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Non voglio fare l’uccello del malaugurio, ma esattamente come scrivevamo qualche giorno fa che non era il caso di strapparsi i capelli, è ancora presto per cantar vittoria. Certo, auspicabilmente gli interventi dei governi riusciranno a sbloccare la liquidità del mercato (che con una ottima spiegazione Il Sole 24 Ore definisce paralizzato da tre tipi di banche: quelle che hanno paura per sè; quelle che hanno paura per le altre banche; quelle che vorrebbero speculare sulla paura).

Però serve ancora tempo per capire se i problemi di fondo saranno affrontati o meno ed in che modo. Le borse che recuperano l’11% dopo una settimana in cui hanno perso il 21%, è un buon segno, ma non si può dimenticare che il totale fa comunque -13% (tra l’altro, è bene ricordare che serve un +25% per compensare un -20%: in percentuale il salto da 80 a 100 è maggiore che da 100 ad 80).

Il problema a questo punto è a mio parere che cosa succederà all'”economia reale”, cioè al settore industriale. Non sono solo i privati americani ad aver abusato del credito (o essere stati spinti a farlo, se preferite), ma anche e soprattutto le aziende, che fanno un ricorso intensivo al credito per l’operatività. Il che vuol dire che se la stagionde del “credito facile” finisce, sono inevitabili conseguenze sul sistema produttivo, che potrebbe dover quindi diminuire il ricorso al credito, ma questo vuol dire almeno un minimo di ridimensionamento, che alla fin fine vuol dire recessione.

Curiosamente, questa situazione potrebbe aprire importanti opporunità all’Italia, che potrebbe trarre vantaggio dall’arretratezza (così era considerata fino a poche settimane fa) del sistema bancario ed imprenditoriale, che però potrebbe soffrire meno degli altri delle conseguenze della crisi. Sempre se fossimo un paese in grado di cogliere le opportunità.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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