Il Kuwait rinuncia all'ingresso in Dow Chemicals. Medioriente rimane fuori dall'industria petrolchimica?

Ieri avevamo accennato ad alcuni interessanti aspetti della situazione attuale dell’industria petrolifera e petrolchimica, e come promesso spendiamo due righe per approfondire l’argomento.

Infatti, la Kuwait Petroleum Company aveva in programma un mega-accordo con Dow Chemicals (la seconda più grande produttrice chimica al mondo dopo BASF), che prevedeva l’acquisizione del 50% del ramo di Dow Chemicals dedicato alla plastica, e la creazione di una joint venture. Un’operazione da circa 7 miliardi e mezzo di dollari, che però non ha valenza solo economica, ma aveva anche lo scopo di permettere al paese di diversificare la sua produzione, riducendo il peso specifico del semplice greggio e del gas, per spostarsi verso prodotti più “sofisticati” come i polietileni, di cui la joint venture sarebbe probabilmente stata la prima produttrice al mondo: infatti in Kuwait — come peraltro negli altri paesi dell’area — può giò contare su una crescente industria petrolchimica grazie alla disponibilità di materie prime ed energia a basso costo.

Questo accordo però è stato rimesso in discussione dalla contrazione globale della domanda di petrolio e di materie plastiche, che da un lato spinge a ridiscutere il valore del ramo d’azienda (dato che le prospettive di profitto sono inferiori), dall’altro riduce i profitti per i produttori di greggio, che quindi possono più difficilmente permettersi grossi investimenti.

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Le ragioni della diminuzione del prezzo del petrolio

Nei giorni scorsi ho notato alcuni distributori low-cost che iniziano a proporre il diesel a meno di 1 Euro/litro, e l’occasione è quindi buona per tornare sulla discesa del prezzo del petrolio. Finora infatti abbiamo parlato delle cause “macroeconomiche” di questo crollo dei prezzi che, come abbiamo già scritto, possiamo da questo punto di vista ricondurre fondamentalmente a tre elementi:

Val la pena però entrare un po’ più in dettaglio anche sull’evoluzione della domanda di petrolio, dato che la cosa ci può dare qualche spunto di riflessione.

  • La domanda di carburanti è diminuita: quantificare “di quanto” non è immediato ma è noto che la domanda di trasporti è scesa (pensate al calo record di ordinazioni per Volvo Trucks), e quindi i TIR e i camion percorrono, complessivamente, meno strada. Per fare un conto con numeri “a caso”, giusto per dare un’idea di come si arriva in fretta a grossi numeri, se in Italia, ci sono 10.000 TIR che ogni giorno fanno 500 Km in meno, e sapendo che un TIR fa poco più di 3 Km con un litro di carburante, vuol dire 3.000.000 di litri di gasolio al giorno richiesti in meno. Tradurre questo numero in “barili di petrolio” non è automatico dato che per avere un litro di gasolio serve più di un litro di greggio però, sempre per avere una sensazione delle dimensioni del fenomeno, possiamo stimare che sia un valore tra l’1 e il 5% delle importazioni di petrolio in Italia (che sono di circa 2.000.000 di barili al giorno).
  • La domanda di energia è diminuita, dato che molte fabbriche — e specialmente quelle prettamente industriali, più energy intensive — hanno ridotto la produzione (a ottobre la produzione industriale è scesa del 6,9% rispetto al 2007, secondo i dati ISTAT). Tradurre in numeri qui è un’impresa difficile, per comodità di ragionamento, si può supporre che l’impatto sulla domanda di energia sia proporzionale alla discesa della produzione.
  • È diminuita anche la domanda di altri derivati del petrolio, come le materie plastiche: si tende infatti a dimenticare che il petrolio non serve solo a fare carburanti, ma ha tra i suoi derivati anche altri tipi di prodotti. Per quanto sia una percentuale minoritaria, non è irrilevante (stiamo, in pratica, parlando dell’industria petrolchimica) e aggiunge valore alla materia prima. Sul tema di petrolio e plastica ci sono alcuni approfondimenti interessanti da fare, ma li rinviamo ad un prossimo post dedicato.

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Madoff: la SEC era informata dal 2005

Il blog di Barry Ritholz riporta un interessante documento che dimostra che la SEC aveva ricevuto già nel 2005 una circostranziata denuncia sul fondo di Madoff, che in questi giorni si è conquistato le pagine dei giornali in quanto è emerso che era fondamentalmente una truffaldina catena di Sant’Antonio più che un’azione di investimento.

La SEC (Security Exchange Commission), come saprete, è l’organo di vigilanza sui mercati finanziari americani, equivalente alla nostra CONSOB, che quindi finisce sotto accusa per aver mancato ai suoi compiti: infatti il documento è estremamente circostanziato, individuando 29 elementi altamente sospetti (dalla strutta stessa del fondo di Madoff, fatta in modo da non dover rientrare in molti dei controlli previsti per altri fondi, ad illogicità del modello di business con rinunce a diversi milioni di dollari di guadagni — se veramente il fondo avesse funzionato).

Va però a mio parere sottolineato che questa “scoperta” conferma che più che un fallimento dei liberi mercati in generale, stiamo assistendo alle conseguenze del “capitalismo corsaro”, dove in molti hanno fatto di tutto per cercare di neutralizzare l’applicazione delle regole stesse dei mercati, in una connivenza generalizzata.

Madoff_SECdocs_20081217

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Deutsche Bank contestata dagli obbligazionisti per il mancato rimborso del debito

Alphaville riporta che Deutsche Bank è in questi giorni contestata da diversi investitori istituzionali per aver deciso di non ripagare a gennaio 1 miliardo di euro in obbligazioni, come era atteso.

Per capire meglio, e dare la giusta dimensione, a quanto sta avvenendo, va detto che stiamo parlando di “callable bond“, e cioè di obbligazioni che l’emettitore ha facoltà di riacquisire prima della naturale scadenza, ad un termine anticipato. E’ di questo “termine anticipato” che si sta parlando, non della “scadenza finale“, per cui non c’è alcuno scenario di insolvenza, quanto piuttosto di una scelta legittima della banca.

Una scelta che però va contro quella che è una sorta di convenzione consolidata da parte delle banche europee, che in genere rimborsano il capitale già alla prima scadenza utile, rifinanziando il pagamento con un’ulteriore emissione di debito.

Si tratta quindi di una scelta che lascia intendere che Deutsche Bank si attende una significativa maggiore difficoltà (quindi costo per l’emettitore) da parte dei mercati di accettare obbligazioni emesse dalle istituzioni finanziarie. Secondo quanto riporta RGE Monitor, mentre a inizio anno il mercato si accontentava che le obbligazioni di questi soggetti rendessero in media l’1,28% in più rispetto ai Titoli di Stato, ora il differenziale è salito al 4,83%.

Dato che questa forma di raccolta di capitale rientra nel “Lower Tier II”, e cioè è considerata parte del patrimonio della banca, anche al fine del calcolo delle riserve, questa situazione si traduce in un maggiore costo per le banche nella raccolta di capitali, cosa che poi ovviamente si riflette anche sulle offerte che la banca può fare alla clientela.

Se in questo scenario la scelta di Deutsche Bank è perfettamente comprensibile e logica (dato che in teoria i callable bond sono emessi proprio per consentire all’emettitore questo tipo di scelte), il rischio nel non soddisfare le aspettative degli obbligazionisti è comunque elevato, tanto è vero che sembra alcuni investitori abbiano minacciato una sorta “sciopero”, dato che potrebbe ridurre la domanda delle prossimi emissioni, e quindi aumentare ulteriormente i costi per la banca nella raccolta del capitale.

La preoccupazione generale è che la scelta di Deutsche Bank crei un precedente, generando questa sfiducia negli investitori non solo nei confronti del singolo soggetto, ma generalizzando a tutto il settore bancario, che potrebbe quindi trovarsi ad affrontare in modo diffuso un maggiore costo di raccolta dei capitali.

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In Italia tassi dei mutui più alti che in Europa?

Continuano le polemiche sui tassi dei mutui, che secondo alcune associazioni di consumatori “sono scesi, ma non abbastanza“. Si tratta però di considerazioni che lasciano trasparire una visione parziale del problema, forse per superficialità, forse per “populismo”. Perché? Per i motivi che abbiamo ripetuto più volte:

  • Confrontare le condizioni di mercato finanziario ed economico di adesso con quelle del 2005 è decisamente poco significativo, dato che adesso, a differenza di allora, c’è una crisi finanziaria in corso.
  • Le banche, in linea generale, si fanno prestare i soldi al tasso Euribor, e non a quello BCE, quindi è sbagliato, quando si fanno i conti in tasca alle banche, incorporare la differenza tra tasso Euribor e tasso BCE nel guadagno della banca.
  • Lasciare intendere, come sembra arrivare a fare qualcuno, che i tassi Euribor sono mantenuti artificialmente alti da parte delle banche per guadagnare alle spalle dei consumatori è semplicemente mancanza di senso della realtà, e di non aver minimamente compreso la crisi finanziaria in atto: senza contare i motivi di cui sopra,
  • Rimane comunque l’atteggiamento ai limiti dello schizofrenico nei confronti della finanza: ci si lamenta che le banche hanno causato una crisi finanziaria prendendo troppi rischi (che operativamente vuol dire prestiti troppo facili e a tassi troppo bassi), ma ci si lamenta anche quando per proteggersi dal rischio aumentano i tassi e stringono i cordoni della borsa. Ci si preoccupa del possibile imminente fallimento di qualunque banca, e poi si viene a dire che invece guadagnano troppo.

Permettetemi poi di aggiungere una piccola nota polemica: viene da domandarsi anche perché tutti adesso siano a lamentarsi dei tassi dei mutui, e nessuno invece, quando era il momento, abbia cercato di spingere i consumatori verso il tasso fisso.

Andrebbe invece approfondito e verificato il fatto che in Italia verrebbero applicati spread più elevati che in Europa, dato citato da Adusbef e Federconsumatori, secondo cui c’è un mezzo punto abbondante di spread a svantaggio dei consumatori italiani rispetto a quelli europei. Sarebbe importante capire da dove viene fuori questa differenza, per cercare di ridurla, anche se va detto che almeno in parte questa può essere dovuta alla maggiore “rigidità” del sistema bancario italiano, e quindi non sia semplice da eliminare da un giorno all’altro, per quanto chiaramente sarebbe opportuno iniziare a lavorare su questi temi di riforma il prima possibile, anziché continuare a rinviare spesso proprio con la scusa del “tanto è una cosa lunga”.

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banche.blogspot.com diventa www.banknoise.com

Una piccola grossa novità per il blog, che da adesso ha un dominio suo: www.banknoise.com, cui (se tutto va bene) dovreste venire reindirizzati automaticamente. Nonostante il reindirizzamento sia automatico, vi pregherei di aggiornare link e bookmark, per ridurre i disagi. E, se vi è possibile e ne avete voglia, segnalare il cambio di indirizzo a chi sapete interessato.

Come sapete, Banche, Risparmio, Investimenti e Trading è un blog in cui si discute di finanza per i piccoli risparmiatori, con un linguaggio che cerca di essere chiaro e alla portata anche di chi non è esperto e magari sa poco o nulla di finanza, persone che di solito sono per certi versi “tagliate fuori” dall’informazione finanziaria generale, che in genere è troppo complessa o ha un linguaggio troppo tecnico per loro, mentre a volte l’informazione “generalista” semplifica troppo. Questo passaggio ad un dominio personalizzato vuole essere un passo ulteriore in questa direzione”.

Perché un dominio personalizzato? Un dominio personalizzato dà una maggiore flessibilità e facilita l’inserimento di nuove funzionalità. In particolare, ci piacerebbe migliorare la parte delle “risorse utili“, e la Recensioni, comparazioni e raccolta di opinioni su conti correnti online e conti di deposito, e favorire ancora di più l’interazione con chi legge. Saranno cose che chiederanno un po’ di tempo (la piattaforma di hosting rimane comunque per ora BlogSpot, che pone qualche limite alle personalizzazioni).

Perché “banknoise.com”? Ci sono diversi motivi: innanzi tutto, per molti (ed in particolare i più inesperti) i discorsi su banche, su economia e finanza sono solo “rumore” incomprensibile, e da qui la scelta del nome. C’è anche un po’ di “sottolineatura” del fatto che in ogni caso questo spazio vuole rimanere un blog, e quindi uno spazio per opinioni (personali) e non pretende di voler fare “informazione”, intesa in senso giornalistico. Inoltre, non ultimo, non c’erano molti altri domini disponibili riferiti al mondo delle banche…

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Islanda, colpa solo delle banche? Non proprio…

Su Corriere.it c’è un articolo del 16 dicembre sulle difficoltà che sta passando l’Islanda. Come ben saprete, l’Islanda sta subendo in modo massiccio la crisi finanziaria, per motivi di cui abbiamo già parlato.

C’è però una frase che merita una riflessione “per arricchirsi i nostri banchieri hanno ipotecato il popolo“. Per certi versi è forse comodo pensare che a guadagnare dalle speculazioni siano stati solamente i banchieri, ma l’Islanda è il caso più evidente che questa è una visione quantomeno parziale. Ad arricchirsi grazie alla “finanza creativa” è stato l’intero paese, non solo direttamente grazie alla possibilità di investire in modo favorevole (nel breve periodo), ma anche per tutto l’indotto (posti di lavoro con stipendi sopra la media nel settore finanziario e collegati), o anche per condizioni dei cambi che consentivano di acquistare prodotti di importazione a costi molto favorevoli, se confrontati con il costo della vita.

È facile dire adesso che le cose vanno male “bisognava imporre controlli più rigorosi”. Il punto però è che questi controlli, queste limitazioni, andavano poste quando le cose sembravano andare bene: e ho qualche dubbio che in molti avrebbero rinunciato di buon cuore agli standard di vita che l’assenza di questi controlli permetteva.

Il che ovviamente non vuol dire che i controlli non vadano fatti e le regole vadano ben scritte e altrettanto bene fatte rispettare. Ma serve che tutti siano disposti a non sacrificare il lungo periodo per il breve, altrimenti le regole è difficile farle…

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In USA sintomi concreti di "trappola della liquidità"

Il taglio dei tassi da parte della Federal Reserve non convince tutti. Infatti la ZIRP “Zero Interest Rate Policy” comporta molti rischi di cadere nella cosiddetta trappola della liquidità, in altre parole di rendere conveniente detenere asset sotto forma di moneta, anziché investire, drenando però così risorse dal sistema, e di fatto ottenendo risultati opposti a quelli desiderati.

Il paragone “classico” è con il Giappone, che proprio con misure quali la riduzione dei tassi a quasi-zero ha affrontato la crisi che lo ha travolto nel 1997, con il risultato di non riuscire a frenare l’avvio di uno scenario di deflazione e stagnazione, durato ben dieci anni. Chiaro che si tratti di una prospettiva che non piace a nessuno.

In USA si può riconoscere già qualche sintomo di “trappola della liquidita”: innanzi tutto le sempre maggiori difficoltà del mercato dei pronti contro termine. Infatti, manca quasi del tutto la convenienza a prestare, cosa che potrebbe comportare grosse difficoltà di liquidità per chi usa questi strumenti appunto per gestire la liquidità. Michael Cloherty, della Bank of America, ha dichiarato al Financial Times che è molto vicino il punto in cui i danni strutturali causati da interessi così bassi supereranno i vantaggi in termini di politica monetaria.

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Zopa: maggiore flessibilità con rientro rapido, per uscire dall'investimento prima della scadenza

È da un po’ che non parliamo di Zopa, il sistema di Social Lending “peer-to-peer”, un po’ distratti dalla crisi dei mercati finanziari. È il caso di tornare sull’argomento, dato che Zopa ha introdotto (ormai diverse settimane fa) una novità interessante: il “rientro rapido“.

Infatti, uno dei lati negativi del sistema di prestito di Zopa era proprio dato dal fatto che per gli investitori l’investimento rimaneva vincolato fino alla scadenza, cioè fin quando chi ha ricevuto il prestito non lo rimborsa. Uno svantaggio però legato alla natura stessa del Social Lending, dove infatti l’intervento di intermediari quali Zopa è minimo e la logica è quella del “prestito diretto fra persone”.

Con l’introduzione del “rientro rapido”, Zopa supera questo limite, migliorando molto la flessibilità per l’investitore, e diventando quindi probabilmente più “attraente”. Purtroppo, il “rientro rapido” non è gratuito, ma prevede una commissione fissa di 15 Euro più una commissione variabile pari allo 0,8% del capitale ritirato (8 Euro ogni 1.000, per dare un’idea). Certamente questo costo è uno svantaggio, ma Zopa non è da considerarsi un investimento “a vista”, ed in ogni caso i costi di uscita non sono neppure esagerati, soprattutto se confrontati con quelli previsti da molti fondi di investimento.

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Usare i fondi europei contro la crisi? Può essere un'idea, ma attenzione…

Ieri Tremonti ha suggerito l’uso dei fondi europei contro la crisi. Chiaramente si tratta di una buona idea (se ben utilizzati), con una avvertenza: usare per esigenze contingenti (per quanto importanti) risorse destinate ad usi strategici costituisce un rischio, perché si possono fare più danni che benefici, “azzoppando” il paese nel medio periodo. Il problema dell’uso delle risorse pubbliche è annoso, ed in ottica di “strategia economica” mi pare il caso di tornare su un tema di cui avevo accennato diverso tempo fa, e cioè i problemi legati alla burocrazia intorno ai fondi europei, soprattutto quelli legati allo sviluppo e all’innovazione.

Forse molti non sanno che l’Unione Europea stanzia direttamente o indirettamente una grande quantità di fondi per aiutare lo sviluppo e l’innovazione nelle imprese. Per capirci, “direttamente” vuol dire che tramite bandi comunitari è la Commissione Europea a dare i soldi alle imprese, “indirettamente” vuol dire che la Commissione affida questi soldi a enti nazionali (tipicamente lo Stato o le Regioni) che devono impiegarli per aiutare le imprese e i lavoratori.

L’Italia è nota per essere in Europa uno dei paesi che usa meno e peggio questi fondi, che invece sarebbero molto importanti per favorire lo sviluppo del sistema economico. Abbiamo già detto di come la mancanza di innovazione sia uno dei fattori determinanti nel far sì che l’Italia sia agli ultimi posti tra i paesi OCSE per produttività, e che a cascata il rapporto tra salari e costo della vita sia così sfavorevole.

Ora, la chiave dovrebbe essere quella di usare meglio questi fondi. Per dare un termine di confronto, Spagna e Irlanda, i due paesi che in Europa hanno avuto uno sviluppo economico maggiore negli ultimi dieci-quindici anni, sono anche i paesi che hanno saputo sfruttare meglio le opportunità offerte.

Qual’è il problema? Il problema è che in Italia quando c’è un problema si tende semplicemente ad aggiungere restrizioni: nel caso specifico, il punto è che (soprattutto per i fondi che devono utilizzare lo Stato e le Regioni) la burocrazia la fa da padrona. Tradotto, vuol dire che non viene premiata “la buona idea” o “il buon progetto”, ma il progetto che può produrre “buona carta”. Che però difficilmente può essere “buona”, da sola. Il punto è che, anche per una paura di prendersi responsabilità, la selezione e la valutazione a consuntivo dei risultati ottenuti viene fatta in modo meccanico e burocratico.

Certamente, il rigore dei conti nell’uso di fondi pubblici non è un punto da eliminare, ma è evidente che non si può misurare l’efficacia in base a certificazioni e altre “cartacce”. Cito ancora una volta, ampliando ulteriormente il discorso, il Sindaco di Venezia Cacciari, che un po’ di tempo fa aveva sostenuto che le regole per gli appalti (e aggiungo, i fondi pubblici in generale) vanno profondamente riviste.

Altrimenti, come avevo scritto a suo tempo, questa “burocraticità” premia solo chi è in grado di produrre documentazione, più di chi invece realmente riesce a portare risultati concreti. Risulati che sono sempre più indispensabile se (perdonatemi se mi ripeto ancora) si vuole evitare non tanto di avere 900.000 disoccupati in più fra un anno, ma piuttosto 9.000.000 in più tra dieci. Anche se qualche malizioso sosterrà che quel che succede dopo dieci anni non è mai un problema del governo in carica…

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La FED taglia il target Fed Funds Rate, con una rivoluzione della politica economica

La FED ha apportato un ulteriore sostanziale taglio ai tassi, ma questa volta ci sono alcune novità. Innanzi tutto, il tasso non è stato definito in modo “puntuale” (cioè un numero specifico) ma è stato individuato un intervallo (nello specifico, tra lo 0,0% e lo 0,25% – contro l’1% precedente). Già questo è un segnale importante, perché indica che il puro e semplice tasso target ha perso di rilevanza nella politica economica (una situazione del resto prevedibile in un contesto tendente alla “ZIRP” – Zero Interest Rate Policy).

Va anche detto che nonostante il target del Fed Funds Rates fosse precedentemente fissato all’1%, già nelle scorse settimane il tasso effettivo aveva già toccato lo 0.125%, come evidenzia anche il noto economista Nouriel Roubini.

Questo cambio di politica indica una volontà di intervenire con operazioni di mercato aperto, anche in conseguenza del sempre più affollato programma di prestiti, che a questo punto sembra diventare un nodo centrale anche della politica monetaria. Del resto però, da quando la Fed ha iniziato a pagare gli interessi sui deposti delle banche il Fed Fund ha forse iniziato a perdere parte del suo significato in termini di politica monetaria.

Un aspetto interessante è che questa situaizione potrebbe mettere in difficoltà i fondi monetari, che con tassi così bassi potrebbero trovare difficoltà a produrre guadagni per gli investitori.

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Gli hedge funds impediscono agli investitori l'uscita

La fuga dagli hedge fund è una delle con-cause delle turbolenze dei mercati negli ultimi mesi. Infatti questi fondi, noti per operare “a leva”, cioè facendosi prestare denaro in proporzione alla raccolta dagli investitori (e quindi moltiplicando i profitti — e le perdite) muovono grosse quantità di capitali, e quindi influenzano fortemente i prezzi dul mercato.

Date le condizioni di mercato, molti investitori tendono ad uscire dagli investimenti più pericolosi, e gli hedge fund lo sono per definizione, ma questo vuol dire che questi fondi devono disinvestire grosse somme, multiple di quanto ritirato dagli investitori per mantenere un equilibrio interno, con effetti sui mercati, pena il rischio collasso (val la pena di rileggersi la storia dell’hedge fund LTCM, e di come il collasso di un singolo hedge fund aveva costretto all’intervento le autorità finanziarie). Il problema di fondo è però che se gli investitori possono chiedere il rimborso delle proprie quote dal fondo in modo molto rapido, un hedge fund non può disinvestire altrettanto rapidamente, perché nelle condizioni dei mercati finanziari attuali hanno in portafoglio molti assets che sono illiquidi.

Per questo motivo sono sempre di più gli hedge fund che cercano di impedire l’uscita dal fondo degli investitori, alcuni con espliciti blocchi dei rimborsi delle quote, altri modificando le condizioni contrattuali e aumentando le commissioni di uscita, in modo da disincentivare la fuga. L’obiettivo è chiaramente quello di garantirsi un orizzonte temporale in cui sia possibile trattare sul mercato in condizioni “normali” gli assets adesso illiquidi.

Fin qua potrebbe sembrare un discorso che riguarda solo i “ricchi” investitori degli hedge funds. In realtà, la questione potrebbe avere ricadute anche sui mercati in generale e quindi sugli investitori comuni ed i risparmiatori.

Infatti, la logica è questa: se gli hedge funds riducono i rimborsi ai loro investitori, hanno anche minori necessità di disinvestire dai mercati finanziari, riducendo quindi la quantità di assets in vendita e quindi riducendo la pressione al ribasso sui mercati finanziari, e quindi favorendone la stabilizzazione.

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Abbassare i limiti di tasso alcolico a 0.2? Una soluzione all'italiana…

Non voglio passare per un difensore degli alcolizzati, ma la proposta di ridurre il limite massimo di alcol alla guida da 0.5 a 0.2 mi pare un caso estremamente interessante dell’approccio italiano alla (non) soluzione dei problemi. Che è difficile qualificare in altro modo se non “non siamo in grado di far rispettare le leggi, quindi le rendiamo più severe per fare vedere che facciamo qualcosa“.

Perché? Perché se è vero che ci sono molti casi di cronaca che mantengono tragicamente di attualità il tema della guida in stato di ebbrezza, è anche vero che in questi casi i guidatori hanno nel sangue tassi alcolemici che sono già ben oltre i limiti attuali, e che se ne disinteressano in modo evidente.

Ora, da un punto di vista logico non è chiaro come chi guida con un tasso di 1.5 possa essere frenato dalla riduzione del tasso da 0.5 a 0.2. Perché, è bene evidenziare, sotto accusa non è chi guida con un tasso di 0.3 o 0.4 (che con le norme proposte verrebbe adesso punito), ma chi già oggi è oltre i limiti. Anzi, era oltre i limiti anche con i limiti più vecchi di 0.8.

Quindi è evidente che il problema è totalmente diverso, e cioè che vi è un’incapacità di far rispettare le regole che ci sono. E la soluzione diventa aggiungerne di nuove. Un problema che non è certamente solo relativo alla guida in stato di ebbrezza.

Il problema è che essendo un argomento che va di moda, è purtroppo improbabile che qualcuno alzi la mano e dica “questa è una stupidaggine“, anche a causa della pressione che i media esercitano su questo argomento. Come ho scritto all’inizio non sono certo qui a difendere chi guida ubriaco, certo è che già 0.5 è un limite certamente basso. Basti pensare che, ad esempio, guidare usando il “socialmente accettabile” vivavoce ha effeti più o meno equivalenti ad un tasso alcolico di 0.7-0.9. Oppure, andando ancora più sul banale, anche un semplice, pasto un po’ pesante causa all’incirca gli stessi effetti di un tasso alcolico intorno a 0.4. Stessi effetti se uno guida con qualche linea di febbre.

Il problema di fondo è a mio parere che in Italia si ha sempre più la tendenza a voler sostituire il buon senso con la legge, con il risultato di renderla ridicola e alla fine inefficace, perché non è più in grado di distinguere tra comportamenti innocui e dannosi.

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Ricerche Frequenti:

  • Abbassare 0 3 tasso
  • guida con la febbre ubriaco

Il salvataggio di General Motors e i costi per i lavoratori e i contribuenti italiani

Il presidente americano Bush ha dichiarato che le tre grandi case automobilistiche americane in difficoltà potrannno usfruire dei fondi del TARP (Troubled Assets Relief Program), il piano di supporto alle banche in difficoltà.

Tutto è bene quel che finisce bene, sostiene qualcuno, ma in questo caso è bene stare un po’ attenti prima di dire che tutto “finisce bene”. Infatti va evidenziato che il problema delle case americane è, come abbiamo più volte sottolineato, soprattutto causato da una errata strategia.

C’è poi una chiave di lettura importante ma sottovalutata: mentre il mercato finanziario è probabilmente destinato a cambiare, ma la necessità di effettuare scambi (e quindi della finanza) è destinata a durare, il problema di fondo del mercato automobilistico è che è, fondamentalmente, saturo.

Pazienza, dirà qualcuno: se gli USA hanno voglia di “sprecare” soldi a supporto di aziende che non hanno un modello di business valido, è un problema loro. Invece no: non è un problema solo americano. Perché se gli USA introducono distorsioni nel mercato dell’auto, di fatto vanno a danneggiare gli altri concorrenti, cioè le altre case automobilistiche, asiatiche ed europee, ed il loro indotto, compresi ovviamente i loro lavoratori. Ironicamente, si tratta di una situazione per molti versi a ruoli invertiti rispetto a quanto è avvenuto con Alitalia.

È probabile che per ripristinare una sorta di equilibrio anche gli altri stati vadano a introdurre forme di supporto al settore: in Italia, Veltroni lo ha già chiesto. Incentivi che quindi finiranno a pesare sulle tasche dei cittadini anche italiani.

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