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Anche se è (parzialmente) fuori tema, mi pare importante segnalare che il 27 gennaio sarà in discussione al Parlamento Europeo una proposta di Direttiva che punta a raddoppiare i termini del copyright, in particolare per i “performer”. Cioè dei diritti che spetterebbero a chi ha registrato un particolare brano, ma senza esserne l’autore.

Come ho già avuto modo di scrivere, gli strumenti di “tutela della proprietà intellettuale”, i brevetti come il diritto d’autore, ma devono essere usati in modo sensato.

Nella proposta di direttiva, ci sono molti elementi che vanno contro la logica che è quella originaria della legge, che in realtà sarebbe traducibile come “in cambio dell’avanzamento tecnologico o culturale che condivide con la comunità, chi lo realizza ha diritto a sfruttarlo commercialmente in esclusiva per un certo tempo“.

Il primo errore concettuale è che si continua a spacciare per “diritto d’autore” dei benefici che vanno quasi esclusivamente agli editori: si tratta di un bisticcio linguistico di cui è complice l’informazione, e che non permette di mettere nella corretta luce il problema. È vero che la normativa è quella che va sotto il “cappello” generale del diritto d’autore, ma solitamente si parla del diritto di edizione.

Il secondo è che la direttiva equipara autori ed esecutori. Per quanto il commissario Charlie McCreevy abbia detto di “non vedere alcun motivo per cui queste due categorie non debbano essere equiparate”, ma il motivo dovrebbe essere molto chiaro ed evidente: i primi creano qualcosa di nuovo, i secondi no.

Il terzo errore è che la proposta, nelle dichiarate intenzioni di chi ne è l’autore, non dovrebbe servire a proteggere i grossi nomi, ma “i migliaia di musicisti di sessione anonimi, gente che ha contribuito alle registrazioni alla fine degli anni ’50 e negli anni ’60”. In realtà, credo di poter dire che è abbastanza insolito che un session-man anonimo abbia accesso alle royalties per l’esecuzione, ricevendo piuttosto un compenso una tantum.

Il quarto errore è che si spacciano queste royalties come “la sola pensione” di questi musicisti-esecutori. È un discorso un po’ ridicolo: davvero bisognerebbe credere ci sia qualche musicista che ha smesso di registrare 50 anni fa e finora è vissuto di rendita? Peraltro, va sottolineato, dovrebbe essere anche un musicista che ha solo fatto quella registrazione, perché se ha percepito compensi per avere fatto anche dei concerti allora dovrebbe aver versato dei contirbuti (in Italia c’è l’ENPALS, l’ente pensionistico dedicato).

In conclusione, anche ammettendo che si possa discutere sul fatto se sia sensato o meno aumentare i termini del copyright, è indubbiamente vergognoso come interessi di pochi grossi soggetti vengano spacciati per gli interessi della comunità e dei soggetti più deboli. Vergognoso, ma non sorprendente, purtroppo.

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