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Per risolvere le difficoltà in cui si trovano le banche, non manca chi suggerisce di modificare, almeno temporaneamente, i principi contabili che devono seguire. Tra questi anche alcuni membri del Congresso USA. E’ un’idea che in tempi normali non meriterebbe nessuna attenzione, ma siccome potrebbe seriamente essere presa in considerazione, è bene parlarne, per vedere gli effetti che avrebbe.

In particolare, in discussione è il principio FAS 157, nonché il concetto stesso di valutazione ai prezzi di mercato. Il FAS 157 (introdotto circa un anno fa, proprio per contrastare la crisi finanziaria) in pratica obbliga le aziende quotate americane a classificare i propri asset su tre livelli a seconda della “valutabilità del valore”, cioè a seconda che il valore possa essere stimato in base a prezzi contrattati su mercati (livello 1), o che invece non vi siano mercati in cui siano trattati in modo continuo (livello 3). In pratica è un criterio di liquidità. Inoltre, viene rafforzato l’obbligo di valutare a bilancio gli asset secondo valore di mercato e/o “fair value”.

La logica del principio è molto semplice: rendere facilmente visibile l’affidabilità o l’arbitrarietà delle valutazioni effettuate nel bilancio, e permettere di stimare in che misura le valutazioni arbitrarie (cioè quelle relative ad asset non facilmente negoziabili) possa avere impatto portando poi a svalutazioni e/o rivalutazioni. Inoltre, la valutazione a prezzi di mercato (anziché ai prezzi d’acquisto, per esempio), permette di seguire meglio l’andamento economico dell’azienda, distribuendo i risultati negli anni, anziché avere un’unica svalutazione (o rivalutazione) quando l’asset esce dal bilancio (cioè viene venduto, tipicamente).

Quando è stato introdotto, il FAS 157 ha costretto molte aziende a svalutazioni significative, in quanto molti asset non negoziabili erano iscritti a bilancio ad un valore molto più elevato del “fair value”.

Per questo oggi c’è chi suggerisce che il principio contabile dovrebbe essere “neutralizzato” per le banche in difficoltà, ma di fatto questo vuol dire che così che di fatto possano tornare a sopravvalutare gli asset più “tossici”. Mi pare evidente che è una soluzione — anzi una non-soluzione — piuttosto incongrua: non è neanche nascondere la polvere sotto il tappeto, ma piuttosto mettersi gli occhiali da sole e spegnere la luce per non vedere lo sporco. Solo che al buio si può inciampare e farsi anche molto male.

E’ quantomeno forzato accusare (poco) maggior la trasparenza di essere un elemento che aggrava la crisi, in tutta sincerità dovrebbe essere considerato ben più preoccupante una situazione in cui non si sa fino a che punto siano veritieri i bilanci delle aziende quotate.

Fortunatamente, si può sperare che anche se SEC e FASB cedessero alle pressioni e acconsentissero a neutralizzare anche temporaneamente il FAS 157, probabilmente la maggior parte delle banche continuerebbero ad applicarlo, perché interromperne l’applicazione equivale a dire esplicitamente “adesso gonfiamo un po’ di numeri perché abbiamo problemi“, cosa che avrebbe effetti per loro nefasti sul mercato azionario.

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