Rete Plus del Gruppo Delta lancia la distribuzione finanziaria indipendente

Dal prossimo anno Rete Plus, società del Gruppo Delta specializzata nell’offerta di finanziamenti personalizzabili rivolti a famiglie e aziende, offrirà la possibilità di acquistare, presso le proprie filiali, non solo i prodotti finanziari del Gruppo, ma anche altri prodotti di Società terze con l’obiettivo di offrire ai propri clienti il miglior prodotto di cui necessita.
Si tratta di una novità assoluta per quanto riguarda le società di emanazione finanziaria – spiega infatti l’Amministratore Delegato di Plusvalore Arnaldo Furlotti – che offre alle imprese interessate una rete estremamente qualificata e presente in tutto il territorio nazionale, per la commercializzazione di nuovi prodotti e servizi.”

Oltre alla vendita di prodotti esterni al Gruppo e a quelli Plusvalore in particolare, la distribuzione indipendente permetterà di allargare il business non solo, quindi, al prodotto finanziario classico, ma anche al prodotto assicurativo o a quello, per esempio, legato alla fornitura di energia, con proposte mirate per le famiglie. Reteplus è oggi, la Società di coordinamento delle rete commerciale di Plusvalore, che può contare su 141 Punti Plus estesi su tutto il territorio nazionale.

Plusvalore Spa è una Società di Credito al Consumo specializzata nell’offerta di prodotti finanziari rivolti a privati e aziende. Nasce nel 2000 come società captive del Gruppo Industriale Merloni per sostenere la vendita dei propri prodotti mediante l’erogazione di credito al consumo e la fornitura di servizi di assistenza post-vendita. Nel gennaio 2003 Plusvalore Spa viene acquisita da Delta Spa, società di partecipazioni fondata dalla Cassa di Risparmio di San Marino e da Estuari Srl, società formata da un gruppo di manager di consolidata e pluriennale esperienza nel settore del credito al consumo. Nell’ottobre 2004 il pacchetto azionario di PlusValore viene ceduto a River Holding Spa, sub-holding del comparto finanziario del Gruppo Delta, che attualmente detiene il 96,83% di Plusvalore mentre il restante 3,17% è posseduto dalla società Faber Factor S.p.A (Gruppo Industriale Merloni). Plusvalore è membro Assofin ed Assilea.

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Mebroot ha rubato 900 mila Euro dai conti online degli italiani

Mebroot, un virus trojan, sarebbe stato usato per sottrarre almeno 900 mila Euro dai conti online in Italia. Probabilmente si tratta di una somma ancora maggiore, perché questo valore comprende solamente le truffe denunciate, mentre i casi in cui vi è stata denuncia (ad esempio perché la banca ha immediatamente rimborsato il maltolto) non sono compresi. Si stima che il valore totale possa essere intorno i 3 milioni di euro.

Il meccanismo è concettualmente semplice: infatti il programma (che a quanto pare è difficile da rilevare anche per gli antivirus) invia i dati di accesso a dei truffatori che li utilizzano per sottrarre denaro ai legittimi proprietari, di solito con l’intermediazione di complici più o meno ignari (ma perseguibili penalmente) di solito attirati con mail del tipo “guadagna stando a casa“.

Ci sono alcune sottolineature da fare per capire meglio il livello di rischio:

  • I conti di deposito che permettono movimenti solo da e verso specifici conti non comportano significativi rischi, dato che il denaro non può essere (facilmente) trasferito a conti diversi da quelli collegati.
  • Il token, generando password monouso, azzera completamente i rischi di attacchi di questo tipo, dato che anche se i codici di accesso vengono sottratti, questi non sono più validi per fare ulteriori operazioni.
  • Anche il meccanismo a “tripla chiave”, dove si ha una password dispositiva (che serve solo per confermare le operazioni) è discretamente sicuro, anche se un po’ meno del token, soprattutto se uno dei codici viene inserito tramite “tastierini virtuali” con i tasti disposti in modo diverso ad ogni accesso.

Ma l’aspetto che è bene sottolineare è che le banche tendono a rimborsare le somme sottratte a condizione che l’utente abbia preso tutte le adeguate precauzioni (a partire dall’uso di un antivirus aggiornato). Quindi un motivo in più per “comportarsi in modo sicuro“, che in quest’ottica quindi non serve solo ad evitare i problemi, ma anche ad avere un rimborso più sicuro e veloce in caso che i problemi non si riescano ad evitare.

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Ma voi quante volte avete mangiato qualcosa che non sia OGM?

Stavo facendo quattro chiacchiere con un amica, stamattina, ed è saltato fuori il discorso degli OGM, che la preoccupano molto, come preoccupano molte altre persone. Che però spesso si lasciano “trasportare” senza conoscere i termini del problema.

Per cui la domanda che mi viene da fare anche a voi è questa: quante volte avete mangiato qualcosa di non geneticamente modificato? Perché ottenere una varietà di piante, frutti o animali attraverso una serie di incroci guidati non è una cosa tanto diversa da effettuare l’incrocio direttamente a livello di DNA. Solo che in laboratorio si può fare più velocemente, e bisogna evitare la tentazione di considerare qualsiasi risultato buono e salutare. Ma non vuol dire neppure che qualunque risultato sia cattivo: ricordatevi solamente che le mele “naturali” in realtà sono grandi poco più di una susina, le rose selvatiche somigliano ben poco alle rose coltivate, e tutti gli animali “da fattoria” fondamentalmente non esistono in natura, almeno nelle varianti che sono state ottenute a scopo di allevamento.

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IWBank indicata come la migliore banca online dall'Osservatorio finanziario

Il VI Rapporto di Osservatorio Finanziario premia le banche online “pure” rispetto agli istituti tradizionali. IWBank è stata eletta migliore banca online nella classifica di Of-Osservatorio finanziario 2008 del “VI Rapporto annuale Home Banking@Confronto e Banca più sicura”.
In particolare, a IWBank è stato riconosciuto il merito di essere stata la prima banca ad avere reso più semplice la gestione di un conto corrente a zero spese abbinato a un conto di deposito che, oltre alla remunerazione agganciata al tasso BCE senza limiti di importo e scadenza, permette di ottenere maggiori rendimenti con investimenti a basso rischio, anche per piccole cifre (a partire da 1.000 euro).

IWBank si è inoltre distinta per la capacità di offrire ai propri clienti:

  • un servizio facile, veloce e sicuro, grazie anche al token, il dispositivo obbligatorio per l’accesso all’area clienti che genera password usa e getta
  • la presenza sul sito IWBank di informazioni chiare, semplici e costantemente aggiornate
  • l’utilizzo professionale di sistemi interattivi come la chat, oltre al forum riservato alla clientela e a demo animate di facile fruizione
  • l’home page, tra i principali punti di forza del sito IWBank, con una prima pagina “Google-like” e sempre aggiornata, in grado di comunicare efficacemente al pubblico di riferimento della Banca in tempo reale.

La classifica completa è disponibile sul sito di Osservatorio Finanziario

Per i “curiosi” riportiamo qui le prime 10 posizioni della classifica:

1 IWBank IWbank.it
2 Credito Valtellinese banc@perta
3 Gruppo MPS PaschiHome BAM e BYBANK
4 Raiffeisen Raiffeisen Italia
5 Sella sella e websella
6 UniCredit UniCredit Banca
7 Gruppo MPS Banca Infinita
8 UniCredit FinecoBank
9 BPM We@bank
10 Gruppo Mediolanum Banca Mediolanum

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Il costo degli interventi del governo USA per la crisi finanziaria: quasi 7 trilioni e mezzo di dollari

Bloomberg ha calcolato il governo USA ha finora stanziato l’astronomica cifra di 7.441 miliardi di dollari per affrontare la crisi finanziaria in corso. Ecco il dettaglio della spesa (in miliardi di dollari):

Federal Reserve
Net Portofolio Commercial Paper Funding 1800
Term Auction Facilities 900
Money Market Investor Funding Facility 540
Term Securities Lending 250
Other (AIG loan) 122,8
Primary Credit Discount 92,6
Other assets 601,9
ABCP Liquidity 61,9
Primary dealer discount window 46,6
Net Porttfolio Maiden Lane (Bear Stearns) 28,8
Securities lending overnight 10,3
Secondary credit 0,12
FDIC
FDIC liquidity guarantees 1400
Loan guarantee to GE l.a. 139
Treasury Deprartment
TARP (Troubled Asset Relief Program) 700
Fannie Mae/Freddi Mac bailout 200
Stimulus package 168
Treasury Exchange Stabilization Fund 50
Tax breaks for banks 29
FHA
Hoper for homeowners 300
TOTAL 7441,02

Ci sono due precisazioni importanti da fare: per prima cosa, questi fondi non sono ancora tutti stati spesi, ma rapprentano il limite massimo garantito per queste attività (finora sono è stata spesa meno della metà di questi fondi), e sono inclusi dei prestiti, che in teoria dovrebbero almeno in parte rientrare.

Però rimane il fatto che è una cifra enorme, per un confronto si pensi che l’intera Seconda Guerra Mondiale è costata, a valori attualizzati, “solo” 3.600 miliardi di dollari agli USA (valore calcolato dal noto esperto di finanza Barry Ritholtz).

Si rafforza quindi sempre di più l’impressione che la crisi attuale sia destinata a segnare in modo duraturo l’economia degli Stati Uniti, molto più di quanto in molti vogliano ammettere.

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Responsabilità legale ed economica

Torno su un tema accennato parlando del salvataggio di Citigroup, di cui abbiamo già parlato più volte ma val la pena ritornarci ancora. Sono in diversi a chiedere “punizioni” per i manager che hanno causato o approfittato della crisi, o che hanno condotto la propria azienda alla bancarotta. Personalmente, come detto in pasato credo pericoloso cercare di creare capri espiatori, in quanto distoglie dalla comprensione reale di quanto sta avvenendo e quindi dalla soluzione del problema. E se è chiaro che i casi di malafede devono essere puniti, a mio parere quando la malafede non c’è non è “giusto” pretendere a tutti i costi sanzioni legali (reclusione e simili), che però nascondono a mio parere una voglia di vendetta più che di giustizia.

Ma se nei casi in cui la malafede non c’è possono non esserci conseguenze penali, le conseguenze economiche non dovrebbero essere sviate. Tradotto: niente da dire sul fatto che i manager e gli azionisti delle banche e delle finanziarie che sono arrivate sull’orlo della crisi non “vadano in galera”, ma devono sopportare le conseguenze economiche delle loro azioni, mentre la sensazione che si sta sempre più diffondendo è che si voglia eliminare anche questo tipo di conseguenze: così il management (responsabile per “incapacità”) si trova sempre al suo posto con solo qualche revisione dei benefit, e gli azionisti (che sono comunque colpevoli di avere scelto il management) potranno continuare a ricevere dividendi.

Uno scenario che oltre che non essere “giusto”, va anche ad incoraggiare l’assunzione di rischio eccessivo, tramite la socializzazione delle perdite (di cui abbiamo parlato varie volte), dato che l’azienda sa che i profitti rimangono a lei mentre le eventuali perdite sono a spese dei contribuenti. Un fenomeno, che anche prescindendo dalle considerazioni morali, è estremamente destabilizzante per il funzionamento dell’economia.

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Citigroup: i dettagli del piano di salvataggio del governo USA

Il governo USA ha predisposto un piano di salvataggio per Citigroup, che sta affrontando una pesante crisi di fiducia da parte degli investitori. Il piano è basato sul fatto che il governo garantirà i “titoli tossici” nei conti di Citigroup, ma non li acquisterà né ci sarà alcuna forma di nazionalizzazione della banca. Le azioni di Citigroup hanno fatto un balzo record: +57,82%, passando da 3,77$ della chiusura di venerdì a 5,95$ di lunedì sera.

Citigroup ed il governo hanno identificato oltre 300 miliardi di dollari di asset “a rischio”, e hanno determinato come eventuali (probabili) perdite saranno assorbite:

  • i primi 29 miliardi di “eventuali perdite” saranno totalmente a carico di Citigroup. Oltre, le perdite saranno divise tra la banca ed il governo, con quest’ultimo che se ne accollerà il 90%.
  • il Dipartimento del Tesoro coprirà le perdite di Citigroup fino ad un massimo di 5 miliardi di dollari, utilizzando il “fondo di salvataggio” predisposto a supporto delle banche.
  • oltre questa cifra, interverrà la FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation), l’equivalente americano del Fondo Interbancario di Tutela del Depositi, che assorbirà fino ad un massimo di 10 miliardi di perdite.
  • qualora le perdite fossero ancora superiori, queste saranno carico della Federal Reserve, senza limiti

Un piano presentato come innovativo e indice di un nuovo approccio, ma in realtà lascia aperti alcuni dubbi — per quanto vada anche detto che non era facile trovare in tempi brevi una soluzione ottima alla crisi.

  • Il primo elemento è che la scelta di garantire i titoli anziché acquistarli può essere indice di quanto temuto da molti: Citigroup è troppo grossa anche per il governo USA per un salvataggio, e quella della garanzia può essere una strategia per non sostenere il costo del salvataggio immediatamente, ma “diluirlo” mano a mano che i default si concretizzano.
  • Il top management rimarrà invariato, quando era dato quasi per scontato un cambio ai vertici, anche considerato che le problematiche di Citigroup sono almeno in parte di natura organizzativa, e non puramente “congiunturali”. Non si capisce perché un manager che conduce l’azienda sull’orlo del collasso debba essere mantenuto al suo posto.
  • E’ stato posto un limite massimo nell’erogazione dei dividendi, con un tetto massimo di 1 cent ad azione. Anche qui, i dividendi andrebbero invece bloccati del tutto, e destinati invece a riserve: la critica che molti sostengono infatti è che non è corretto che i soldi dei contribuenti vadano a trasformarsi in utili per gli azionisti.
  • Oltre alla garanzia sui 300 miliardi di “titoli a rischio” di Citigroup, il Tesoro investirà 20 miliardi di dollari dal TARP (Troubled Asset Relief Program) per ricapitalizzare la banca, in cambio di azioni privilegiate. Un’operazione che però è criticata nelle modalità, dato che sembra che i warrant avranno un prezzo d’esercizio di oltre 10 dollari, contro un valore di mercato attuale di meno di 6$, quindi un valore reale — che può essere visto come il “guadagno” dei contribuenti, a compensazione dell’intervento di salvataggio — facilmente vicino allo zero.

Resta in ogni caso il fatto che l’intervento su Citigroup probabilmente non va interpretato come una nuova linea d’azione, ma piuttosto di un intervento su misura, in considerazione delle particoalrità della situazione.

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Citibank a rischio: che strade per il salvataggio?

La scorsa è stata una settimana nera per Citigroup, con il colosso bancario americano che ha visto le sue azioni svalutarsi di circa il 60%. Una crisi di fiducia che pone grossi problemi per il salvataggio, data la dimensione del gruppo (gli asset di Citigroup sono calcolati intorno ad un valore che supera i 2.000 miliardi di dollari).

Citigroup sembrava nelle scorse settimane essere una delle realtà più solide, nella tempesta della crisi finanziaria: cosa ha scatenato allora questa crisi? In realtà secondo gli analisti non si tratta di fattori nuovi, ma di fattori che erano già presenti e che però sono diventati più gravi nell’ottica degli scenari economici che si stanno delineando per il prossimo futuro.

Uno dei principali problemi di Citigroup secondo molti è l’essere cresciuta a forza di acquisizioni, ma di non aver mai svolto una vera integrazione delle attività di business, non essendo quindi in grado di sfruttare le economie di scala di cui potrebbe invece disporre, con la conseguenza che il gruppo potrebbe trovarsi a sostenere costi eccessivi nei prossimi anni. Un problema per certi versi simile a quello di General Motors. Un altro elemento della crisi di Citigroup è sono i default per i pagamenti con carta di credito, per i quali è atteso un aumento anche in considerazione dell’aumento del tasso di disoccupazione. Il colpo di grazia è arrivato quando il Segretario del Tesoro USA, Paulson, ha prospettato una revisione del piano di acquisto dei “toxic assets, che presenta delle criticità tutt’ora irrisolte.

Un intervento di qualche tipo è certo, dato che secondo stime non ufficiali un fallimento di Citigroup comporterebbe perdite a cascata per almeno 1.500 miliardi di dollari nel sistema finanziario. Sono già in corso discussioni con il governo americano e la FED, e l’unica cosa certa è la sostituzione del top management, ma è difficile che la banca venga “nazionalizzata” perché il costo che ciò comporterebbe è forse fuori dalla portata anche del governo USA. Ancor più difficile, però, è che la banca possa essere acquisita da qualche altro gruppo bancario più grosso, senza contare i dubbi che oggettivamente farebbe sorgere la creazione di un mega-gruppo bancario, che peraltro partirebbe già “azzoppato” dalla sfiducia attuale verso Citigroup.

La strada più probabile è forse quella di una vendita “a pezzi” della banca, con Goldman Sachs e Morgan Stanley che potrebbero essere interessate all’acquisizione di rami d’azienda, condizionata però probabilmente ad un intervento del governo USA per “depurare” i conti di Citigroup dagli elementi in maggiore crisi.

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Tim Geithner sarà il Segretario del Tesoro di Obama: che effetti sulla politica economica?

Obama nominerà Segretario del Tesoro Timothy Geithner, attuale presidente della New York Fed. La notizia sembra essere piaciuta ai mercati, tanto che Wall Street venerdì, dopo i primi rumors sulla nomina, ha guadagnato oltre il 6% in poco più di un’ora. La scelta del Segretario del Tesoro infatti è una prima “dichiarazione” delle politiche economiche che Obama vorrà adottare.

Come approccio, Geithner fa parte della linea più “interventista” (per gli standard economici USA, almeno: infatti ha appoggiato anche il non-salvataggio di Lehman Brothers). Uno dei punti di Geithner è la richiesta di regole più rigide riguardo la capitalizzazione e la liquidità delle banche, così come di una revisione delle normative per disincentivare l’eccessiva assunzione di richio.

In ogni caso Geithner, per il suo ruolo alla NY Fed, ha sicuramente una profonda conoscenza dei mercati e delle problematiche della liquidità, ed è quindi verosimile che utilizzerà queste conoscenze per riformare i mercati senza però causare “strappi”, intesi come cambiamenti di regole sostanziali ed improvvisi, che potrebbero essere difficili da gestire per le aziende e gli investitori, ed il cui timore incide nella creazione di quell’incertezza (su come cambieranno le regole e quando) che aleggia sui mercati.

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Gli aspetti economici dell'accanimento terapeutico

Si discute molto di accanimento terapeutico in questi giorni, del confine che lo separa dall’eutanasia, e del fatto che sia o meno “giusto” permettere di morire a chi soffre e non ha speranze di guarigione.

Permettetemi di “buttare un sasso” gretto e materialista nella discussione. C’è sempre la tendenza a dimenticarsi che le risorse disponibili non sono infinite, e che impiegarle per fare qualcosa implica sottrarle dalla possibilità di fare altro.

Per, questo lancio una “provocazione ma neppure troppo”, e proviamo a mettere la questione anche sotto un altro punto di vista: è etico dedicare le risorse all’accanimento terapeutico ANZICHÉ a migliorare la tempestività delle diagnosi e quindi la possibilità di guarigione di pazienti curabili? Ovviamente “risorse” è inteso in senso ampio, comprendendo non solo il denaro ma macchinari, posti letto, il tempo di medici ed infermieri, ecc. Tutte quelle cose di cui la sanità italiana è spesso carente e che è causa molte volte di ritardi nelle diagnosi con conseguenze a volte purtroppo anche fatali per il paziente.

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IWBank offre la casella di posta elettronica certificata ai clienti: a cosa serve?

In questi giorni IWBank sta attivando le caselle di Posta Elettronica Certificata (PEC) a tutti i suoi clienti, che disporranno quindi di un indirizzo del tipo nome.cognome@pec.iwbank.it. Le caselle di posta elettronica certificata sono caselle di posta che rispettano una particoalre normativa tecnico legale che fa sì che un messaggio di posta elettronica inviato da ed indirizzato a caselle PEC abbia lo stesso valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno tradizionale, aggiungendo inoltre la certificazione circa il contenuto del messaggio.

A cosa serve? Si tratta di una garanzia per l’utente che il contenuto della mail non è stato in alcun modo alterato, e che il mittente è proprio chi dice di essere. Ma va detto che serve soprattutto a IWBank serve per potersi garantire la perfetta “copertura legale” relativamente alla corrispondenza elettronica, evitando qualunque tipo di contestazione possibile da parte del cliente, dato che la ricezione nella casella di posta elettronica certificata ha valore legale.

Quella di creare delle caselle di PEC per i clienti è quindi per molti versi una soluzione che sembra voler “tagliare la testa al toro” nell’affrontare alcune incertezze che ci sono nella normativa italiana sul valore legale delle comunicazioni via posta elettronica “ordinaria”: aspetti non secondari per chi fa di internet il proprio ambito di business principale.

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La crisi finanziaria ora affronta il rischio Leveraged BuyOut

La prossima preoccupazione dei mercati si chiama Leveraged BuyOut (per gli amici LBO), cioè le operazioni di acquisto “a leva” di aziende: in altre parole, le acquisizioni in cui il capitale per l’acquisto era ottenuto in prestito.

Per la verità è da diverso tempo che gli LBO sono sotto osservazione, per il peso che queste operazioni hanno sui conti delle aziende, e per la diffusione che questo tipo di operazioni ha avuto grazie al “credito facile”. Ma se mentre prima la questione era principalmente la difficoltà di effettuare nuove operazioni di LBO, adesso la preoccupazione riguarda quelle svolte negli anni scorsi.

Si tratta di un valore complessivo probabilmente intorno ai 500 miliardi di dollari, che però adesso le aziende si troveranno nell’esigenza di rifinanziare, , man mano che i prestiti ricevuti arrivano a scadenza. La cosa può essere però un problema per l’effetto combinato della minor disponibilità (e quindi maggior costo) del credito e della recessione (quindi minori ricavi per molte aziende). Risultato alcune aziende potrebbero non farcela ed essere condotte al fallimento. Con effetti a catena su chi detiene le cartolarizzazione di questi debiti.

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Poste… ma se si occupassero della posta?

Sul Corriere della Sera di ieri c’era un articolo dedicato al successo di Poste Italiane, che (grazie ai dubbi più o meno fondati sull’affidabilità delle banche) ha avuto un vero e proprio boom per quanto riguarda i servizi finanziari. Ma sono indiscutibili anche il successo del conto online BancoPosta Click, così come della carta ricaricabile Postepay.

Si tratta di soluzioni interessanti, soprattutto per chi ha capitali limitati e vuole gestire i risparmi in sicurezza. Però personalmente questa svolta di Poste Italiane non mi ha mai entusiasmato. Intendiamoci: è sicuramente un beneficio per i risparmiatori, anche in ottica di creare concorrenza nel settore bancario. Però le Poste dovrebbero a mio parere occuparsi in primo luogo della posta: sfruttare la diffusione capillare sul territorio, così come il particolare assetto societario, per cogliere l’opportunità di business più redditizi del recapito delle missive è non solo una concorrenza sleale (cosa che si può anche decidere che non è un problema, fin tanto che i risparmiatori ne guadagnano), ma soprattutto una “distorsione” del denaro dei contribuenti che ne sono i proprietari (gli azionisti, ricordiamo, sono per il 65% il Ministero dell’Economia e delle Finanze e per il 35% la Cassa Depositi e Prestiti) e che “pagano” Poste Italiane per congegnare la posta. Cosa che, sebbene dovrebbe in teoria essere il core business dell’azienda, Poste Italiane fa, a parere di molti, in modo tutt’altro che soddisfacente: è (purtroppo) perfettamente normale, qualora ci si trovi nella necessità di inviare lettere o documenti particolarmente urgenti o importanti, utilizzare un corriere espresso, perché l’invio tramite posta non è affidabile soprattutto per quanto riguarda i tempi. Allora rimane nell’aria una domanda: va bene ampliare il business, ma non sarebbe giusto curare anche quello core, soprattutto in un’azienda di proprietà pubblica che ha finalità ben specifiche?

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Dow Jones: grafico su scala logaritmica

Giusto come spunto di riflessione, inserisco il grafico del Dow Jones Industrial Average dal 1929 ad oggi su scala logaritmica (che è più corretta di quella lineare quando si guardano i movimenti di lungo periodo). In effetti offre una chiave di lettura diversa da quella cui forse siamo solitametne abituati.


Dow Jones Industrial Average 1929 – 2008 – scala logaritmica

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