Omaggio a McCain: una lezione per l'Italia

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Una cosa che colpisce sempre delle elezioni americane è l’atteggiamento dei perdenti. Avete sicuramente sentito il discorso di McCain in cui ha ammesso la sconfitta (e ha chiamato Obama “il mio presidente“), ed ha invitato i suoi a lavorare con la nuova amministrazione.

Ma la memoria va anche al democratico Kerry nel 2004, e soprattutto ad Al Gore nel 2000. In quest’occasione infatti si verificarono alcuni “inghippi” nel voto soprattutto in Florida, con il famoso riconteggio delle schede fermato dalla Corte Suprema, che ha così messo la presidenza nelle mani di Bush: una decisone sulla quale Gore scelse di rinunciare a ulteriori ricorsi. Una scelta indirizzata a preservare l’autorevolezza della figura istituzionale del Presidente.

In effetti un grandissimo pregio degli Stati Uniti è proprio il riconoscimento della leadership di chi esce vincitore dalle urne, un aspetto fondamentale in un’efficace democrazia, anzi ne è forse l’essenza stessa: si discute, si vota, ma una volta presa una decisione questa viene rispettata da tutti. Più o meno il contrario di quel che avviene in Italia, doveè quasi la regola giustificare la sconfitta (da parte di tutti gli schieramenti) ventilando sospetti di brogli. Con il risultato collaterale però che il messaggio ha anche significati come “il voto non conta” e “la politica è un imbroglio”, che inevitabilmente allontana la gente dalla politica e alimenta il trend di aumento dell’astensionismo. A questo si aggiunge che in Italia il concetto di democrazia viene equivocato con quello di unanimità, e quindi, diritto di veto per tutti: diritto veto peraltro reso ancor più legittimo dalla costante delegittimazione dell'”avversario politico”. Una strategia forse buona per vincere le elezioni, ma certamente molto meno per risolvere i problemi dell’Italia, che meriterebbero un approccio indirizzato, appunto, alla loro risoluzione.

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Un pensiero su “Omaggio a McCain: una lezione per l'Italia”

  1. come non essere d’accordo…la differenza che lì ci si candida per governare un paese qui ci si candida per vincere..qui in politica si guadagnano troppi soldi e alla fine si finisce per farlo perchè conviene…non dico che in america si guadagni poco ma lì è in linea con gli stipendi di professioni alternative…la cosa più brutta di questo Paese è che non si vedono possibilità di cambiamento..tutti hanno fatto notare il colore della pelle di Obama…nessuno ha detto che ha 47 anni…quando avremo noi un presidente di 47 anni?

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