USA e UK sulla strada del "quantitative easing", cosa vuol dire?

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Anche gli USA stanno iniziando a percorrere la strada del quantitative easing, seguendo la via già intrapresa dalla Gran Bretagna. La FED acquisterà titoli del tesoro USA con scadenze a 2 e 10 anni. Si tratta di una misura scelta per intervenire sui mercati monetari, adesso che con gli strumenti “normali”, cioè la gestione dei tassi di interesse, non ci sono più spazi di manovra (perché sono prossimi allo zero). Proviamo a spiegare, in termini semplici (e semplificati), in cosa consistono le misure introdotte.

La politica del quantitative easing prevede il “pompaggio” di moneta nel sistema economico da parte della banca centrale, operazione che avviene appunto tramite l’acquisto di titoli sul mercato, ed in particolare di Titoli di Stato.

Per capire bene cosa implica l’acquisto di titoli da parte della banca centrale, è necessario fare un passo indietro, per “ricordarsi” che cos’è la moneta. Semplificando, la moneta è un “intermediario” per le transazioni economiche. In altre parole, quando si vuole scambiare un bene A (che può essere anche il lavoro) con un bene B, per comodità si usa come intermediario la moneta, che però non è “realmente” parte della transazione: il valore è “contenuto” nei beni A e B. Sempre semplificando molto, la moneta per queste transazioni viene prestata dalle banche centrali (quindi, banalizzando in modo estremo, rimane esterna alla transazione, dato che è un po’ come un termine presente in entrambi i membri di un’equazione, che può essere “ignorato”).

Se però la banca centrale usa la moneta non per prestarla, ma per fare acquisti, allora la moneta diventa parte della transazione, perché non sottende nessun altro bene. Il problema è che la moneta, da sola, “non vale nulla”. O meglio la moneta vale in misura proporzionale alla “ricchezza reale” del sistema economico dove viene utilizzata.

“Pompare moneta” in questo modo quindi significa diluire il valore del denaro (stessa torta, faccio più fette, le fette sono più piccole), e per certi versi significa una svalutazione implicita. In pratica si fa sì che gli asset costino di più non perché aumentano di valore, ma perché diminuisce il valore della moneta, facendo quindi aumentare il loro valore nominale. Una chiave di lettura interessante per analizzare ad esempio l’aumento del prezzo del petrolio dopo che gli USA hanno iniziato ad applicare questa politica: non è aumentato il valore del petrolio, ma diminuito quello del dollaro.

Se questa politica può riuscire a stimolare l’economia, va detto che presenta anche possibili effetti collaterali. Il principale è quello dell’inflazione. Chiaramente, in questo momento è un problema secondario, dato il rischio attuale di deflazione, ma potrebbero esserci effetti a medio-lungo termine se si introduce un’eccessiva quantità di moneta.

Va detto però che contrariamente ad altri casi (come lo Zimbabwe) dove questa politica è stata utilizzata nel tentativo di pagare il debito pubblico, nel caso di USA e Gran Bretagna si tratta di una misura temporanea, dato che l’intenzione è quella di rivendere i titoli acquistati quando la situazione economica tornerà ad essere favorevole (con l’operazione che quindi sarebbe un “prestito” anomalo, anziché un vero “acquisto”).

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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