La fine della crisi finanziaria

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Quando si concluderà la crisi finanziaria che stiamo attraversando in queste settimane (ma sarebbe meglio dire mesi)? Una domanda a cui non è semplice rispondere.

Ricordando quello che aveva scritto l’economista Nouriel Roubini in tempi in cui non erano pochi a negare l’esistenza stessa di una crisi finanziaria, vale la pena notare che quello che stiamo vivendo adesso somiglia molto al 12° (ed ultimo) step dello scenario di sviluppo della crisi che aveva ipotizzato.

Abbiamo un mercato finanziario totalmente illiquido, sia dal punto di vista del mercato interbancario (con le banche che faticano a farsi prestiti l’un l’altra) che azionario. Riguardo quest’ultimo, val la pena di sottolineare che il crollo delle quotazioni è dovuto in primo luogo all’assenza di compratori ed alla necessità dei venditori di “svendere” per raccogliere liquidità.

Insomma, siamo vicini ad aver toccato il fondo, probabilmente. Che non vuol dire però che l’abbiamo toccato, quindi ulteriori discese (anche significative) delle quotazioni non sono impossibili, soprattutto se non si prendono le contromisure necessarie. Le “iniezioni di liquidità” sono fondamentalmente costose ed poco utili, dato che per quanto massicce non possono sostituire l’offerta di liquidità che in condizioni normali i mercati offrono.

La necessità urgente dei mercati è un’altra, quella di ristabilire la fiducia, cosa che si fa distinguendo i “buoni” dai “cattivi”, cioè rendendo palese chi è affidabile (o almeno, abbastanza affidabile) e chi non lo è. Rispetto all’intervento “a pioggia” condotto finora, c’è un pesante risvolto della medaglia: per i “cattivi” non ci sarà scampo o quasi. Ma a questo punto forse val la pena di iniziare a mettere da parte l’idea di salvare il tutto, per passare ad un più modesto “salvare il salvabile”. Questo si può fare senza compromettere in alcun modo i risparmiatori. Chiaramente però finirebbe con l’alterare gli equilibri, e sembra purtroppo che i singoli stati siano più interessati a trovare soluzioni che proteggano i loro singoli interessi nazionali a scapito dei vicini, con l’idea più o meno nascosta di guadagnarsi una condizione di vantaggio al termine della crisi. Un atteggiamento di questo tipo è incompatibile con il ripristino della fiducia dei mercati, perché difficilmente un governo deciderà autonomante di “potare” una parte del suo sistema finanziario senza essere sicuro che anche gli altri lo facciano. Insomma, anche una “dimensione Europea” della soluzione potrebbe essere probabilmente insufficiente, ed essere necessaria un azione congiunta ad ancor più ampio raggio.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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