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Le banche americane stanno certamente passando un brutto periodo, e le banche di investimento sono di fatto scomparse. Ma come stanno le banche europee?

Sembra che Fortis, che l’anno scorso aveva acquistato il gruppo ABN Amro (che in Italia controlla Antonveneta e Santander), stia adesso cercando di vendere in parte o in tutto le attività del gruppo: uno dei possibili acquirenti sarebbe BNP Paribas. Nel frattempo sono intervenuti i governi di Belgio, Olanda e Lussemburgo con un ingresso nel capitale (spendendo 11 miliardi di euro). Ma anche gli inglesi di Bradford & Bingley è stata di fatto nazionalizzata dal governo inglese, e il governo tedesco è intervenuto in soccorso di Hypo Real Estate.

Per i correntisti, va detto la cosa non dovrebbe avere alcun impatto: si tratta comunque di un segnale che — se è vero che collassi sono improbabili — comunque la crisi si fa sentire a livello di perdite di profitti e cambierà i rapporti di forza.

Probabilmente, le banche che si troveranno in maggiori difficoltà potrebbero essere quelle inglesi (non è un caso la nazionalizzazione di Northern Rock), spagnole ed irlandesi, paesi in cui si è assistito ad una bolla immobiliare. Mentre quelle italiane sembrano essere state per una volta salvalte, proprio dall'”arretratezza” del sistema finanziario del nostro Paese.

In generale, c’è chi sostiene che la Banca Centrale Europea non sia pienamente in grado di gestire una eventuale crisi estesa, a causa delle differenze di legislazione nei vari Stati europei, che ne limiterebbero o quantomeno ne rallenterebbero la capacità di effettuare interventi di emergenza, come quelli effettuati dalla Fed, nel malaugurato caso si rivelassero necessari.

Il problema è che molte banche europee sono di dimensioni significative per i singoli Stati: il che le rende “troppo grandi per fallire”, ma anche troppo grandi per essere facilmente salvate nel caso (improbabile, ripetiamo) di collasso. Per dare un’idea gli asset del gruppo Deutsche Bank sono poco meno di 2.000 miliardi di dollari, equivalenti a circa l’80% del PIL della Germania (che è di poco più di 2.500). Un ipotetico intervento di salvataggio sarebbe probabilmente fuori dalla capacità del singolo stato (la Germania), mentre non sono previsti veri e propri meccansmi di salvataggio a livello europeo. Il problema, per adesso fortunatamente solamente teorico, probabilmente andrebbe affrontato in modo da avere a priori dei “piani di emergenza”, a prescindere dalla sua effettiva necessità.

Comunuqe sia, al momento gli effetti diretti della crisi sono relativamente ridotti: per dare un’idea meno del 40% degli asset-based-securities sono finiti fuori dagli USA, per cui l’impatto della crisi per le banche europee è molto diluito rispetto alle banche americane.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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