Usare i fondi europei contro la crisi? Può essere un'idea, ma attenzione…

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Ieri Tremonti ha suggerito l’uso dei fondi europei contro la crisi. Chiaramente si tratta di una buona idea (se ben utilizzati), con una avvertenza: usare per esigenze contingenti (per quanto importanti) risorse destinate ad usi strategici costituisce un rischio, perché si possono fare più danni che benefici, “azzoppando” il paese nel medio periodo. Il problema dell’uso delle risorse pubbliche è annoso, ed in ottica di “strategia economica” mi pare il caso di tornare su un tema di cui avevo accennato diverso tempo fa, e cioè i problemi legati alla burocrazia intorno ai fondi europei, soprattutto quelli legati allo sviluppo e all’innovazione.

Forse molti non sanno che l’Unione Europea stanzia direttamente o indirettamente una grande quantità di fondi per aiutare lo sviluppo e l’innovazione nelle imprese. Per capirci, “direttamente” vuol dire che tramite bandi comunitari è la Commissione Europea a dare i soldi alle imprese, “indirettamente” vuol dire che la Commissione affida questi soldi a enti nazionali (tipicamente lo Stato o le Regioni) che devono impiegarli per aiutare le imprese e i lavoratori.

L’Italia è nota per essere in Europa uno dei paesi che usa meno e peggio questi fondi, che invece sarebbero molto importanti per favorire lo sviluppo del sistema economico. Abbiamo già detto di come la mancanza di innovazione sia uno dei fattori determinanti nel far sì che l’Italia sia agli ultimi posti tra i paesi OCSE per produttività, e che a cascata il rapporto tra salari e costo della vita sia così sfavorevole.

Ora, la chiave dovrebbe essere quella di usare meglio questi fondi. Per dare un termine di confronto, Spagna e Irlanda, i due paesi che in Europa hanno avuto uno sviluppo economico maggiore negli ultimi dieci-quindici anni, sono anche i paesi che hanno saputo sfruttare meglio le opportunità offerte.

Qual’è il problema? Il problema è che in Italia quando c’è un problema si tende semplicemente ad aggiungere restrizioni: nel caso specifico, il punto è che (soprattutto per i fondi che devono utilizzare lo Stato e le Regioni) la burocrazia la fa da padrona. Tradotto, vuol dire che non viene premiata “la buona idea” o “il buon progetto”, ma il progetto che può produrre “buona carta”. Che però difficilmente può essere “buona”, da sola. Il punto è che, anche per una paura di prendersi responsabilità, la selezione e la valutazione a consuntivo dei risultati ottenuti viene fatta in modo meccanico e burocratico.

Certamente, il rigore dei conti nell’uso di fondi pubblici non è un punto da eliminare, ma è evidente che non si può misurare l’efficacia in base a certificazioni e altre “cartacce”. Cito ancora una volta, ampliando ulteriormente il discorso, il Sindaco di Venezia Cacciari, che un po’ di tempo fa aveva sostenuto che le regole per gli appalti (e aggiungo, i fondi pubblici in generale) vanno profondamente riviste.

Altrimenti, come avevo scritto a suo tempo, questa “burocraticità” premia solo chi è in grado di produrre documentazione, più di chi invece realmente riesce a portare risultati concreti. Risulati che sono sempre più indispensabile se (perdonatemi se mi ripeto ancora) si vuole evitare non tanto di avere 900.000 disoccupati in più fra un anno, ma piuttosto 9.000.000 in più tra dieci. Anche se qualche malizioso sosterrà che quel che succede dopo dieci anni non è mai un problema del governo in carica…

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