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Come probabilmente saprete, gli ultimi dati dell’OCSE indicano che l’Italia è uno dei paesi (tra quelli dell’OCSE) in cui la “disuguaglianza sociale” è maggiore, cioè dove la differenza tra ricchi e poveri è maggiore, per la precisione al sesto posto di questa poco onorevole classifica (per la cronaca, gli Stati Uniti sono quarti, a indice di una disuguaglianza ancora maggiore).

Però il problema va inquadrato meglio. Infatti, il punto principale, a mio parere, non è tanto (o soltanto) il fatto che ci siano ricchi e poveri, ci siano persone che guadagnano molto e altre che guadagnano molto poco. Il problema principale è la mobilità tra le classi: in altre parole, se uno è povero è condannato a rimanere povero e difficilmente ha possibilità di migliorare la sua condizione sociale. Il problema è che la soluzione fa a pugni con sé stessa: infatti, se tutti avessero lo stesso identico reddito, il ricco rimane ricco e il povero rimane povero (perché non ha modo di accumulare ricchezza), per permettere a chi non è nato da genitori ricchi di migliorare la propria condizione, deve poter avere accesso ad un reddito elevato. Ma questo vuol dire accettare disparità sostanziali sui redditi.

A mio modo di vedere, l’unica soluzione accettabile è tollerare disparità nei redditi (entro limiti accettabili per la sussistenza), ma questa disparità deve essere basata su meriti, non sul fatto che uno in partenza sia ricco o povero, o tantomeno su clientelismi.

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