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Torniamo sulle previsioni sull’andamento del dollaro, adesso che il cambio con l’Euro è sceso di più dell’8% dai massimi di metà luglio, tornando ai livelli di inizio anno. Un recupero notevole per le dimensioni e la velocità. Ma soprattutto, il trade-weighted dollar index (l’indice che misura gli scambi di dollari fuori dagli USA) ha raggiunto alcuni giorni fa quota 77,4, il livello più elevato di quest’anno.

Innanzi tutto, a cosa è dovuto questo rafforzamento del dollaro? Di sicuro non è figlio di una solidità dell’economia USA, che al contrario continua ad essere ancora in difficoltà.
La causa va piuttosto cercata nelle economie dei paesi asiatici, ed in particolare nell’elevata inflazione presente in molti di questi paesi. L’elevata inflazione diminuisce la redditività reale di molti investimenti realizzati in questi paesi, e comporta una svalutazione delle loro monete. La svalutazione però ha l’effetto di incentivare molti capitali a spostarsi dall’Asia agli USA, creando così una domanda di dollari, e quindi un aumento del valore del biglietto verde.

Perché i capitali si spostano verso gli USA e non, ad esempio, verso l’Europa? Il motivo fondamentale è che l’economia europea non ha dimostrato un sufficiente “disaccoppiamento” dal quella americana: per quanto vi siano delle differenze, queste non sembrano a molti investitori sufficienti a parlare di indipendenza dell’economia europea da quella USA. Ecco quindi perché gli investitori USA preferiscano riportarsi il capitale a casa, mancando un’alternativa che loro considerino effettivamente migliore.

Cosa cambia circa le previsioni a medio-lungo termine? In realtà non tantissimo: il rally del dollaro secondo alcuni analisti è dovuto principalmente a meccanismi di stop-loss, che hanno innescato una “quasi-fuga” da fondi asiatici. Certamente, potremmo assistere ad un ulteriore rafforzarsi del dollaro nei prossimi mesi, ma soprattutto come conseguenza delle difficoltà delle altre economie. Per il lungo termine però questa non è certo una base solida per la crescita, restando inoltre il fatto che il sistema bancario americano è comunque a livello mondiale quello più esposto a rischi, essendo proprio lì che si è creata la bolla finanziaria attuale.

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