Il Gruppo Banca Sella lancia un finanziamento per chi è in cassa integrazione

Merita di essere citata un’iniziativa del Gruppo Banca Sella, che propone una formula di finanziamento dedicata ai lavoratori in cassa integrazione (una condizione purtroppo in via di diffusione).

Il Gruppo Banca Sella propone la possibilità di accedere ad un prestito, di massimo 5.000 Euro, da ripagare dopo 12 mesi in un unica soluzione. La caratteristica principale di questo prestito è che il tasso di interesse è solo 2,5% (fissato come tasso BCE + 1%), quindi ben al di sotto del costo “normale” dei prestiti.

Si tratta di un’opportunità probabilmente utile, dedicata, come detto, a chi si trova in cassa integrazione, in un periodo di difficoltà temporanea, con la solita nostra avvertenza in fatto di credito: non bisogna dimenticare che “i prestiti che si chiedono poi devono essere anche ripagati“, e quindi è necessario valutare la propria capacità di rimborsare il prestito a scadenza, per evitare di ritrovarsi con debiti che poi diventano di difficile gestione.

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Assicurare il mutuo contro il rischio di non riuscire a pagarlo? Si può fare, ma attenti a cosa vuol dire…

Forse avrete sentito che alcune compagnie di assicurazione stanno iniziando a proporre delle polizze che assicurano contro il rischio di non riuscire a pagare il mutuo. In pratica, se per qualche motivo l’assicurato non riesce a pagare una o più rate del mutuo, questa viene pagata dall’assicurazione.

Chiaramente, l’assicurazione è possibile solo se quando viene stipulata non ci sono rischi impellenti di insolvenza: un fatto che ha sollevato critiche da parte di qualcuno, ma sarebbe oggettivamente stato assurdo il contrario — un po’ come chiedere di assicurare l’auto dopo essersi schiantati contro un albero…

E’ importante, però, capire bene che un’assicurazione di questo tipo ha un unico scopo, ben preciso, ridurre il rischio, trasformandolo in un costo fisso. Esattamente come i mutui a tasso fisso eliminano la volatilità delle rate, ma non per questo vuol dire che alla fine costino meno di quelli a tasso variabile. Non si tratta certo di un regalo da parte dell’assicurazione o della banca: si tratta di scelte che vanno fatte in relazione alla propria propensione al rischio.

Queste assicurazioni sui mutui aprono, a mio parere, un ulteriore riflessione nel campo del “moral hazard“. E cioè: in passato ci siamo chiesti fino a che punto fosse giusto soccorrere chi aveva un mutuo a tasso variabile, “a discapito” di chi aveva scelto un mutuo a tasso fisso, facendo i propri conti e pagandone i costi.

Adesso si può vedere all’orizzionte un ulteriore quesito: sarà giusto soccorrere chi non riesce a pagare le rate e ha scelto di non assicurarsi? Mentre, probabilmente nulla sarà dato a chi invece si è accollato i costi di un’assicurazione contro il rischio di insolvenza. È chiaramente uno scenario con implicazioni diverse dal precedente, e la risposta probabilmente non è semplicemente “giusto” o “sbagliato” (ammesso che in altri casi risposte così nette lo siano). Però è un tema che a mio parere dimostra come sia necessaria una riflessione ampia sulle implicazioni delle scelte fatte in materia economica. A livello generale, è forse urgente fare chiarezza sul “dove” arrivano gli ammortizzatori sociali, e dove invece si entra nel campo delle scelte dei singoli. Perché c’è sempre più bisogno di regole chiare.

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50 banche escono dal Consorzio Patti Chiari

Avevamo scritto un po’ di settimane fa delle promesse di Filippo Cavazzuti, neo-presidente di PattiChiari (il consorzio che mira a promuove la qualità e l’efficienza del mercato e l’educazione finanziaria). Sembra che le promesse non siano cadute nel vuoto, e qualche novità sembra essere arrivata.

È di qualche giorno fa la notizia che una cinquantina di banche (su un totale di circa 150) non hanno rinnovato l’adesione a PattiChiari. Il motivo sarebbe che adesso, per aderire, devono rispettare un disciplinare di 30 punti. In precedenza, invece, era previsto un disciplinare in 10 punti, ma era sufficiente che una banca aderisse solo ad alcuni per poter comunque utilizzare il marchio del consorzio (che vuol dire, in altre parole, che il marchio non valeva nulla…).

Si tratta, a mio parere, di un fatto positivo, perché è importante contribuire a “fare selezione”, distinguendo l’eccellenza dalla mediocrità. Peraltro, nel caso specifico è una questione di coerenza, dato che è un controsenso che un organismo che dovrebbe promuovere la trasparenza, non si capisca come operi.

Un fatto importante, perché la trasparenza, che bisogna riconoscere in lento ma continuo aumento nel mondo finanziario, non è un “regalo” delle banche ma la loro risposta a specifiche richieste del mercato. In altre parole, ci si è resi conto che una strategia basata sulla chiarezza è più efficace di una strategia basata sull’ambiguità.

È importante quindi che questa “pressione” del mercato continui, ed è però importante che i consumatori migliorino la loro conoscenza del mondo della finanza, per indirizzare nella giusta direzione questa pressione. Ma soprattutto perché rimane inutile avere informazioni chiare, se poi non le si sa interpretare…

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Websella introduce i depositi vincolati a 3, 6, 12 mesi

Da qualche giorno, Websella.it ha lanciato una nuova offerta di deposito, che prevede il vincolo del capitale da 3 a 12 mesi. Una proposta che Websella ha introdotto per cercare di attirare clientela, ora che in conseguenza dei tagli dei tassi da parte della BCE il rendimento dei conti correnti online si è drasticamente ridotto. Ma anche probabilmente per conquistare una fetta del mercato composto da quegli investitori che, “fuggiti” da azioni e obbligazioni, sono ora alla ricerca di investimenti senza rischio, anche se a rendimento relatviamente contenuto.

In dettaglio, le opzioni di Deposito Websella.it sono le seguenti:

  • deposito a 3 mesi, 1,75% lordo, pari a 1,277% netto (1,285% netto considerando una capitalizzazione trimestrale)
  • deposito a 6 mesi, 2,00% lordo, pari a 1,460% netto (1,467% netto considerando una capitalizzazione semestrale)
  • deposito a 12 mesi, 2,25% lordo, pari a 1,642% netto (sempre 1,642%, essendo la capitalizzazione già annuale)

La tassazione di questi depositi è al 27% (che infatti non sono PCT se non in “senso allargato”) , come i normali conti di deposito e i conti correnti, cosa che “abbassa” inevitabilmente il rendimento netto. Gli interessi sono accreditati alla scadenza del vincolo (per questo nei calcoli precedenti abbiamo considerato un periodo di capitalizzazione pari alla durata del vincolo).

Il deposito viene rinnovato automaticamente alla scadenza, salvo diversa indicazione del cliente, ma questo non costiutisce un problema per i “distratti”, dato che è possibile ritirare il proprio denaro in qualunque momento (con una piccola annotazione che vedremo fra poco).

Deposito Websella.it prevede un investimento minimo di 5.000 Euro, e purtroppo non è a costo zero: infatti il cliente deve sostenere il costo dell’imposta di bollo, pari a 14,62 Euro, e il costo dell’invio del rendiconto cartaceo obbligatorio (pari a 1,81 Euro).

Dicevamo di una piccola nota sul prelievo anticipato del deposito: come accennato, il prelievo anticipato è sempre possibile (anche sotto forma di prelievi parziali), ma è prevista una penale: infatti, in caso di prelevamenti parziali o totali effettuati prima della scadenza del vincolo è applicata una penale determinata applicando un tasso pari al 75% di quello di remunerazione del deposito, sull’ammontare dell’importo prelevato, per i giorni mancanti alla fine del vincolo.
In pratica, se si depositano 10.000 con vincolo a 12 mesi, e però dopo 8 mesi li prelievo, vengono riconosciuti gli interessi mautrati (pari a 8/12 di 10.000 × 2,25% = 150 Euro), però viene anche addebitata una penale di 75 Euro (cioè i 4/12 di 10.000 × 2,25%). Insomma, in pratica il prelievo anticipato è possibile, ma va in pratica si perdono gli interessi.
Per chiarezza, è bene evidenziare che in ogni caso la penale può superare gli interessi maturati e quindi erodere il capitale, che quindi non viene toccato.

In conclusione, Deposito Websella.it è una propsota nella media dei rendimenti attuali del mercato, anche se non si può trascurare come ci siano offerte di conti di deposito, anche non vincolati, che offrono rendimenti maggiori. Sarebbe stato bello inoltre che Deposito Websella.it fosse stato a costo zero, e sinceramente soprattutto l’addebito dei costi per le comunicazioni cartacee poteva essere evitato.

In ogni caso, va fatta una nota di merito a Websella.it, per l’estrema chiarezza delle pagine web con le indicazioni su condizioni e funzionamento del deposito: anche se è vero che la chiarezza delle comuncazioni da parte delle banche è aumentata negli ultimi anni, non sempre si trovano situaizoni in cui, già nelle pagine di presentazione, vengono chiaramente indicati non solo i rendimenti, ma anche i costi, con un linguaggio che non vuole essere rivolto agli “addetti ai lavori”.

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USA: dati statistici privi di significato sulla vendite di nuove case

Abbiamo parlato ieri della forzatura dell’interpretazione dei dati sulla vendita di case negli USA (il “sorprendente” aumento delle compravendite è riconducibile ad un prevedibile andamento stagionale).

Oggi evidenziamo un’ulteriore dato “controverso” sui dati delle vendite, questa volta di nuove case.
Infatti, i dati del Census Bureau americano indicano una crescita del 4,7% a febbraio rispetto a gennaio. A parte i discorsi di stagionalità, c’è un altro elemento che evidenzia Barry Ritholtz: l’assurdo intervallo d’errore. Che è ±18,3%.

Non credo serva essere esperti in statistica per dire che dire che un dato come 4,7% ±18,3% è un dato totalmente privo di significato. In pratica, il Census Bureau dice che la crescita (o la contrazione) tra febbraio e gennaio è stata tra il -13,6% e il 23%! Personalmente, avrei evitato di diffondere il dato, piuttosto che diffondere una tale ridicolaggine.

E, per la cronaca, il dato in ogni caso è tutt’altro che positivo, dato che comunque si parla di -41.1% rispetto a febbraio 2008. ± 7,9%, che non è proprio un intervallo d’errore stretto, ma è già un passo in avanti…

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Incidenti stradali: piaga sociale, o tormentone mediatico?

Non ho alcuna “simpatia” per gli incidenti stradali, ovviamente. Però mi lasciano sempre perplesso le statistiche fatte in modo, diciamo, superficiale.
Da un po’ di tempo a questa parte gli incidenti stradali hanno conquistato grande spazio sulla cronaca, e hanno ufficialmente conquistato la classificazione di “piaga sociale” da parte del Ministro dei Trasporti. Può essere, quel che lascia perplessi è come mai lo siano diventati “quasi improvvisamente”.

Ora, senza nulla voler togliere alla gravità del problema della sicurezza stradale, non si può non evidenziare come gli incidenti stradali siano da tempo in costante diminuzione (fortunatamete), mentre siano in aumento i titoli dei giornali dedicati ad essi. Qualche anno fa, un incidente stradale, per quanto tragico, al massimo trovava spazio in un trafiletto in un qualche quotidiano di cronaca locale, adesso conquista le prime pagine nazionali. Chiaramente, una maggiore attenzione al problema è certamente positiva, ma si tratta id una situazione che tende, a mio parere, a distorcere il problema (anche involontariamente), e a dargli chiavi di interpretazioni scorrette.

Cosa vuol dire “interpretazioni scorrette”? Molto semplice: che (come inizia a notare più di qualcuno), la sicurezza stradale è un costo, mentre la pretende di fare senza investire — per non dire che spesso sembra che debba diventare una fonte di profitto per le casse dei vari enti. È un costo, perché quello che serve è una migliore infrastruttura, un maggiore numero di controlli, una maggiore educazione (e “selezione”) degli automobilisti. Cose che non si possono fare gratis. Allora si ricorre a “spauracchi”, introducendo sanzioni non sempre efficaci, anzi — ad esempio il maggiore tasso di “pirateria stradale” riscontrato negli ultimi mesi è perfettamente in linea con l’“analisi microeconomica” sulle sanzioni che avevamo accennato diversi mesi fa.

Anticipo un dato statistico che non credo sia ancora uscito: probabilmente qualcuno scriverà che le misure prese sono efficaci, perché nel 2008 sono diminuiti gli incidenti. E indovino che verrà trascurato il fatto che nel 2008 i consumi di benzina e gasolio (e quindi i km percorsi dalle auto) sono stati nettamente inferiori rispetto al 2007. Un dato che non sarebbe trascurabile.

Ma come si dovrebbe affrontare il problema della sicurezza stradale?
“Dare la colpa” alle infrastrutture può sembrare una facile assoluzione delle (spesso gravi) colpe degli automobilisti. Ma non si può negare che siano una concausa determinante: senza andare a ripescare i dati ACI che indicano come gli incidenti stradali, soprattutto gravi, si verifichino sempre negli stessi tratti, si può evidenziare come non sia raro che dopo un incidente stradale sul luogo vengano rapidamente fatti dei “lavori” (come ripristinare segnaletica orizzontale o verticale usurata e divenuta invisibile, modificare l’illuminazione o potare piante che ostruiscono la visuale), con lo scopo di prevenire l’imputazione di responsabilità al comune, e il conseguente esborso di danni. Fateci caso.

Ma come ho detto, gli automobilisti sono tutt’altro che esenti da responsabilità. Però, a volte viene l’impressione che i messaggi siano piuottosto confusi. Il tema della guida in stato di ebrezza, ad esempio, per come è affrontato, lancia dei messaggi impliciti che sono il contrario di quello che dovrebbe essere. Perché? Il motivo è semplice. Si fa un gran parlare del fatto che anche poco alcol alteri la percezione del rischio. Vero. Ma c’è un fatto, che è il nocciolo del problema, e cioè che il rischio non deve avere a che fare con la guida. In altre parole, uno non deve attraversare un incrocio, fare un sorpasso, ecc. quando “pensa” di farcela. Ma quando “è sicuro” di farcela. Se si sta guidando “al limite”, se la percezione del rischio diventa rilevante nella guida, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Un’interpretazione che potrebbe dare ragione a chi sostiene che sanzioni pesanti anche per tassi alcolici minimi sono prive di giustificazione. Ma non è questo il punto: il punto è che il “rischio” viene in certo modo implicitamente legittimato.

Parlando di rischio e di comportamenti pericolosi, continuo a non capire perché non si prevedano sanzioni serie per il mancato rispetto delle distanze di sicurezza, che è una delle più significative cause “reali” di incidenti, oltre che segnale di un approccio alla guida che non presta attenzione alla sicurezza, perché dimostra che vengono completamente trascurati i possibili margini di errore o gli imprevisti. Non credo ci siano statistiche in merito, però per quanto può valere una stima fatta sulla base dei miei conoscenti, posso dire abbastanza tranquillamente che quelli che non rispettano le distanze di sicurezza sono anche quelli che con maggiore o minore regolarità, finiscono coinvolti in incidenti…

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Vendite delle case in USA: dati positivi o… interpretati male?

Sui media ha avuto un discreto spazio la notizia di dati positivi che arrivano dagli USA soprattutto sulla vendita di abitazioni. Infatti, questa ha segnato un aumento rispetto al mese precedente, dopo diversi mesi che invece hanno sempre segnato risultati negativi. Questo dovrebbe essere un evidente segnale positivo, giusto?

In realtà, tutto questo ragionamento trascura un elemento tutt’altro che secondario: la stagionalità delle vendite. Infatti, le vendite di case sono nettamente stagionali, toccando il minimo proprio tra dicembre e gennaio, per poi aumentare e toccare i massimi intorno a maggio-giugno, per poi scendere di nuovo. Questo si può notare dal grafico che segue (NB: il grafico riguarda le nuove abitazioni, mentre le notizie riguardano la vendita di abitazioni esistenti, ma il trend non è diverso).


Nuove abitazioni vendute mensilmente (in migliaia) in USA da gennaio 2005 a febbraio 2009.
Dati da
www.census.gov

Il fatto che a febbraio le vendite siano aumentate rispetto a gennaio, quindi è tutt’altro che straordinario: anzi è la perfetta normalità delle cose. Per questo normalmente, in questi casi si fa il confronto non con il mese precedente, ma con l’anno precedente. Un confronto di questo tipo è molto meno “entusiasmante”, e conferma la contrazione del mercato immobiliare USA in corso ormai da qualche anno.

Quello che stupisce, per certi versi, è che gli analisti considerino una sorpresa questa crescita delle vendite a febbraio, cosa che conferma il dubbio che le previsioni vengano fatte spesso su estrapolazione di dati, senza analisi. Stupisce fino ad un certo punto, dato che molti analisti hanno dimostrato più volte la poca accuratezza delle loro previsioni

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ING cambia le regole per l'"edizione" di maggio di Borsa Protetta Arancio

ING sta iniziando la raccolta degli investimenti per Borsa Protetta Arancio Maggio, che introduce alcune novità rispetto alle precedenti “edizioni”, Borsa Protetta Arancio Agosto e Borsa Protetta Arancio Novembre (che come il nome indica, sono state introdotte rispettivamente ad Agosto e Novembre del 2008). Si tratta infatti di fondi in cui non è possibile entrare in qualunque momento dopo la sottoscrizione iniziale, e da cui anche l’uscita è possibile solo annualmente. O meglio, è possibile uscire in qualunque momento ma solo in specifici periodi si usufruisce delle caratteristiche del fondo.

Infatti, Borsa Protetta Arancio Agosto & Novembre (2008) avevano la caratteristica di garantire il capitale dalle perdite, ma “in cambio” veniva posto un limite massimo (cap) al guadagno possibile. Cioè, in pratica se il valore del fondo sale nell’anno del 15%, l’investitore riceve solo il 7% (il valore del cap). In compenso, però, se il valore scende, l’investitore riceve comunque il 100% del suo investimento iniziale.

Borsa Protetta Arancio Maggio funziona in modo leggermente diverso. Le novità sono due:

  • Il capitale non è più tutelato al 100%
  • Il rendimento diventa fisso, al 7%.

In pratica, l’investitore riceve un rendimento del 7% qualunque sia il rendimento “effettivo” del fondo (che replica l’andamento del DJ EURO STOXX 50), purché questo, da qui ad un anno, non perda più del 30%.

Qualora il DJ EURO STOXX 50 perda più del 30%, l’investitore riceve il 70% del capitale inizialmente investito.

Insomma, le alternative sono estremamente semplici: guadagnare il 7% o perdere il 30%. Nient’altro. Chiaramente, quello che è determinante (ma non si può valutare) è la probabilità di ciascuna di queste due alternative. La “scommessa” di ING è chiaramente che la performance da qui ad un anno sia superiore al 7% (con la possibilità quindi di assicurarsi la differenza).

Borsa Protetta Arancio è un tipo di fondo interessante? Dipende dalle aspettative che si hanno circa l’andamento dell’indice nei prossimi dodici mesi. Il massimo risultato lo si ha se l’indice segna, nei prossimi dodici mesi, tra -30% e +7%, dato che Borsa Protetta Arancio di maggio offre un rendimento garantito del 7%. Se la performance è negativa oltre il 30, allora si va incontro ad una perdita, ma anche se il rendimento è superiore al 7% si ha un mancato guadagno, dato che non si riceve nulla oltre il 7%. A ciascuno il compito (come al solito…) di valutare se possa essere un investimento adatto, o meno.

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Se molte banche sono "troppo grandi per fallire", allora devono diventare più piccole…

C’è un’interessante, quanto molto poco discussa, implicazione dell’idea che molti soggetti finanziari sarebbero “troppo grandi per lasciarli fallire (il gigante delle assicurazioni AIG è un esempio per tutti).

Infatti, se sono “troppo grandi”, la lezione dovrebbe essere che devono diventare più piccoli. Perché è evidente che c’è un problema di avere soggetti finanziari (siano banche, assicurazioni o società d’investimento) che accentrano troppe risorse, creando distorsioni nel sistema economico. La “necessità di salvataggio” è solo una delle distorisioni introdotte, la principale a mio parere è data dal fatto che — senza fare considerazioni “etiche” — semplicemente, la presenza di soggetti di questo tipo invalida i presupposti dei modelli di mercato, mettendo in dubbio le caratteristiche di “auto-regolazione” e “auto-correzione” che in condizioni ottimali dovrebbero avere, cosa cui peraltro stiamo assistendo in questi mesi. A questo si aggiunge, che si creano (più o meno esplicitamente) una serie di correlazioni tra gli operatori finanziari, e quindi tra gli asset tra loro posseduti, che impattano quindi sul rischio (dato che rendono difficile una “reale” diversificazione), che diventa difficilmente valutabile, e quindi finisce fuori controllo.

Si può chiaramente discutere se, in generale, una banca debba essere lasciata fallire (o piuttosto, di come questo possa avvenire senza danneggiare troppo soggetti come i correntisti o chi ha in essere un prestito con la banca stessa), certo è però che se la motivazione è che la banca “è troppo grande”, probabilmente è un segnale che qualcosa va corretto.

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Il premio Nobel Paul Krugman: il piano di salvataggio di Geithner non funzionerà

Nonostante l’entusiasmo dimostrato dai mercati per il piano introdotto dal Segretario del Tesoro USA Geithner (che prevede di incentivare l’acquisto da parte di investitori privati dei “titoli tossici”, con compartecipazione e garanzie da parte dello Stato), non tutti sono concordi sull’efficacia del piano. Meritano, credo, una certa considerazione le critiche sollevate da Paul Krugman sul suo blog, se non altro perché questo signore, per chi non lo sapesse, ha ricevuto qualche mese fa un Premio Nobel per l’economia.

Il problema, secondo Krugman, è che il presupposto implicito del “piano Geithner” è che in realtà il sistema finanziario è solido, non ci sono asset “tossici”, ma asset “incompresi” (cioè che il mercato sottostima). Un presupposto che però fa a pugni con il fatto che negli anni recenti le banche di fatto “hanno scommesso” che non c’era una bolla immobiliare, e che il debito di famiglie ed aziende in continua crescita era sostenibile. Una scommessa persa.

Secondo Krugman, inoltre, non sarebbe vero che gli investitori privati condividono il rischio del salvataggio: aumenterebbero invece le probabilità di perdite in quanto la garanzia data dal governo porterebbe, in pratica, a sopravvalutare gli “asset tossici”, in pratica perché mette un limite verso il basso a quanto può perdere l’investitore privato, spostando quindi la media dei ricavi per il privato verso l’alto, ma aumentando la probabilità che si verifichino perdite il peso cui peso ricadrebbe sulle spalle dei contribuenti.
Il meccanismo, in pratica è questo: immaginando un’asset che ha uguali probabilità di valere 150 o 50, il suo valore atteso (e quindi il prezzo che raggiunge in un’ideale asta) è 100. Se però qualcuno (il Governo) garantisce l’85% del valore, allora le cose cambiano, perché verso l’alto si continua a poter arrivare a 150, ma se le cose vanno male, con questo paracadute, non si scende sotto 85. Quindi, quello che sarà disposto a pagare l’investitore in un’asta, sfruttando questa garanzia, è di più, circa 130, che è a metà tra 150 e l’85% di 130, cioè 110 (ci sono un po’ di arrotondamenti in questo calcolo, ma è per capirsi). Ecco quindi la sopravvalutazione degli asset rispetto al loro valore reale. Che sarebbe poi, quindi, il motivo per cui i prezzi di questi asset tenderanno ad aumentare, ma secondo Krugman questo sarebbe generato solamente dalla creazione di una grossa situazione di moral hazard: infatti se alla fine salta fuori che i “titoli tossici” hanno valore, i privati guadagnano, se invece non valgono nulla, è un problema dei contribuenti.

Se i problemi dei mercati finanziari sono solo la liquidità e la fiducia, il piano può essere efficace, dato che in effetti favorisce una maggiore liquidità degli asset tossici e ne “gonfia” il prezzo. Ma se questa ripresa dei valori non si dimostra solida, allora la situazione rischia di complicarsi ancora di più.

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Ma la Banca d'Italia è un ente pubblico o privato?

C’è un dato che è spesso oggetto di confusione da parte di molti, e cioè la natura della Banca d’Italia. Il fatto che le banche (per legge) siano tenute a detenere quote di partecipazione della Banca d’Italia fa infatti confondere molti, che ritengono che questo significhi che la banca centrale è una S.p.A. di proprietà delle banche.

Chiaramente, si può discutere sui miglioramenti possibili (che sono, come sempre, molti), ma è un dato di fatto che dire che la Banca d’Italia è una società di proprietà delle banche è, semplicemente, errato.

Come lo statuto indica chiaramente, la Banca d’Italia infatti è un istituto di diritto pubblico, e quindi paragonarla ad una S.p.A. di diritto privato è fuorviante. Le funzioni dell'”assemblea dei partecipanti” sono decisamente limitate rispetto a un’assemblea degli azionisti. Basti ricordare che la nomina del Governatore della Banca d’Italia, sicuramente la figura di maggior rilevanza, avviene con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio (su deliberazione del Consiglio dei Ministri), ed il Consiglio superiore della Banca d’Italia può solamente esprimere un parere.

Questo, ovviamente, non vuol certo dire che la Banca d’Italia sia perfetta e non sia migliorabile. Però, come al solito, è bene non fraintendere i fatti, per fare critiche che possano portare a miglioramenti concreti.

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Ricerche Frequenti:

  • banca ente pubblico o privato
  • la banca ditalia è un ente pubblico o privato
  • la banca è un ente pubblico

USA e UK sulla strada del "quantitative easing", cosa vuol dire?

Anche gli USA stanno iniziando a percorrere la strada del quantitative easing, seguendo la via già intrapresa dalla Gran Bretagna. La FED acquisterà titoli del tesoro USA con scadenze a 2 e 10 anni. Si tratta di una misura scelta per intervenire sui mercati monetari, adesso che con gli strumenti “normali”, cioè la gestione dei tassi di interesse, non ci sono più spazi di manovra (perché sono prossimi allo zero). Proviamo a spiegare, in termini semplici (e semplificati), in cosa consistono le misure introdotte.

La politica del quantitative easing prevede il “pompaggio” di moneta nel sistema economico da parte della banca centrale, operazione che avviene appunto tramite l’acquisto di titoli sul mercato, ed in particolare di Titoli di Stato.

Per capire bene cosa implica l’acquisto di titoli da parte della banca centrale, è necessario fare un passo indietro, per “ricordarsi” che cos’è la moneta. Semplificando, la moneta è un “intermediario” per le transazioni economiche. In altre parole, quando si vuole scambiare un bene A (che può essere anche il lavoro) con un bene B, per comodità si usa come intermediario la moneta, che però non è “realmente” parte della transazione: il valore è “contenuto” nei beni A e B. Sempre semplificando molto, la moneta per queste transazioni viene prestata dalle banche centrali (quindi, banalizzando in modo estremo, rimane esterna alla transazione, dato che è un po’ come un termine presente in entrambi i membri di un’equazione, che può essere “ignorato”).

Se però la banca centrale usa la moneta non per prestarla, ma per fare acquisti, allora la moneta diventa parte della transazione, perché non sottende nessun altro bene. Il problema è che la moneta, da sola, “non vale nulla”. O meglio la moneta vale in misura proporzionale alla “ricchezza reale” del sistema economico dove viene utilizzata.

“Pompare moneta” in questo modo quindi significa diluire il valore del denaro (stessa torta, faccio più fette, le fette sono più piccole), e per certi versi significa una svalutazione implicita. In pratica si fa sì che gli asset costino di più non perché aumentano di valore, ma perché diminuisce il valore della moneta, facendo quindi aumentare il loro valore nominale. Una chiave di lettura interessante per analizzare ad esempio l’aumento del prezzo del petrolio dopo che gli USA hanno iniziato ad applicare questa politica: non è aumentato il valore del petrolio, ma diminuito quello del dollaro.

Se questa politica può riuscire a stimolare l’economia, va detto che presenta anche possibili effetti collaterali. Il principale è quello dell’inflazione. Chiaramente, in questo momento è un problema secondario, dato il rischio attuale di deflazione, ma potrebbero esserci effetti a medio-lungo termine se si introduce un’eccessiva quantità di moneta.

Va detto però che contrariamente ad altri casi (come lo Zimbabwe) dove questa politica è stata utilizzata nel tentativo di pagare il debito pubblico, nel caso di USA e Gran Bretagna si tratta di una misura temporanea, dato che l’intenzione è quella di rivendere i titoli acquistati quando la situazione economica tornerà ad essere favorevole (con l’operazione che quindi sarebbe un “prestito” anomalo, anziché un vero “acquisto”).

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Washington Mutual fa causa alla FDIC per 13 miliardi di dollari sulle condizioni del salvataggio

Washington Mutual (o meglio, quello che ne rimane) ha iniziato una causa legale contro la FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation) sulle condizioni del salvataggio, guidato appunto dalla FDIC, che aveva portato all’acquisizione delle attività bancarie di “WaMu” da parte di JP Morgan, dopo che Washington Mutual aveva dichiarato fallimento a settembre.

L’oggetto del contendere è il prezzo (1,9 miliardi di dollari) a cui le attività di WaMu sono state cedute a JP Morgan, prezzo nella cui fissazione la FDIC ha avuto un ruolo di primo piano. Ora quel prezzo viene contestato come “irragionevolmente basso”, e Washington Mutual vorrebbe circa 13 miliardi di dollari:

  • 6,5 miliardi per contribuzioni di capitale che la capogruppo avrebbe fatto al ramo bancario, e non valorizzati nella vendita;
  • 4 miliardi per asset che sarebbero stati “trasferiti per errore” (perché non sarebbero inerenti le attività bancarie);
  • 3 miliardi di rimborsi tasse;
  • oltre a ciò, 15o milioni circa di risarcimento danni.

Certamente, va detto che questi soldi servirebbero per pagare i creditori nell’ambito della procedura di fallimento: altrettanto sicuramente, però, si tratta di un gesto che evidenzia ancora di più le problematiche del moral hazard quando si parla di “salvataggi”. Perché la differenza tra le due valutazioni è verosimilmente data da diversi presupposti nella valutazione. Infatti, potrebbe essere possibile che la valutazione dei valori fatta da WaMu sia corretta, ma in un ambito di “normalità” dell’attività e dei mercati. Adesso però le cose non sono “normali”. Infatti, non si può dimenticare che la vendita è avvenuta in condizioni di mercato in cui la propensione all’acquisto è piuttosto bassa, e in cui la valorizzazione degli asset non è certo semplice.

Va anche detto, per completare il quadro, che la FDIC forse ha effettivamente “avuto fretta” di vendere, ma questa fretta era necessaria per tutelare i correntisti e chi aveva un prestito o un mutuo con WaMu.

Insomma, la causa iniziata da Washington Mutual non smentisce chi accusa i finanzieri di essere interessati solo alle proprie tasche e ben poco a cosa succede nel sistema economico. Non solo: potrebbe complicare eventuali salvataggi futuri, qualora la FDIC, o altri enti governativi, decidano di essere “più prudenti” per mettersi al riparo da eventuali contestazioni.

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Nella crisi finanziaria, i fondi etici hanno segnato risultati positivi

È di qualche giorno fa la notizia che Etica SGR (la società di gestione del risparmio creata da Banca Etica in collaborazione con Banca Popolare di Milano) ha chiuso il 2008 con risultati positivi nonostante la crisi finanziaria: utile netto in sostanziale aumento rispetto al 2007 (+25%), un saldo positivo di 3,3 milioni di euro, e non ultimo rendimenti positivi per i fondi monetario (+5,21%) e obbligazionario misto (+2,98%). Una performance che pone questi due fondi ai primi posti nelle loro rispettive categorie. Risultati che hanno fatto conquistare a questi fondi i “Lipper Fund Awards 2009“, i riconoscimenti assegnati da Lipper, l’agenzia di rating e fund research appartenente al Gruppo Reuters.

Bisogna dire che non si può considerare una assoluta sorpresa questo risultato: infatti, come avevamo avuto modo di evidenziare già in passato, etica e finanza non sono antitietiche, anzi. L’etica si traduce, dal punto di vista economico-finanziario, in una forte attenzione al lungo periodo anziché nel breve. Un’atteggiamento che, peraltro, non dovrebbe essere “strano”, ma è il modo in cui l’economia funziona correttamente.

Un’approccio economico che metta in primo piano la responsabilità sociale ed ambientale, quindi, permette di attraversare i periodi critici, come quello attuale, in maggiore “tranquillità”, proprio perché si hanno fondamenta più solide. Una lezione che la finanza in generale dovrebbe imparare.

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