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I mercati finanziari sono spesso dominati da comportamenti emotivi. Inevitabilmente, viene da aggiungere, dato che la finanza, come l’economia in generale, alla fine è composta di persone, che non si comportano sempre in modo logico e razionale. Partendo da questo presupposto, mi pare molto interessante il parallelo che ha proposto Barry Ritholtz qualche tempo fa, applicando al comportamento dei mercati di fronte alla crisi il modello di Elisabeth Kübler Ross che descrivere l’atteggiamento delle persone di fronte a lutti o comunque grossi traumi. È interessante perché si può effettivamente riconoscere l’evoluzione dell’atteggiamento di molti (dagli operatori finanziari, ai politici, all’opinione pubblica) nel corso della crisi.

Vediamo dunque quali sono queste fasi (leggermente “reinterpretate” rispetto all’originale):

  1. Negazione. La prima parte della crisi è stata dominata dalla negazione dell’esistenza della crisi stessa: all’inizio si negava che ci fosse una bolla creditizia ed immobiliare, poi si è negato che l'”esplosione” di questa bolla potesse avere conseguenze sistemiche, e alla fine si è sostenuto che, anche in caso, sarebbero state “moderate”. Volendo aggiungere una nota pessimistica, può essere una forma di negazione anche auto-convincersi che gli effetti siano già stati completamente “assorbiti” dai prezzi dei titoli finanziari.
  2. Rabbia. La ricerca di capri espiatori (più che di responsabilità) sicuramente rientra in questa “fase”. Non si può negare che non sono certamente mancate le invettive verso il “sistema”, indirizzate alla ricerca di “colpevoli” (persone, istituzioni o regole) su cui scaricare, appunto, la rabbia.
  3. Patteggiamento. Questa fase (che si può vedere come una sorta di scambio alla ricerca di “limitare i danni”) nella finanza si concretizzerebbe tipicamente nella “richiesta” di tassi più bassi nell'”illusione” che possa rilanciare i mercati azionari, oppure nell’atteggiamento “investire adesso per anticipare la ripresa futura”.
  4. Depressione. Si ha quando “nessuno ne vuol più sapere niente”: gli investitori arrivano ad evitare di guardare gli andamenti del mercato, e prevale un senso diffuso di scoraggiamento. Dati positivi o negativi hanno poco impatto, o comunque effetti non del tutto in linea con quelli che il dato avrebbe in condizioni “normali”.
  5. Accettazione. Si diffonde la comprensione della natura della crisi e delle conseguenze che lascerà. Non si pretende più di valutare gli asset rispetto ai massimi raggiunti prima della crisi, ma semplicemente rispetto al futuro. Ritholtz sostiene (e nel nostro piccolo non possiamo che essere d’accordo) che questa è la fase ideale dove ricominciare ad investire.

E’ un modello valido da applicare alle crisi finanziarie? Probabilmente va un po’ affinato, ma sicuramente offre degli spunti interessanti. Tra l’altro, offre anche una chiave di lettura sulla durata residua della crisi: infatti la “ripartenza”, in quest’ottica, si ha solo quando l’atteggiamento prevalente è quello dell’accettazione. Per cui più “indietro” ci si trova, più è lontana la ripresa. Personalmente credo che in questo momento ci siano molti sintomi della fase di “depressione”, il che effettivamente sarebbe un buon segnale dato che se così fosse e fosse corretto il modello saremmo vicini alla fase che precede la ripresa. Certo, ci sono molti “se”, in mezzo…

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