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Si parla spesso della “fuga dei cervelli” dall’Italia. Vorrei però sottolineare un aspetto: perché un paese sia competitivo, evitare la fuga è solo una parte del problema. L’altra parte è “attrarre talenti“. Con “talenti” intendiamo non solo i ricercatori universitari, ma quella che viene talvolta chiamata la classe creativa.

Perché la “classe creativa” è così importante? Il motivo è semplice: le innovazioni (che sono le cose che tengono in moto l’economia) vengono spesso da aziende giovani, dinamiche, comunque con idee nuove. Aziende formate da creativi — dove però per “creatività” non si deve intendere “spirito bohemienne” o mancanza di disciplina, come talvolta si fraintende, ma capacità di creare, di inventare.

Quindi l’equazione è semplice: tanti più creativi ci sono, tante più nuove idee vengono genereate, e tanto più vivace è l’economia. E per eccellere a livello internazionale, in quest’ottica, bisogna avere quindi “più creatività della media”: ecco quindi che non basta non avere una “fuoriuscita”, ma è necessario avere un bilancio positivo.

A questo punto viene spontanea una riflessione: quanti “talenti” stranieri vorrebbero trasferirsi a vivere e lavorare in Italia? Pochi. E il punto non è solo il borbonismo burocratico e il nepotismo del nostro paese, ma anche l’aspetto della qualità della vita. Un aspetto che si tende a sottovalutare clamorosamente nel nostro paese. Dove per qualità della vita non riguarda solo “quanto uno guadagna”, ma anche gli aspetti sociali e del divertimento. Per il buon vecchio motivo che non si dovrebbe vivere per lavorare, quanto piuttosto lavorare per vivere.

E personalmente mi viene il dubbio che sia questo il vero motivo anche della “fuga di cervelli”: per quanto non possa certo fare una statistica significativa, per la mia esperienza la motivazione principale che spinge molti “talenti” ad andare all’estero è “lì si vive meglio” prima che “lì ho più opportunità”.

Mettetevi infatti nei panni di un “talento”, cioè di qualcuno che può scegliere, e vi renderete subito conto che questi “plus” possono essere determinanti: se devo scegliere di trasferirmi all’estero, il fatto che lì “si viva bene” è tutt’altro che secondario. Forse è un po’ banalizzare, ma probabilmente uno ci pensa due volte prima di trasferirsi in un paese che sta ormai diventando il paese dei divieti, applicati senza il minimo di buon senso. Davvero qualcuno pensa che ci sia gente disposta fare la corsa per venire a vivere in un paese dove gli vorrebbero ritirare (inutilmente) la patente solo per essersi bevuto una birra in pizzeria? O dove chi organizza un concerto rischia sanzioni penali? O dove si fa di tutto per annientare la “vita notturna” di una città?

Non siamo certo ad invocare l’anarchia o a dire che non bisogna preoccuparsi della sicurezza o del rispetto reciproco. Però si tratta di problematiche che andrebbero affrontate con buon senso, che sembra aver abbandonato il nostro paese da tempo. E il rischio concreto è quello di creare un paese “a misura di pensionato”, dove solo i pensionati vorranno vivere, rimarrà solo chi non può andarsene e chi arriva “per disperazione”, ma che però sarà abbandonato un po’ alla volta da tutti quelli che pensionati non sono, e scivolerà sempre più velocemente nel declino.

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