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La crisi finanziaria spaventa molti risparmiatori, per cui è bene chiarire una volta ancora un aspetto: non bisogna confondere i rischi che questa situazione di mercato comporta per azionisti ed eventualmente per obbligazionisti con quelli per chi ha i propri risparmi in un conto corrente o in un conto di deposito.

A parte le differenze che abbiamo già più volte sottolineato tra quelli che, per capirci, possiamo definire investimento e risparmi, è bene sottolineare un aspetto storico: il grosso dei danni diretti della crisi del ’29 sono derivati dalla “corsa agli sportelli”, che ha alla fine causato un “blocco dell’economia reale”, cosa avvenuta anche in tempi più recenti in singoli Paesi. Dato che gli Stati sono perfettamente consapevoli di questo precedente storico, è quindi interesse di tutti evitare una situazione di panico (che si genererebbe se effettivamente qualche banca non restituisse i soldi ai risparmiatori), e pertanto si può essere sicuri che sarà presa qualunque iniziativa necessaria per tutelare ad ogni costo i risparmiatori, che quindi possono sentirsi tranquilli.

A questo va aggiunto che il fatto che un titolo vada male in borsa non vuol dire che una banca stia fallendo, ma solo che come investimento azionario vale meno. E’ intuitivo che la situazione attuale dimostra che il modello di business delle banche non è così redditizio come si pensava, e che quindi in futuro guadagneranno meno di quello che si pensava un po’ di tempo fa, per questi motivi una svalutazione anche significativa del valore delle loro azioni è assolutamente normale.

Per concludere, va tenuta presente che la legislazione italiana — che fino a poco tempo fa in molti definivano “arretrata”, perché limitava l’utilizzo di “innovazioni finanziarie” da parte delle banche — è molto più orientata alla sicurezza della gestione che in altri paesi (USA come esempio clamoroso) e che quindi per quanto a livello azionario-finanziario si risentano delle conseguenze della “tempesta” in corso. Volendo prendere come caso esemplare quello di Unicredit, l’andamento in borsa del titolo è di fatto penalizzato soprattutto dalle unità del gruppo che operano come “banca d’investimento”, e non certo dalle attività di “banca commerciale”, che per i motivi legislativi di cui dicevamo possono essere considerate del tutto solide.

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