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Come abbiamo ripetuto più volte in passato, il valore “equo” delle azioni è proporzionale ai profitti delle aziende. Chiaramente, il problema di una valutazione di questo tipo è (ovviamente, aggiungo) che non è noto il valore futuro degli introiti, e questa incertezza è proprio alla base delle oscillazioni della borsa.

Nonostante ciò, è possibile fare delle stime approssimative usando come dati di partenza i profitti attuali. Ed è proprio quello che ha fatto Barry Ritholtz (basandosi su dati del Wall Street Journal). Infatti, nonostante ci siano diversi segnali che il grosso della discesa dei valori di borsa è già passata, resterebbe il fatto che le quotazioni rimangono anormalmente elevate rispetto ai profitti delle aziende.

Il ragionamento è fondamentalmente che, in media, negli ultimi 60 anni, gli indici sono aumentati ad un passo in linea con l’aumento dei profitti (anche se comunque leggermente superiore). Ma il crollo dei prezzi delle azioni cui abbiamo assistito nelgi ultimi mesi non è in linea con il crollo dei profitti da parte delle aziende: perché fosse così, l’indice S&P500 dovrebbe avere un valore intorno a 440, quasi la metà rispetto al 826,84 che è stata la chiusura di venerdì.

Indubbiamente, è un ragionamento che va preso con le molle, dato che appunto non vengono “incorporati” i guadagni futuri — il valore di questi giorni è pienamente giustificato se ci si attende una ripresa dello scenario economico, e quindi che le aziende abbiano (almeno a partire da fine anno) una ripresa dei profitti che li faccia crescere quantomeno ad un passo superiore alla media storica, anche se non a raggiungere i livelli precedenti alla crisi.

In ogni caso, è un dato che deve spingere a riflettere, e quantomeno spiega il “timore” da parte di molti investitori che sembrano voler stare più lontani possibili dalle azioni, preferendo i Titoli di Stato, anche con rendimenti minimi.

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