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Le banche americane sono in una fase di grossa difficoltà. Come stanno le banche europee? Da un lato, abbiamo sottolineato più volte il fatto che le banche europee non sembrano aver avuto un orientamento all'”investimento selvaggio” come invece hanno avuto quelle americane. Dall’altro, però, avevamo evidenziato (già più di un anno fa) un dubbio di alcuni analisti, e cioè che i conti più in ordine delle banche europee siano “aiutati” dal fatto che non siano state apportate tutte le svalutazioni che lo scenario attuale richiederebbe. Infatti, sembrerebbe che le svalutazioni portate da molte banche non siano coerenti con le quantità di titoli USA (anche solo “potenzialmente tossici”) in portafoglio, senza contare le problematiche europee.

Proprio ad aggiungere validità a questa seconda ipotesi ci sarebbe un documento riservato secondo il Telegraph dovrebbe essere discusso al prossimo incontro dei ministri delle finanze europei. Secondo dati citati da RGE Monitor che riprendono stime di Goldman Sachs, le perdite “reali” delle bance europee sarebbero forse oltre il doppio di quelle finora riconosciute, arrivando ad una cifra che si avvicina al 10% del PIL totale dell’area.

I fattori di rischio principali sarebbero due: da un lato, le banche europee avrebbero in realtà un leverage effettivo più alto di quelle americane, dall’altro ci sarebbe il fatto che i debiti del settore industriale sarebbero, in rapporto al PIL, più elevati in Europa che negli USA: ben pari al 95% nel nostro continente contro un 50% stimato negli USA. Per questo motivo, per quanto le perdite “di partenza” sarebbero minori, le ripercussioni che queste possono portare a livello sistemico potrebbero costituire un “rischio sistemico”. A questo si aggiunge l’esposizione delle banche europee verso i paesi dell’Est Europa, dove la crisi si fa sentire in modo significativo, che ammonterebbe intorno ai 1.600 miliardi di dollari.

Sempre secondo il Telegraph (per quanto i paesi non sarebbero citati nel documento), a rischiare di più sarebbero Lussemburgo, Inghilterra, Beglio, Olanda, Austria, oltre alla Svizzera. Per certi versi, può essere considerata “tranquillizzante” l’assenza in questo elenco della Germania, che è di fatto il “motore economico” dell’Europa, e che a ben vedere siano sotto osservazione soprattutto Stati dove si è sviluppata molto una finanza “all’americana” (per così dire, e con le debite differenze), cosa che forse permette di essere non troppo pessimisti rispetto alle ripercussioni sull’economia reale.

Dalle autorità europee non ci sarebbero commenti ufficiali su questa “fuoriuscita di informazioni”. Si tratta comunque di un dato che, per quanto non debba certo gettare nel panico, pone ancora una volta il problema della capacità effettiva di intervento degli Stati in caso di necessità, dato il fatto che le dimensioni raggiunte da alcune banche europee rendono difficile il salvataggio da parte di un singolo Stato, dall’altro il fatto che forse molti Stati non hanno conti sufficientemente in ordine per potersi permettere un intervento adeguato.

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