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Forse avrete letto che anche in Italia sarà legale la pubblicità indiretta, cioè quel tipo di pubblicità che compare in spazi “non pubblicitari”, senza essere segnalata come tale. In altre parole, sarà possibile inquadrare le marche di prodotti all’interno di trasmissioni televisive (i reality show sono candidati d’eccellenza), cosa che finora era in genere vietata.

Nei film il product placement è una pratica molto diffusa: ad esempio per gli (inutili) sequel di Matrix, la General Motors ha fornito per le riprese diversi prototipi della Cadillac CTS, che al momento non era in produzione ma sarebbe stata commercializzata in concomitanza con l’uscita del film. O si può ricordare Cast Away, che ha come co-protagonisti di fatto la FedEx (il cui proprietario fa anche un cameo nel film) e soprattutto la Wilson Sporting Goods.

Sono in molti a lamentarsi più o meno esplicitamente di questo tipo di pubblcità, perché la considerano subdola ed ingannevole. Mettendo da parte le ipocrisie, però, trovo che questo tipo di pubblicità sia un vantaggio per tutti. I motivi sono principalmente due.

  1. Il primo motivo è che, per quanto ci si sforzi di dimenticarlo, realizzare “contenuti” (film, trasmissioni televisive, ecc.) costa, e ben pochi sono disposti a pagare per averli. Quindi se c’è qualcuno disposto a pagare per la realizzazione, ben venga. Non facciamo finta di essere quelli disposti a pagare qualunque cifra per vedere un telefilm o un programma televisivo, perché sappiamo benissimo che non è vero. Sono belle le utopie, ma per prima cosa bisogna cercare di vedere quali sono le soluzioni che possono risolvere i problemi nel mondo reale, anche se sub-ottimali rispetto all’ottimo ideale. Ovviamente richiede che lo spettatore “accenda il cervello” quando vede la tv, ma “purtroppo” questo è un obbligo da accettare a prescindere dalla pubblicità indiretta. O anche solo dalla tv.
  2. Il secondo motivo è che potenzialmente permette di innovare il modello di business del “multimedia”. In altre parole, potenzialmente grazie al product placement è chi realizza i contenuti (l’autore) che intasca i soldi, anziché chi li trasmette (l’editore). In altre parole, potenzialmente le redini possono andare in mano (più equamente, a mio dire) a chi produce idee anziché a chi unicamente le distribuisce. Troppo spesso oggi assistiamo a battaglie sul diritto d’autore, che con gli interessi degli autori non hanno nulla a che vedere ma sono finalizzate a tutelare il (superato) modello di business degli editori.

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