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Il provvedimento del governo USA a supporto delle banche e delle istituzioni finanziarie in difficoltà, un piano da 700 miliardi di dollari, è l’intervento più massiccio dai tempi della Grande Depressione. Per certi versi, somiglia ad un grande “piano Alitalia”, con il governo che acquisterà dalle banche i titoli immobiliari che oggi nessuno vuole. Se tutto va bene, secondo gli ottimisti questi titoli potranno essere rivenduti fra qualche anno, quando i mercati si saranno tranquillizzati, limitando quindi i danni per le casse dello stato.

Il problema di fondo però in realtà è affrontato solo fino ad un certo punto. Infatti, se le banche oggi fossero in grado di raccogliere capitali dopo le perdite subite, potrebbero “salvarsi da sole”. Però sono in difficoltà a fare una cosa del genere, perché nessuno riesce a valutare il valore degli asset delle banche. E quindi, neppure il governo è in grado. Però mentre gli investitori “normali” hanno timore di sopravvalutare troppo gli asset, probabilmente il governo tenderà ad essere di manica larga — del resto è per molti versi proprio lo spirito del provvedimento. Il rischio però può essere una sovrastima eccessiva degli asset acquistati: lo spirito dovrebbe essere affrontare un problema di liquidità, non di insolvenza. In altre parole: aiutare le banche a liquidare asset che in questo momento hanno poco mercato, non asset che valgono zero.

Infatti il grosso difetto di questo provvedimento secondo molti critici è soprattutto il problema della “socializzazione delle perdite”, cioè la violazione a quella che è una delle regole fondamentali del capitalismo, cioè che chi si prende i profitti, si prende anche le perdite. Invece, quello che succede di fatto è che i profitti rimangono privati, mentre le perdite vengono divise tra tutti. Non a caso, più di qualcuno ha definito il provvedimento “un’opera di carità che supporta i ricchi… a spese dei contribuenti”.

Eppure, per certi versi probabilmente questo intervento è il male minore, almeno rispetto ad un collasso del mondo finanziario, anche se c’è chi suggerisce soluzioni relativamente semplici applicate sia ai tempi della Grande Depressione che in molte ristrutturazioni aziendali, e cioè lo swap tra debito ed azioni. In altre parole, i debiti non onorati vengono automaticamente convertiti in nuovo capitale azionario, che finisce quindi in mano al creditore, che quindi avrà modo di recuperare almeno in parte il credito. Però, sostengono i maligni, in questo modo si andrebbe anche a ritoccare molti rapporti di potere tra le varie aziende, e probabilmente molti preferiscono che “tutto cambi perché nulla cambi”.

In ogni caso, una cosa è certa: è indispensabile che vengano riscritte le “regole del capitalismo” per uscire dalla crisi, cosa che a mio parere non vuol dire tanto un maggiore intervento dello stato, quanto piuttosto incentivare un’ottica di medio-lungo termine (che quindi considera anche aspetti quali la sostenibilità) piuttosto che quella di breve-brevissimo che oggi domina.

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