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A mio parere, spesso in Italia il problema è che non si riesce a “scomporre” adeguatamente i problemi, confondendone gli aspetti, non riuscendo ad analizzarli, e giungendo a conclusioni che creano precedenti pericolosi.

L’imputazione di quattro dirigenti di Google con l’accusa di aver permesso la pubblicazione su YouTube di un filmato con protagonissta un ragazzo affetto da Sindrome di Down, deriso e picchiato da alcuni compagni di classe, è un esempio lampante di questo errore di approccio.

E’ giusto che il filmato di un ragazzo down che subisce violenze finisca su internet? Ovviamente no. Ma chi bisogna punire? E qui “ci si perde”.

Infatti, la tentazione di molti, a partire dall’associazione “Vivi Down” che ha portato avanti la denuncia contro Google, in quanto proprietario di YouTube dove i “bulli” hanno pubblicato il filmato, è di voler punire “tutti quelli che hanno avuto a che fare” con il fatto (speriamo non solo per ottenere un risarcimento danni monetario).

La logica (e la legge, se fosse applicata) vorrebbe che fosse punito chi ha realizzato il filmato e poi pubblicato su YouTube. Invece si vuole estendere la responsabilità a quest’ultimo, in quanto “fornitore del servizio che ha permesso di compiere il reato”.

La normativa internazionale (recepita anche in Italia) in realtà esclude questa responsabilità, ed è estremamente grave il semplice fatto che sia stato avviato un procedimento. Il motivo è semplice: il fornitore dei servizi (YouTube in questo caso) non ha “il controllo” di quanto viene pubblicato. Infatti, la legge prevederebbe responsabilità solo nel caso di una “partecipazione attiva” al reato, oppure ad esempio nel caso che il provider, venuto a conoscenza del reato, ne abbia permesso la continuazione. In altre parole, Google potrebbe essere sanzionabile solo se, dopo essere stato informato dei contenuti del filmato, non avesse provveduto a rimuoverlo da YouTube.

Il “controllo” dei contenuti da parte del provider non solo non è possibile (per la quantità di contenuti inseriti), ma neppure auspicabile, dato che gli darebbe di fatto un diritto di censura che non gli compete a nessun titolo.

Se il principio della responsabilità dei contenuti da parte del provider fosse stabilita, è ovvio che i provider si sforzerebbero di effettuare il controllo che gli viene richiesto, impedendo la pubblicazione di tutto quello che potrebbe essere “a rischio”. Ora, smettiamo di limitare il discorso a YouTube, e immaginiamo di estenderlo ai blog, ai siti internet, ai podcast… avremmo una totale limitazione della libertà di espressione, peraltro fatta da soggetti che non hanno titolo per fare una “selezione dei contenuti”. Se io diffamassi qualcuno in questo blog, la responsabilità sarebbe mia, non di BlogSpot, che non ha diritto di decidere cosa posso scrivere o cosa no. O meglio, diffamando qualcuno violerei i termini del servizio e quindi, dopo, avrebbe diritto a chiudere il blog, ma prima non ha diritto ad alcun controllo.

Per capire meglio, proviamo ad “uscire” dal mondo del web, che evidentemente confonde le idee, e proviamo a fare qualche esempio applicando il concetto nella “vita reale”:

  • se uno fa telefonate minatorie, la Telecom dovrebbe essere corresponsabile : il che però vorrebbe dire che dovrebbe avere l’obbligo di “ascoltare” tutte le telefonate;
  • se uno prende la metropolitana a Milano per andare a fare una rapina, l’ATM dovrebbe essere corresponsabile: e quindi avrebbe l’obbligo di far salire in metro solo chi può dimostrare che non sta andando a fare una rapina;
  • se uno spedisce una lettera ricattando qualcuno, le Poste dovrebbero essere corresponsabili: e quindi dovrebbero avere l’obbligo di passare al setaccio tutta la corrispondenza. Anzi, probabilmente dovrebbe esssere considerata corresponsabile anche la cartiera che ha prodotto la carta su cui è scritta la lettera.

Dovrebbe essere a questo punto evidente che allargare la responsabilità al provider non solo è ragionevole, ma oltremodo pericolosa per la libertà dei cittadini: un caso esemplare in cui la cura è peggiore del male.

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