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Uno degli aspetti interessanti della crisi finanziaria è che inevitabilmente comporta una serie di conseguenze, anche a livello di equilibri politici mondiali, soprattutto influenzati dal crollo del prezzo del petrolio. Proprio il petrolio infatti ha permesso a diversi paesi produttori di arricchirsi notevolmente e rapidamente negli ultimi anni, creando però anche tutta una serie di tensioni riguardo al “peso politico”. Non a caso, la spinta “concreta” verso energie alternative negli ultimi anni può essere ricondotta, più che ad una volontà “ambientale” o anche solo economica, al desiderio di non subire il peso politico dei paesi produttori, che controllando i “rubinetti” dell’energia godono di un potere notevole.

La crescita economica, unita all’elevato peso del petrolio ha secondo molto spinto da un lato verso un aumento delle spese militari (si pensi alla “ricostruzione” da parte della Russia di un esercito che fino a pochissimi anni fa era considerato “disastrato”), dall’altro a frenare spinte democratiche in paesi emergenti (in quanto in questi il petrolio — e quindi l’economia — è in mano a pochi, mentre la maggior parte della popolazione non beneficia della ricchezza prodotta). Ma anche a “comprare potere” all’estero grazie alla possibilità di disporre di grossi capitali.

Ora, soprattutto a causa del prezzo del petrolio colato a picco, questo scenario potrebbe cambiare. Non solo perché gli introiti sono minori, ma anche perché investimenti in nuovi giacimenti redditizi quando il petrolio era quotato 100 o 80 dollari ora costituiscono una zavorra che può trascinare giù i conti in modo relativamente veloce.

Da questo punto di vista, la crisi finanziaria potrebbe spingere ad una sorta di pace obbligata, diminuendo la possibilità di conflitti armati tra nazioni. Per il semplice motivo che probabilmente i vari stati non possono più permettersi il costo di una guerra.

Ad esempio, è oggi estremamente improbabile che gli USA decidano per un intervento armato in Iran, come invece avevano più o meno minacciato relativamente pochi mesi fa in caso non avesse abbandonato la strada del nucleare. Ed è forse sempre alla crisi finanziaria che va ricondotto il prossimo ritiro degli USA dalla (costosa) campagna in Iraq, più che ad un cambio di visione politica internazionale. Campagna che, per inciso, in diversi hanno notato essere costata ogni anno agli USA ben più dell’equivalente del PIL dell’Iraq, tanto che non manca chi sostiene che sarebbe stato molto più economico, ed efficace, “corrompere ogni uomo, donna o bambino del paese”, piuttosto che bombardarlo.

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