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Su Corriere.it c’è un articolo del 5 dicembre intitolato «Metà delle famiglie a rischio default» che illustra come dai dati dell’ultimo rapporto annuale del Censis emergerebbe una fotografia di estrema crisi per le famiglie italiane, con addirittura la metà che rischierebbero la bancarotta.

Ma è proprio così? Il punto è che i dati sono utilizzati in un modo estremamente distorto, tanto che per certi versi viene difficile non sospettare l’incompetenza o la malafede di chi li ha utilizzati in questo modo, soprattutto considerando che il “virgolettato” nel titolo farebbe pensare ad un’affermazione diretta del Censis, di cui però personalmente non ho trovato traccia nei comunicati del Censis. Prendiamo comunque per buono che sia stato un errore in buona fede, e vediamo perché parlare di “metà delle famiglie a rischio default” è semplicemente infondato.

Una nota: ovviamente (credo che a chi è già capitato di leggere questo blog lo sappia già) il punto qui non è “dire che la crisi non c’è”, o dimostrare in qualche modo che “va tutto bene”. Il punto è che distorcere un problema non è di alcuna utilità: per trovare una soluzione va innanzi tutto correttamente compreso.

Torniamo dunque ai dati del Censis illustrati nell’articolo di Corriere.it, ma vediamoli sotto forma di tabella.

«Metà delle famiglie a rischio default»
24.200.000 numero famiglie italiane
12.000.000 48,80% “rischio default”

La domanda che dovrebbe venire spontanea è allora molto semplice: come viene fuori quel “48,80%”? Ecco spiegato da dove nasce questa percentuale.

Dettaglio % Problematica
2.800.000 11,80% hanno investito in azioni o obbligazioni
2.000.000 8,20% stanno pagando un mutuo
3.100.000 12,80% stanno pagando rate per credito al consumo
3.873.000 16,00% non hanno risparmi da parte
TOTALE ?! 48,80%

Ci sono una serie di grossolani errori in questo calcolo:

  • Il fatto di aver investito in azioni od obbligazioni, o di stare pagando un mutuo o delle rate non è automaticamente motivo di rischio default, al massimo può (neppure in tutti i casi) spingere verso una riduzione dei consumi non essenziali.
  • È concettualmente sbagliato sommare queste percentuali, dato che “chi sta pagando un mutuo”, “chi sta pagando rate”, “chi ha investito in borsa” e “chi non ha risparmi da parte” non sono insiemi distinti. È più che plausibile l’ipotesi che qualcuno abbia investito in borsa ma stia anche pagando un mutuo o abbia effettuato acquisti a rate. Quindi sommare gli insiemi come fossero distinti vuol dire contare più volte queste famiglie.

Nell’articolo sono indicati anche una serie di “di cui” che ci aiutano a capire meglio le dimensioni del rischio per le famiglie italiane:

Dettaglio % % Problematica
1.700.000
7,10% hanno investito in azioni o obbligazioni più della metà dei propri risparmi
250.000
1,00% ha un mutuo, ed ha difficoltà a rispettare le scadenze dei pagamenti
971.000
4,00% stanno pagando rate per credito al consumo per un importo superiore al 30% del reddito annuo
3.873.000 16,00% non hanno risparmi da parte
TOTALE

?

Anche in questo caso bisogna fare qualche precisazione:

  • L’unica categoria in concreto rischio default è l’1% che fatica a rispettare le scadenze dei pagamenti. Le altre sono categorie che corrono il rischio di dover affrontare situazioni contingenti che le possono portare dentro a questa categoria.
  • Aver investito in azioni/o bbligazioni più della metà dei propri risparmi non è per forza un motivo di rischio. Dipende tutto da quanti sono i propri risparmi, e dal fatto quindi che sia stata destinata a questa forma di investimento una quota troppo elevata o meno.
  • Pagare rate per un valore pari o superiore al 30% del reddito è indubbiamente un elemento di criticità, ma anche in questo caso dipende da “quanto è” il reddito familiare, perchè si possa parlare di “rischio default”.
  • Non avere risparmi da parte costituisce anch’esso un elemento di criticità, in quanto possono nascere problemi nel caso si debbano affrontare spese impreviste. Ma dipende anche dal livello di consumi: un conto è se la famiglia non ha risparmi perché ha poche entrate, un altra è se è in questa situazione perché il reddito è impegnato in consumi “extra”.

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