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Come ormai saprete, secondo una stima del Codacons in Italia ci sarebbero circa 40.000 investitori che rischiano di perdere un totale di 1 milardo di Euro, cioè circa 25.000 Euro a testa, come conseguenza del fallimento di Lehman Brothers, e l’associazione sta proponendo una class action contro le banche che avrebbero piazzato titoli pericolosi per gli investitori.

La notizia di cronaca offre lo spunto per una riflessione a mio parere interessante, e cioè: che cosa vuol dire “piazzare titoli pericolosi per gli investitori”? La risposta non è così semplice come può sembrare. Infatti, non si può fare una valutazione a posteriori (“quelli che crollano”): non solo perché i danni sono già fatti, ma anche perché c’è sempre la possibilità che qualunque titolo sia soggetto ad un crack, anche ipotizzando la perfetta buona fede di chi lo propone.

Il caso Lehman Brothers è interessante (certo, visto da fuori) perché permette di separare i diversi elementi che possono “far andare male le cose” per l’investitore:

  1. comportamento di chi propone l’investimento
  2. comportamento del gestore
  3. composizione dell’investimento
  4. andamento dei mercati

Tra l’altro è bene notare che “problemi” nei primi 3 punti non comportano automaticamente un danno “massiccio” per l’investitore, se non in condizioni particolari dei mercati. Ad esempio, un fondo gestito da Lehman Brothers non è detto che azzeri il proprio valore solo per il fatto che Lehman è il gestore. Se il fondo ha un portafoglio di investimenti “sani”, questi non si azzerano di valore, così come un’auto aziendale non si azzererebbe di valore nel caso la ditta che l’ha acquistata fallisse, tanto per capirsi.

La chiave di lettura per capire quando si dovrebbe effettivamente parlare di “piazzare titoli pericolosi” è a mio parere la distinzione tra rischio e comportamenti scorretti o colpe gravi, che possono essere tra l’altro individuati anche a priori.

Infatti, elementi di rischio sono intrinseci in investimenti collegati più o meno direttamente alla borsa. Questo deve essere ben chiaro: il rendimento di un investimento di questo tipo presenta un certo livello di aleatorietà, che se volete rispecchia entro certi limiti quello di una curva gaussiana: variazioni “estreme” possono essere poco probabili, ma non sono impossibili. Questo tipo di rischio fa parte delle “regole del gioco”: facendo un esempio estremo, se gioco al SuperEnalotto non posso fare causa alla Sisal se perdo.

Però chiaramente perché questo sia valido, è necessario che l’investitore/risparmiatore sia correttamente informato dei rischi che comporta l’investimento. In parte, va detto che questo è dovere anche dell’investitore, in quanto comunque deve avere un minimo di capacità di capire che cosa vuol dire “rischio” e di interpretare le informazioni che gli vengono date, però permette di individuare — a mio parere in mondo piuttosto chiaro — quelli che sono gli elementi che dovrebbero essere contrastati (e che giustificano una causa legale), e che ruotano intorno alla corretta e completa informazione dell’investitore/risparmiatore. Ma più che una punizione “ex-post”, sarebbe interessante migliorare la prevenzione “ex-ante”, sicuramente più efficace per le tasche dei risparmiatori.
Quali sono dunque questi elementi? Direi innanzi che ce ne sono fondamentalmente due:

  • presentazione incompleta/distorta dell’investimento da parte di chi lo propone, che può spesso essere incentivata da un conflitto di interessi (inevitabile, ma che deve essere gestito).
  • incoerenza del portafoglio presentato con quello reale: cioè che il capitale dell’investitore/risparmiatore viene investito in titoli diversi da quelli proposti. Formalmente, è una cosa piuttosto rara, però è una cosa che capita molto più spesso di quel che dovrebbe, ed è fondamentalmente il motivo stesso della crisi attuale: titoli a rischio sono di fatto finiti — spesso passando per un processo a più step — in portafogli che non avrebbero dovuto contenerli.

Inoltre possiamo identificare un terzo elemento, e cioè quella che potremmo definire come “aderenza a buone prassi“: infatti ci sono delle regole di condotta negli investimenti che dovrebbero essere fatte applicare da chi propone gli investimenti. La prima di tutte è la diversificazione: come ho scritto in passato, la cosa veramente scandalosa dello scandalo-Parmalat non è il fatto che banche e finanziarie abbiano venduto ai loro clienti azioni di carta straccia. La cosa scandalosa è che abbiano convinto, o anche solo lasciato, che dei risparmiatori mettessero gran parte dei propri risparmi su azioni di una singola azienda. Una cosa che va contro tutte le regole del “buon senso finanziario”: a tal proposito, vi invito a confrontare la strategia tutto-su-un’azienda con alcune ipotesi di strutturazione del portafoglio che avevamo esemplificato qualche tempo fa (per la cronaca: il portafoglio investimenti comprende solo la parte del capitale destinata all’investimento).

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