilota per sperimentare la nuova carta di pagamento “One Time Code Card, una carta di pagamento che include un microchip che genera un codice “usa e getta”, che ha lo scopo di migliorare la sicurezza dei pagamenti online.

Il codice ad otto cifre viene visualizzato su un display integrato sul retro della carta, e viene richiesto nei pagamenti che usano la tecnologia “Verified by VISA”. Attualmente, la tecnologia (che, va detto, non tutti gli utenti sfruttano) prevede, dopo l’inserimento del numero della carta di credito, l’inserimento di una password “statica” scelta dall’utente, per verificare che l’utente sia effettivamente il proprietario della carta, e non qualcuno che si è impossessato del codice. La One Time Code Card fa un passo in avanti, sostituendo questa password con un codice monouso generato dal chip sulla carta. Non solo, per assicurare che la carta sia in mano del legittimo proprietario, e non di qualcuno che la ha “trovata”, per ottenere la visualizzazione del codice monouso è necessario digitare un PIN in un tastierino integrato anch’esso nella carta.

La carta potrebbe incorporare anche le funzionalità di token per l’autenticazione a servizi quali l’accesso al conto online, anche se non è chiarissimo se questa potenzialità sarà operativamente sperimentata nell’immediato.

La sperimentazione di IW Bank nasce dal crescente interesse verso il mercato delle transazioni legate al commercio elettronico, che in Italia sono in continua crescita: secondo alcune stime, le transazioni nel solo dicembre 2008 sarebbero state 2,2 milioni, con un incremento del 30% nel volume di spesa complessiva rispetto allo stesso mese del 2007.

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Goldman Sachs: vie legali per fare chiudere Goldmansachs666.com

Goldman Sachs ha denunciato il blog Goldmansachs666.com per le critiche che il blog fa all’istituto finanziario. Per quanto si possa discutere della fondatezza o meno delle critiche, personalmente io rimango dell’opinione che la libertà di espressione vada tutelata, e quindi non la definirei certamente una scelta apprezzabile. Tanto più che il blog è apertamente contro Goldman Sachs (come il nome stesso indica chiaramente, essendo il 666 il “numero del demonio”…) quindi non può essere certamente accusato di essere ingannevole: chi arriva sul blog sa bene cosa aspettarsi.

Oltre tutto una scelta poco intelligente, viene da dire, dato che l’unico risultato ottenuto da Goldman Sachs è stato di dare un’estrema visibilità al blog. Come nota anche il buon Barry Ritholtz, se si vuol far chiudere un sito “contro”, è molto più efficace ignorarlo che denunciarlo.

Peraltro, va anche notato che ci sono precedenti che non giocano certamente a favore della causa intentata da Goldman Sachs: il più noto è indubbiamente il sito WalMart Sucks (WalMart fa schifo), denunciato dalla catena di megastore che aveva come oggetto critico. Infatti, nonostante una vittoria iniziale di WalMart, alla fine la giustizia americana aveva dato ragione al sito.

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