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Abbiamo parlato più volte dei difetti degli interventi anti-crisi da parte del Governo. Abbiamo scritto che sono interventi una-tantum, di dubbia efficacia (come il tetto ai tassi dei mutui — in uno scenario che si delinea però come di tassi al ribasso — o il blocco delle tariffe — che esclude però energia, gas, autostrade). Facile lamentarsi, mi ha fatto notare qualcuno, ma cosa bisognava fare? Proviamo a ragionare.

Il problema degli interventi è che sono mirati a mantenere lo status-quo precedente alla crisi. Questo atteggiamento, va detto per amor di completezza, non è causato solamente dal Governo, ma dall’intero sistema politico e “para-politico”, per cui possiamo “mettere nel calderone” anche l’opposizione, i sindacati, ed il sistema economico in generale.

Facciamo un esempio. Uno dei meccanismi di incentivo all’economia e ai lavoratori introdotti dal governo è stata la detassazione degli straordinari: un provvedimento che favorisce chi ha già un lavoro (che si trova così con più soldi in busta paga), ma che è destinato ad aumentare la disoccupazione, o quantomeno a non diminuirla, dato che a questo punto alle aziende conviene far fare straordinari ai dipendenti che hanno anziché assumere nuovo personale. Secondo alcune stime, le aziende potrebbero nei prossimi mesi tagliare le nuove assunzioni fino al 25%.

Allora bisogna affrontare in modo più concreto il problema del sistema economico italiano, e cioè la scarsa produttività (l’Italia è uno dei paesi a più bassa produttività dell’OCSE).

Ma cosa vuol dire produttività? Non vuol dire “lavorare di più”, come sembra di cogliere sia nella visione (distorta) di molti politici e non solo, ma vuol dire “creare maggiore valore aggiunto“. E come si aumenta il valore aggiunto? Facendo innovazione. Ecco allora quello che doveva essere un punto centrale per il rilancio dell’economia: favorire l’innovazione. Perché il problema non è soltanto impedire che ci siano 900.000 disoccupati in più l’anno prossimo, ma anche impedire che ce ne siano 9.000.000 fra dieci anni.

Il tema non è solo quello di creare dei “casi di eccellenza”, avere delle aziende che toccano delle “vette tecnologiche”, ma favorire il rinnovamento del tessuto economico, in altre parole supportare le aziende non solo in quella che è “innovazione assoluta”, ma anche nell'”innovazione relativa”, cioè cose che esistono già ma sono “nuove per l’azienda”. Come si fa? Ecco qualche idea.

  • Innanzi tutto, sarebbe opportuno agevolare fiscalmente la formazione dei lavoratori. Non è assolutamente banale il fatto che un lavoratore che ha acquisito competenze qualificanti in corsi di “formazione continua” da un lato porta in azienda una serie di conoscenze che possono permettere di lavorare meglio (creando il valore aggiunto di cui si diceva prima), dall’altro “ha un maggior valore” sul mercato del lavoro, proprio per le competenze acquisite, e in caso di necessità può trovare lavoro più velocemente e facilmente.
  • Favorire le aziende nel realizzare prodotti innovativi e “di qualità”, che vuol dire non solo incentivare l’implementazione di nuove tecnologie, ma anche di nuovi processi. È un meccanismo meno immediato del precedente, che può essere totalmente automatico, ma ci sono alcune parole chiave come “gestione dell’innovazione”, “usabilità dei prodotti” e via così che costituiscono un fattore di potenziale successo delle aziende nel mercato (nonché di “utilità concreta” per gli acquirenti, che traggono un beneficio da prodotti “migliori”), che si può trovare il modo di incentivare non solo a parole. Ad esempio, un’ottima strada sarebbe di agevolare l’accesso a prestiti bancari finalizzati all’innovazione, con lo Stato che potrebbe magari essere co-garante del prestito, in modo da ridurre la rischiosità per la banca (e quindi il costo del prestito per l’azienda) senza annullarlo (in modo da costringere la banca comunque ad una valutazione dei progetti).
  • La Pubblica Amministrazione ha anche una serie di casi di eccellenza, che spesso sono in grado di offrire supporto concreto alle aziende del loro territorio ed ai cittadini. Perché innanzi tutto non si comunica meglio quali sono queste amministrazioni e cosa possono fare? Sono molti i casi in cui vi sono agenzie regionali, provinciali, o legate al mondo delle Camere di Commercio che offrono servizi (a volte anche di buona qualità) che possono aiutare le aziende ad affrontare molte problematiche, ma le aziende e i lavoratori non li sfruttano spesso perché non li conoscono. Seconda cosa: se ci sono veramente questi casi di eccellenza nella Pubblica Amministrazione, invece di procedere a tagli generalizzati, perché non si dà invece a questi casi di eccellenza la possibilità di ampliare i propri servizi? In politichese qualcuno potrebbe dire che questo è “premiare le amministrazioni virtuose”, ma l’ottica non deve essere questa: non si tratta di “premiare” nessuno, quanto di rafforzare i punti di forza a beneficio degli utenti, aziende e cittadini.

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