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La Commissione Nazionale per le Societa’ e la Borsa (Consob) ha deciso di prorogare fino al 31 dicembre 2008 il divieto di vendite allo scoperto: la vendita di tutte le azioni quotate nei mercati regolamentati italiani “deve essere assistita dalla proprieta’ e dalla disponibilita’ dei titoli da parte dell’ordinante al momento dell’ordine” e fino alla data di regolamento dell’operazione. La Consob ha annunciato inoltre che “monitorera’ l’andamento dei mercati per verificare costantemente il permanere dei presupposti alla base del provvedimento”.

Personalmente, resto dell’opinione che il divieto di vendita allo scoperto non colga l’essenza del problema dei mercati finanziari, ma punti piuttosto ad ignorarlo.

  • Innanzi tutto, è opportuno non confondere lo short selling (cioè la vendita di titoli non ancora di proprietà, ma “presi in prestito”), con il naked selling, dove non vi è neppure il prestito ed è il vero e proprio “vendere qualcosa che non si ha”.
  • Short selling non è per forza sinonimo di speculazione: anzi, il suo scopo naturale dovrebbe essere quello di ridurre il rischio e la volatilità dei mercati. Non è impossibile che la volatilità record delle borse nell’ultimo periodo sia da ricondursi anche ai divieti di short selling introdotti a vari livelli in molte borse del mondo.
  • Nel momento che lo short selling venga fatto con pure intenzioni speculative, il problema si ha se chi lo fa è in grado di “pesare” sul mercato abbastanza da alterarli. E’ sugli effetti delle azioni dei grossi soggetti che probabilmente bisognerebbe cercare di riflettere, se si vuole dei mercati che funzionano secondo le leggi di mercato.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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