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La scuola è l’investimento principale che un paese fa per il suo futuro. Per questo val la pena parlarne brevemente anche in un blog “economico” come questo. Il punto principale è che la formazione è un fattore decisivo perché un Paese possa essere “vincente”. Non a caso, India e Cina hanno sì fatto leva su un basso costo della manodopera, ma per raggiungere l’attuale ruolo hanno potuto contare su un sistema scolastico ben solido. Pensate ad esempio al ruolo che l’India ha nella produzione mondiale di software: certamente si tratta di attività “subappaltate” grazie ad un minore costo del lavoro, ma altrettanto certamente reso possibile dal fatto che c’è anche molta manodopera qualificata in grado di fare tali attività.

In Italia, invece, la formazione continua sembra un aspetto totalmente secondario. Avevamo accennato tempo fa al “fastidio” dei lavoratori nei confronti dei corsi di formazione (che dovrebbero essere percepiti come un benefit), ma sicuramente l’atteggiamento può essere generalizzato. Anche perché si può vederla in questo modo: se uno non è in grado di comprendere l’importanza della conoscenza e della cultura per sé stesso, facilmente non è in grado di comprenderne l’importanza per i propri figli. A tal proposito, mi viene in mente un aneddoto che mi raccontava un’amica che lavora in biblioteca, dove spesso arrivano ragazzini accompagnati dai genitori a prendere in prestito libri su cui poi devono scrivere relazioncine per scuola. Bene, una delle osservazioni più frequenti dei genitori è questa: “Ma non è meglio se vediamo se hanno fatto il film, invece che leggi tutto quel libro?“. Ora, con una cultura di questo tipo, è così stupefacente che l’Italia abbia a livello sistemico così poche capacità di innovazione, e se sia di fatto uno dei paesi più arretrati dell’Unione Europea?

L’aspetto per certi versi grottesco è che in Italia c’è una cultura burocratica che mette al centro il “pezzo di carta”, ma non si preoccupa di che cosa effettivamente questo pezzo di carta rappresenta. Ne è un esempio il fatto che, quando ci si è posti il problema del fatto che in Italia c’erano pochi laureati, la strada percorsa è stata di fatto di abbassare i requisiti per la laurea, dimenticando che quello che conta è avere gente con competenze, non gente che può scrivere “Dottore” davanti al proprio nome. O volendo fare un esempio estremo, quando per sopperire alla mancanza di ingegneri in Italia, qualcuno propose di rinominare la laurea in Conservazione dei Beni Culturali in “Ingegneria dei Beni Culturali”.

In quest’ottica non stupisce quindi che, come spesso accade in Italia con i servizi pubblici, le esigenze degli utenti siano messe in secondo piano. Allora permettetemi di sottolineare un aspetto: la scuola dovrebbe formare ed insegnare agli studenti, che quindi dovrebbero uscirne avendo imparato qualcosa, ed in parte educare. Dico “in parte” perché è compito in primo luogo delle famiglie educare, e purtroppo il compito non è delegabile soprattutto se poi in famiglia si danno segnali contrastanti. Ma soprattutto lo scopo principale della scuola non è creare posti di lavoro. I posti di lavoro (che peraltro, non dovrebbero essere sottopagati, se si vuole un lavoro di qualità) vengono in funzione delle esigenze didattiche, non viceversa: la scuola è un investimento troppo strategico e l’efficacia è imprescindibile.

Per ultimo permettetemi di sottolinare un ulteriore aspetto: come le polemiche rispetto alle classi “introduttive” separate denotino un’altra malattia dell’Italia, e cioè la confusione che spesso si fa quando si parla di “razzismo”: a volte sembra che molti abbiano talmente paura di essere razzisti che in pratica poi lo diventano. L’idea di permettere a chi non sa l’italiano di impararlo prima di essere messo in una classe “normale” è un’idea che (a meno che non sia messa in atto in modo sbagliato) favorisce l’integrazione (perché poi tutti sono messi sullo stesso piano) e l’apprendimento (dato che insegnare italiano agli stranieri è una cosa diversa dalla normale docenza): se si mette un bambino in una classe di gente di cui non capisce la lingua, non gli si fa certo piacere. Ho sentito molti politici dire che l’Italia è stata una nazione di emigranti e perciò dovrebbe portare rispetto agli immigrati. Ho la sensazione che però in molti parlino di emigranti senza saperne molto: io posso garantirvi che se a mio zio, quando è emigrato in Belgio da ragazzino, cinquanta e passa anni fa, avessero dato la possibilità di imparare la lingua ed un po’ di altre basi prima di essere ficcato in una classe scolastica, ci avrebbe messo la firma, e come lui molti altri.

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