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Le borse hanno chiuso anche la giornata di giovedì con significative perdite: si tratta della più consistente perdita realizzata in due giorni consecutivi dal 1987. Si tratta di perdite scatenate principalmente dall’annuncio dell’aumento della disoccupazione in USA, elemento che oltre ad indicare un cattivo stato dell’economia americana, ha effetti significativi sul consumatore americano, del cui peso abbiamo più volte parlato.

Va però anche detto che queste perdite delle borse vengono dopo un rally record in cui avevano guadagnato poco meno del 20%, per cui comunque una correzione dei valori era quasi fisiologica, certamente aggravata dallo scenario recessionistico ma fondamentalmente prima di trarre conclusioni è necessario vedere quali nuovi minimi toccheranno gli indici, se inferiori o meno a quelli toccati a fine ottobre. Per il momento comunque continuiamo ad assistere ad un periodo di elevata volatilità, che personalmente ho il sospetto sia legato anche al “divieto di short selling” che, per quanto sia una tecnica indubbiamente usata a scopo speculativo, avrebbe per sua natura lo scopo invece di fungere da “assicurazione” contro le perdite, limitando potenzialmente la volatilità dei mercati.

Il taglio dei tassi portato dalla BCE, e soprattutto quello “record” della Bank of England (che ha portato i tassi al 3% con un taglio di ben l’1,50%) non ha portato benefici in questo scenario. In effetti però va detto che i tagli erano attesi da molti, e quindi forse in parte già incorporati nei prezzi delle azioni.

Le banche centrali però dovrebbero resistere alla tentazione di rispondere alle difficoltà del mercato unicamente con ribassi dei tassi di interesse, per un paio si fattori che vanno evidenziati:

  • Le banche si trovano in questo momento ad aver “fame” di liquidità, e pertanto è possibile che tendano a cercare di “assorbire” anche quella degli investitori, anche attraverso remunerazioni più elevate del normale, alterando quindi l’effetto della riduzione del tasso di interesse.
  • Lo scenario economico si sta delineando sempre più come quello di una deflazione, scenario nel quale tassi di interesse eccessivamente bassi non si rivelano solitamente vincenti, anzi rischiano concretamente di tramutare la fase recessionistica in una depressiva (l’esperienza del Giappone insegna).
  • Per quanto i tassi attuali della BCE non possano ancora essere considerati “eccessivamente bassi”, c’è un rischio concreto di creare la cosiddetta “trappola della liquidità“, che per gli USA potrebbe essere forse vicina.

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