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Torno su un tema accennato parlando del salvataggio di Citigroup, di cui abbiamo già parlato più volte ma val la pena ritornarci ancora. Sono in diversi a chiedere “punizioni” per i manager che hanno causato o approfittato della crisi, o che hanno condotto la propria azienda alla bancarotta. Personalmente, come detto in pasato credo pericoloso cercare di creare capri espiatori, in quanto distoglie dalla comprensione reale di quanto sta avvenendo e quindi dalla soluzione del problema. E se è chiaro che i casi di malafede devono essere puniti, a mio parere quando la malafede non c’è non è “giusto” pretendere a tutti i costi sanzioni legali (reclusione e simili), che però nascondono a mio parere una voglia di vendetta più che di giustizia.

Ma se nei casi in cui la malafede non c’è possono non esserci conseguenze penali, le conseguenze economiche non dovrebbero essere sviate. Tradotto: niente da dire sul fatto che i manager e gli azionisti delle banche e delle finanziarie che sono arrivate sull’orlo della crisi non “vadano in galera”, ma devono sopportare le conseguenze economiche delle loro azioni, mentre la sensazione che si sta sempre più diffondendo è che si voglia eliminare anche questo tipo di conseguenze: così il management (responsabile per “incapacità”) si trova sempre al suo posto con solo qualche revisione dei benefit, e gli azionisti (che sono comunque colpevoli di avere scelto il management) potranno continuare a ricevere dividendi.

Uno scenario che oltre che non essere “giusto”, va anche ad incoraggiare l’assunzione di rischio eccessivo, tramite la socializzazione delle perdite (di cui abbiamo parlato varie volte), dato che l’azienda sa che i profitti rimangono a lei mentre le eventuali perdite sono a spese dei contribuenti. Un fenomeno, che anche prescindendo dalle considerazioni morali, è estremamente destabilizzante per il funzionamento dell’economia.

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