Economia e finanza: manca una classe politica che tuteli gli interessi di lungo periodo

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Su New York Times di qualche giorno fa c’è un interessante editoriale di Michael Lewis e David Einhorn, che approfondisce i significati e le conseguenze della crisi finanziaria, destinata a ridisegnare almeno in parte il meccanismo di funzionamento della finanza.

Uno degli aspetti maggiormente evidenziati è che la finanza ha oggi un’attenzione troppo centrata sul breve periodo. La riflessione che però merita di essere fatta è che se da un lato è forse naturale che la finanza tenda a concentrarsi su un ottica breve termine, manca un’adeguato controbilanciamento “esterno”, in primis della classe politica, che crei una spinta verso gli interessi di lungo periodo. La classe politica infatti ragiona anch’essa in un’ottica di breve periodo: mentre in USA questa è forse una amara novità, purtroppo qui in Italia è una tradizione ormai consolidata, ed è raro che i politici prendano iniziative i cui benefici diventano visibili a distanza di anni (magari quando poi c’è qualcun altro in carica a “prendersi il merito”). Ne è una dimostrazione il fatto che nel nostro paese, anche temi che meriterebbero una discussione ed un dibattito approfondito sono spesso affrontati per mezzo di decreti, spesso scritti in modo affrettato, lasciando così aperti “buchi” legislativi anche gravi.

Il problema è anche un problema di cultura dei cittadini che, inutile negarlo, sono i primi a disinteressarsi del lungo periodo (e poi ne subiscono le conseguenze). Quanti voterebbero qualcuno che promette benefici anche grandi, fra 5-10 anni, e quanti preferiscono piccoli sconti fiscali e agevolazioni della durata di qualche mese?

Meglio un uovo oggi che una gallina domani“, dice il noto proverbio. Ma il problema è che ragionando così alla fine si finiscono le galline, e poi le uova. Che è quello che sta succedendo in Italia.

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