Barclays 5% netto

Barclays sta in questi giorni pubblicizzando un’offerta che permette di ottenere una remunerazione del 5% netto (da cui il nome della promozione). Cerchiamo di capire meglio il meccanismo.

Innanzi tutto, l’offerta riguarda la sottoscrizione di un PCT, e contestualmente l’attivazione del conto zero spese Essential Plus. Il conto “Essential Plus” è senza spese (esclusa l’imposta di bollo), ma offre un tasso di interesse pari a zero, al contrario del Conto 5% di cui avevamo parlato qualche tempo fa, che offre un rendimento (iniziale) del 5%, ma prevede un canone mensile di 5 Euro.

Tornando comunque all’offerta “5% netto”, questa riguarda la sottoscrizione di un PCT a 6 mesi, rinnovabile una sola volta, a condizione di attivare la domiciliazione di utenza, o accredito dello stipendio (oppure aprire un mutuo, un prestito, o sottoscrivere investimenti), arrivando quindi ad un massimo di 12 mesi. Oltre, è possibile comunque sottoscrivere dei PCT ma non c’è più l’applicazione del tasso speciale.

Il limite principale di questa offerta è che (come Unicredit Special Five di cui abbiamo parlato qualche giorno fa) richiede un investimento significativo, almeno 50.000 Euro, anche se Barclays 5% netto offre la possibilità di aderire anche con somme da 10.000 Euro in su. Però, in caso di investimenti tra i 10.000 e i 50.000 Euro, il tasso riconosciuto non è più il 5%, ma il 4,5%.

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Piano USA bocciato… e adesso?

Il piano del Governo USA è stato bocciato dal parlamento (causando pesanti ripercussioni in borsa). La bocciatura è una sorpresa fino ad un certo punto, perché il piano aveva secondo molti grossi limiti, di cui abbiamo già parlato in passato. I problemi di fondo del provvedimento sono fondamentalmente due difetti:

  • la valutazione dei “toxic assets” che si sarebbero dovuti acquistare dalle banche (con il rischio di pagare a peso d’oro — con i soldi dei contribuenti americani — spazzatura)
  • la socializzazione delle perdite, (cioè le perdite vengono pagate dai contribuenti, mentre i profitti rimangono private), e l’aiuto di fatto indifferenziato tra chi ha preso rischio eccessivi e chi invece è stato travolto dalla crisi.

Purtroppo, quello che serve è una riforma radicale del sistema finanziario (a partire dalle agenzie di rating), che però non è di semplice progettazione, né tantomeno realizzazione. L’idea di cercare di salvare tutti, possibilmente senza toccare i rapporti di potere precedenti, che sembra essere sottesa alle iniziative finora portate avanti, deve essere messa da parte per trovare una soluzione efficace alla crisi.

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Quanto rischiano le banche europee?

Le banche americane stanno certamente passando un brutto periodo, e le banche di investimento sono di fatto scomparse. Ma come stanno le banche europee?

Sembra che Fortis, che l’anno scorso aveva acquistato il gruppo ABN Amro (che in Italia controlla Antonveneta e Santander), stia adesso cercando di vendere in parte o in tutto le attività del gruppo: uno dei possibili acquirenti sarebbe BNP Paribas. Nel frattempo sono intervenuti i governi di Belgio, Olanda e Lussemburgo con un ingresso nel capitale (spendendo 11 miliardi di euro). Ma anche gli inglesi di Bradford & Bingley è stata di fatto nazionalizzata dal governo inglese, e il governo tedesco è intervenuto in soccorso di Hypo Real Estate.

Per i correntisti, va detto la cosa non dovrebbe avere alcun impatto: si tratta comunque di un segnale che — se è vero che collassi sono improbabili — comunque la crisi si fa sentire a livello di perdite di profitti e cambierà i rapporti di forza.

Probabilmente, le banche che si troveranno in maggiori difficoltà potrebbero essere quelle inglesi (non è un caso la nazionalizzazione di Northern Rock), spagnole ed irlandesi, paesi in cui si è assistito ad una bolla immobiliare. Mentre quelle italiane sembrano essere state per una volta salvalte, proprio dall'”arretratezza” del sistema finanziario del nostro Paese.

In generale, c’è chi sostiene che la Banca Centrale Europea non sia pienamente in grado di gestire una eventuale crisi estesa, a causa delle differenze di legislazione nei vari Stati europei, che ne limiterebbero o quantomeno ne rallenterebbero la capacità di effettuare interventi di emergenza, come quelli effettuati dalla Fed, nel malaugurato caso si rivelassero necessari.

Il problema è che molte banche europee sono di dimensioni significative per i singoli Stati: il che le rende “troppo grandi per fallire”, ma anche troppo grandi per essere facilmente salvate nel caso (improbabile, ripetiamo) di collasso. Per dare un’idea gli asset del gruppo Deutsche Bank sono poco meno di 2.000 miliardi di dollari, equivalenti a circa l’80% del PIL della Germania (che è di poco più di 2.500). Un ipotetico intervento di salvataggio sarebbe probabilmente fuori dalla capacità del singolo stato (la Germania), mentre non sono previsti veri e propri meccansmi di salvataggio a livello europeo. Il problema, per adesso fortunatamente solamente teorico, probabilmente andrebbe affrontato in modo da avere a priori dei “piani di emergenza”, a prescindere dalla sua effettiva necessità.

Comunuqe sia, al momento gli effetti diretti della crisi sono relativamente ridotti: per dare un’idea meno del 40% degli asset-based-securities sono finiti fuori dagli USA, per cui l’impatto della crisi per le banche europee è molto diluito rispetto alle banche americane.

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Sanità: privatizzare per diminuire i costi?

Nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio ha ipotizzato che la strada per ridurre le elevatissime spese della sanità, potrebbe passare per una privatizzazione di molti ospedali attualmente pubblici. Si tratta di un’affermazione interessante, perché dà modo di riflettere ancora una volta su alcuni equivoci di fondo che vi sono sul concetto di “privatizzazione”, equivoci che per amor di cronaca non sono tipici solo dell’attuale coalizione di governo, ma sono piuttosto radicati nella politica italiana e anche al di fuori di essa. Proviamo a vedere quali sono questi equivoci (trascendendo il tema della sanità):

  • Come avevamo già accennato in passato, il primissimo punto che spesso si trascura è che quello che vendi non è più tuo. Un concetto banale, ma che spesso viene dimenticato quando si parla di privatizzare servizi pubblici.
  • Incidentalmente, val la pena evidenziare come un rischio latente (ma non troppo) sia quello di cedere le parti più sane (che sono del resto quelle più “appetitose” per i possibili acquirenti), e ritrovarsi comunque con quelle “peggiori”. Si tratta fondamentalmente di un rischio di socializzazione delle perdite, comune all’intervento del governo USA a supporto delle banche in difficoltà (solo che in quel caso il rischio è di comprare “spazzatura” con i soldi dei contribuenti, mentre il rischio in questo caso è di vendere tutto tranne quella).
  • Il secondo aspetto è che bisonga tenere presente che il fatto che un qualcosa sia si proprietà privata non implica che poi segua le “regole del mercato”. I mercati per essere tali e funzionare devono vedere rispettati tutta una serie di requisiti a priori, altrimenti non è detto che portino i benefici attesi.
  • A volte l’impressione è che alcune operazioni di privatizzazione, “localizzazione” o trasferimento di competenze siano fatte solo con l’obiettivo di alleggerire la pressione sulle casse dello Stato, trasferendone il peso ad altri enti pubblici o ai cittadini. In altre parole, dal punto di vista del cittadino non è detto sia per forza utile la riduzione dei costi per lo Stato, se poi questi costi vengono semplicemente trasferiti alle Regioni oppure a lui direttamente (magari, nel caso della sanità, sotto forma di assicurazione), e quindi i costi totali per il cittadino non diminuiscono.
  • Per ultimo, ma certamente non per ordine di importanza, non è vero che i soggetti pubblici siano per forza inefficienti e quelli privati per forza efficienti. O meglio, i grossi problemi di inefficienza nelle strutture pubbliche è conseguenza della governance, non del tipo di proprietà. In altre parole, il tema di gestione efficiente, di adozione di misure per tagliare gli sprechi e valorizzare l’eccellenza, è un tema diverso da quello relativo a “chi sia il proprietario”.

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Il fallimento di un certo modello di capitalismo… o di un certo modello di capitalisti?

Sono in molti a sostenere che in questi giorni stiamo assistendo alla “fine del capitalismo come lo abbiamo conosciuto finora“. Certamente, è epocale la sparizione di fatto delle banche di investimento, che cambia in modo sostanziale lo scenario di Wall Street.

A mio parere va però sottolineato come più che un “fallimento di un certo tipo di capitalismo“, quello a cui stiamo assistendo è il “fallimento di un certo tipo di capitalisti“. Distinzione oziosa? Non proprio: l’equivoco di fondo è che un mercato per funzionare ha bisogno che siano rispettati una serie di requisiti e di regole. Certamente queste lasciano spazio all’iniziativa privata, nell’assunto che questa libertà di iniziativa possa portare da sola ad un utilizzo efficace ed efficiente delle risorse in un ottica di beneficio collettivo di lungo periodo. Ma questa “libertà” non significa anarchia. In molti sembrano aver pensato che le regole potessero essere ignorate o piegate per ottenere vantaggi di breve periodo, e lo hanno fatto: ma questa però è una cosa ben diversa dal “libero mercato”.

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La Spagna ha superato o no l'Italia? Ma soprattutto… che importanza ha?

Probabilmente avrete sentito delle polemiche sulle dichiarazioni di Zapatero, che ha dichiarato ancora una volta che la Spagna è “davanti all’Italia”. Personalmente non capisco la ragione di prendersela, come fanno alcuni, con Zapatero per queste affermazioni. Innanzi tutto perché probabilmente è vero: l’Italia è all’ultimo posto nei paesi OCSE per rapporto tra stipendi e costo della vita, ha un trend di crescita solidamente decrescente, e probabilmente ha sprecato molte opportunità che poteva sfruttare meglio.

Ma a prescindere da questo, non vedo di che consolazione possa essere l’essere davanti alla Spagna: invece di preoccuparsi di competizioni con gli altri Paesi, sarebbe forse meglio rimboccarsi le maniche e cercare di migliorare il nostro, e non ci sarebbe neppure poi motivo di discussione. Insomma, se in Italia mettessimo da parte la presunzione, e smettessimo di pensare “siamo importanti”, e piuttosto iniziare a pensare seriamente a cosa fare per migliorare, probabilmente il nostro sarebbe un Paese molto migliore.

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Le prove che le agenzie di rating hanno operato in conflitto di interessi

C’è un articolo molto interessante su Bloomberg, in cui un ex manager di Standard & Poor, la nota agenzia di rating, racconta di come siano avvenute diverse violazioni delle regole di buona condotta (per non dire altro).

Frank Raiter, questo il nome dell’ex-manager, specializzato proprio nella valutazione dei titoli basati sui mutui, racconta che nel 2001 un suo superiore è arrivato da lui chiedendogli di controfirmare una valutazione che non aveva mai fatto, allo scopo di facilitare l’acquisizione di alcuni contratti per S&P. Raiter racconta di essersi rifiutato di firmare questa valutazione, ma che comunque il rating fu alla fine emwsso. Per la verità non si tratterebbe di una valutazione “inventata” ma di un rating che riprende quello di un concorrente: resta il fatto che però S&P avrebbe dato una serie di rating che comunque non sono stati soggetti a valutazione.

Raiter comunque difende per certi versi la buona fede dei suoi superiori in S&P, che non si sarebbero resi conto dei rischi che stavano causando, convinti di aver trovato un modo per fare “soldi facili”, e comunque che il rischio si sarebbe distribuito in modo talmente ampio che “nessuno si sarebbe fatto male”. Il problema è che questo può essere vero se si tratta di un caso singolo. Se invece è una prassi diffusa, il sistema diventa a rischio.

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Cosa ha scatenato la crisi finanziaria? La spiegazione per l'uomo della strada

Perché si è verificata la crisi finanziaria attuale? Ne parliamo da tempo, ma un articolo di Brooking, (A Brief Guide To Fixing Finance) dà lo spunto per sintetizzare quel che è successo in modo credo comprensibile anche a chi “non se ne intende” di finanza. E’ una sintesi po’ imprecisa, ma interessante soprattutto per “l’uomo della strada”.

  1. La bolla nei prezzi delle case USA è stata incentivata anche dalla disponibilità estrema di credito, ha portato ad una sottostima dei rischi del settore;
  2. L’aumento dei prezzi delle case (che hanno raggiunto il picco nel 2006), e soprattutto il lassismo nella concessione dei prestiti (la mancata verifica delle capacità di rimborso) ha condotto nel 2007 ad un aumento significativo delle insolvenze, soprattutto dei mutui “subprime”, cioè quelli concessi a chi non aveva garanzie solide;
  3. Le perdite si sono trasferite sui CDO (Collateralized Debt Obligations), cioè i titoli — a volte piuttosto complessi — basati sui mutui. Attraverso i CDO, le banche “cartolarizzano” i mutui, in pratica rivendendo il credito sul mercato;
  4. Le perdite sui CDO hanno scatenato una serie di perdite nei CDS (Credit Default Swaps), che sono fondamentalmente dei contratti di assicurazione sui CDO (in altre parole, quando un CDO non viene pagato, interviene l’assicurazione);
  5. Gli istituti che trattano CDO e CDS hanno subito grosse perdite (tra questi, banche commerciali e di investimento, compagnie di assicurazione, hedge fund);
  6. Questa situazione ha causato una contrazione del credito disponibile (dei soldi che possono prestare le banche), amplificata dal fatto che molti di questi soggetti operano con un “effetto leva” molto elevato.

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Grafico Euribor: l'intervento del governo USA è inefficace?

Dopo un primo entusiasmo iniziale seguito all’intervento del governo USA indirizzato a sostenere i mercati, le borse ricominciano a segnare risultati negativi. Ma è forse ancora più significativo l’andamento dell’Euribor, il tasso a cui le banche si prestano i soldi l’un l’altra. Infatti, in questi giorni l’Euribor ha raggiunto dei livelli record, come si può notare dal grafico:


Grafico dell’andamento nel 2008 del tasso Euribor® a 1 mese

È estremamente evidente come in questi giorni il tasso sia schizzato verso l’alto. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che, fondamentalmente, le banche non si fidano l’una dell’altra, perché non sanno che cosa le altre hanno in portafoglio. Quindi, interventi massicci (e costosi) a supporto della liquidità non sono sufficienti e rischiano di essere inefficaci, perché non toccano il problema reale che forse non è di liquidità ma di valore reale degli asset in portafoglio.

Il problema, a mio parere (ma anche di molti esperti ben più autorevoli) è che le vere questioni di fondo non sono affrontate in modo sostanziale, puntando a curare i sintomi piuttosto che la malattia. Vediamo quali sono le questioni sospese:

  • Il problema strutturale è il mancato funzionamento dei meccanismi e delle authority di regolamento dei mercati, così come dell’inefficacia delle agenzie di rating, che ha permesso che venissero fatti errori di valutazione rispetto all’affidabilità di molti soggetti finanziari, causando alla fine una reazione a catena.
  • Il piano di salvataggio aiuta nello stesso modo chi si è preso grossi rischi, facendo finanziariamente il passo più lungo della gamba, e chi invece si è comportato correttamente, e va a spese di quest’ultimo, e quindi manca di quella che possiamo chiamare equità sociale. Inoltre non scoraggia comportamenti a rischio futuri, anzi, dato che le perdite vengono “socializzate”.
  • Nel salvataggio di AIG, il governo USA ha ottenuto il controllo della società, con l’80% del capitale. Invece il piano di salvataggio rischia di essere di fatto a fondo perduto, con le conseguenze immaginabili sull’economia USA, e gli effetti a cascata che può avere a livello mondiale.

Cosa si potrebbe fare per salvare la situazione? Ci sono alcune idee diffuse tra gli esperti, che probabilmente sarebbero cose da fare prima di un’intervento come quello programmato dal Tesoro americano. Per esempio:

  • Innanzi tutto, banche ed istituzioni finanziarie dovrebbero avere il divieto di distribuire dividendi per un certo periodo, per ricostituire le riserve. Certamente rende più difficile la raccolta di capitale, ma non ha senso che una società che viene soccorsa distribuisca dividendi.
  • I debiti insoluti potrebbero essere convertiti in capitale azionario, il che aggirerebbe il problema della liquidità di molti asset. Causerebbe, certamente, perdite ai creditori, ma questo è in realtà un fatto positivo nel medio periodo, perché qualunque sistema economico sano necessita di soggetti che operino una selezione nei prestiti tra soggetti affidabili e non, proprio per incoraggiare l’affidabilità complessiva del sistema.
  • Probabilmente, invece che acquistare i cosiddetti “toxic asset” di cui le banche devono liberarsi, il governo USA farebbe bene ad acquistare capitale azionario delle banche che necessitano di sostegno, cosa che permetterebbe di evitare l’ostacolo della valutazione di questi asset (che è fin troppo facile sopravvalutare), così come di affrontare direttamente uno dei principali problemi attuali, cioè la sottocapitalizzazione si molte banche. Chiaramente, questo ha un sapore di nazionalizzazione del settore (che però, se devo dirla tutta, entro certe quote non sarebbe un’oscenità, visto il ruolo sociale che ha), che è probabilmente estraneo dalla cultura USA.

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Cosa vuol dire "piazzare titoli pericolosi per gli investitori"?

Come ormai saprete, secondo una stima del Codacons in Italia ci sarebbero circa 40.000 investitori che rischiano di perdere un totale di 1 milardo di Euro, cioè circa 25.000 Euro a testa, come conseguenza del fallimento di Lehman Brothers, e l’associazione sta proponendo una class action contro le banche che avrebbero piazzato titoli pericolosi per gli investitori.

La notizia di cronaca offre lo spunto per una riflessione a mio parere interessante, e cioè: che cosa vuol dire “piazzare titoli pericolosi per gli investitori”? La risposta non è così semplice come può sembrare. Infatti, non si può fare una valutazione a posteriori (“quelli che crollano”): non solo perché i danni sono già fatti, ma anche perché c’è sempre la possibilità che qualunque titolo sia soggetto ad un crack, anche ipotizzando la perfetta buona fede di chi lo propone.

Il caso Lehman Brothers è interessante (certo, visto da fuori) perché permette di separare i diversi elementi che possono “far andare male le cose” per l’investitore:

  1. comportamento di chi propone l’investimento
  2. comportamento del gestore
  3. composizione dell’investimento
  4. andamento dei mercati

Tra l’altro è bene notare che “problemi” nei primi 3 punti non comportano automaticamente un danno “massiccio” per l’investitore, se non in condizioni particolari dei mercati. Ad esempio, un fondo gestito da Lehman Brothers non è detto che azzeri il proprio valore solo per il fatto che Lehman è il gestore. Se il fondo ha un portafoglio di investimenti “sani”, questi non si azzerano di valore, così come un’auto aziendale non si azzererebbe di valore nel caso la ditta che l’ha acquistata fallisse, tanto per capirsi.

La chiave di lettura per capire quando si dovrebbe effettivamente parlare di “piazzare titoli pericolosi” è a mio parere la distinzione tra rischio e comportamenti scorretti o colpe gravi, che possono essere tra l’altro individuati anche a priori.

Infatti, elementi di rischio sono intrinseci in investimenti collegati più o meno direttamente alla borsa. Questo deve essere ben chiaro: il rendimento di un investimento di questo tipo presenta un certo livello di aleatorietà, che se volete rispecchia entro certi limiti quello di una curva gaussiana: variazioni “estreme” possono essere poco probabili, ma non sono impossibili. Questo tipo di rischio fa parte delle “regole del gioco”: facendo un esempio estremo, se gioco al SuperEnalotto non posso fare causa alla Sisal se perdo.

Però chiaramente perché questo sia valido, è necessario che l’investitore/risparmiatore sia correttamente informato dei rischi che comporta l’investimento. In parte, va detto che questo è dovere anche dell’investitore, in quanto comunque deve avere un minimo di capacità di capire che cosa vuol dire “rischio” e di interpretare le informazioni che gli vengono date, però permette di individuare — a mio parere in mondo piuttosto chiaro — quelli che sono gli elementi che dovrebbero essere contrastati (e che giustificano una causa legale), e che ruotano intorno alla corretta e completa informazione dell’investitore/risparmiatore. Ma più che una punizione “ex-post”, sarebbe interessante migliorare la prevenzione “ex-ante”, sicuramente più efficace per le tasche dei risparmiatori.
Quali sono dunque questi elementi? Direi innanzi che ce ne sono fondamentalmente due:

  • presentazione incompleta/distorta dell’investimento da parte di chi lo propone, che può spesso essere incentivata da un conflitto di interessi (inevitabile, ma che deve essere gestito).
  • incoerenza del portafoglio presentato con quello reale: cioè che il capitale dell’investitore/risparmiatore viene investito in titoli diversi da quelli proposti. Formalmente, è una cosa piuttosto rara, però è una cosa che capita molto più spesso di quel che dovrebbe, ed è fondamentalmente il motivo stesso della crisi attuale: titoli a rischio sono di fatto finiti — spesso passando per un processo a più step — in portafogli che non avrebbero dovuto contenerli.

Inoltre possiamo identificare un terzo elemento, e cioè quella che potremmo definire come “aderenza a buone prassi“: infatti ci sono delle regole di condotta negli investimenti che dovrebbero essere fatte applicare da chi propone gli investimenti. La prima di tutte è la diversificazione: come ho scritto in passato, la cosa veramente scandalosa dello scandalo-Parmalat non è il fatto che banche e finanziarie abbiano venduto ai loro clienti azioni di carta straccia. La cosa scandalosa è che abbiano convinto, o anche solo lasciato, che dei risparmiatori mettessero gran parte dei propri risparmi su azioni di una singola azienda. Una cosa che va contro tutte le regole del “buon senso finanziario”: a tal proposito, vi invito a confrontare la strategia tutto-su-un’azienda con alcune ipotesi di strutturazione del portafoglio che avevamo esemplificato qualche tempo fa (per la cronaca: il portafoglio investimenti comprende solo la parte del capitale destinata all’investimento).

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Il petriolio schizza a 130 dollari: effetti collaterali del piano Paulson o dei limiti allo short selling?

Avevamo scritto ieri che l’intervento del governo USA a supporto delle banche aveva una serie di effetti collaterali sui conti dello stato, e abbiamo avuto un ulteriore effetto collaterale che in effetti non avevamo considerato, e cioè la corsa alle materie prime, per proteggersi dal possibile impatto inflazionistico conseguente alla spesa che il governo USA dovrà affrontare per realizzare il piano di salvataggio. Non è infatti solo una questione di svalutazione del dollaro, che ha sì perso un paio di punti, ma non è certo tale da giustificare da sola il balzo di circa il 25% in una sola giornata del petrolio (uno degli incrementi più elevati della storia).

Ma c’è un aspetto interessante: questo salto di prezzo, potrebbe essere collegato anche (e forse soprattutto) alle limitazioni che sono state poste allo short sellling. Perché? Innanzi tutto perché se un investitore non può “vendere allo scoperto”, l’unica altra cosa che può fare è comprare: se c’è più gente che compra i prezzi aumentano. Non è difficile immaginare che chi “giocava facile” puntando al ribasso di imprese che stavano andando male, adesso cerchi di “giocare facile” puntando sul rialzo di qualcosa che sono ragionevolmente certi aumenti di prezzo. Il petrolio, per esempio.

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I limiti del provvedimento USA a supporto dell'economia

Il provvedimento del governo USA a supporto delle banche e delle istituzioni finanziarie in difficoltà, un piano da 700 miliardi di dollari, è l’intervento più massiccio dai tempi della Grande Depressione. Per certi versi, somiglia ad un grande “piano Alitalia”, con il governo che acquisterà dalle banche i titoli immobiliari che oggi nessuno vuole. Se tutto va bene, secondo gli ottimisti questi titoli potranno essere rivenduti fra qualche anno, quando i mercati si saranno tranquillizzati, limitando quindi i danni per le casse dello stato.

Il problema di fondo però in realtà è affrontato solo fino ad un certo punto. Infatti, se le banche oggi fossero in grado di raccogliere capitali dopo le perdite subite, potrebbero “salvarsi da sole”. Però sono in difficoltà a fare una cosa del genere, perché nessuno riesce a valutare il valore degli asset delle banche. E quindi, neppure il governo è in grado. Però mentre gli investitori “normali” hanno timore di sopravvalutare troppo gli asset, probabilmente il governo tenderà ad essere di manica larga — del resto è per molti versi proprio lo spirito del provvedimento. Il rischio però può essere una sovrastima eccessiva degli asset acquistati: lo spirito dovrebbe essere affrontare un problema di liquidità, non di insolvenza. In altre parole: aiutare le banche a liquidare asset che in questo momento hanno poco mercato, non asset che valgono zero.

Infatti il grosso difetto di questo provvedimento secondo molti critici è soprattutto il problema della “socializzazione delle perdite”, cioè la violazione a quella che è una delle regole fondamentali del capitalismo, cioè che chi si prende i profitti, si prende anche le perdite. Invece, quello che succede di fatto è che i profitti rimangono privati, mentre le perdite vengono divise tra tutti. Non a caso, più di qualcuno ha definito il provvedimento “un’opera di carità che supporta i ricchi… a spese dei contribuenti”.

Eppure, per certi versi probabilmente questo intervento è il male minore, almeno rispetto ad un collasso del mondo finanziario, anche se c’è chi suggerisce soluzioni relativamente semplici applicate sia ai tempi della Grande Depressione che in molte ristrutturazioni aziendali, e cioè lo swap tra debito ed azioni. In altre parole, i debiti non onorati vengono automaticamente convertiti in nuovo capitale azionario, che finisce quindi in mano al creditore, che quindi avrà modo di recuperare almeno in parte il credito. Però, sostengono i maligni, in questo modo si andrebbe anche a ritoccare molti rapporti di potere tra le varie aziende, e probabilmente molti preferiscono che “tutto cambi perché nulla cambi”.

In ogni caso, una cosa è certa: è indispensabile che vengano riscritte le “regole del capitalismo” per uscire dalla crisi, cosa che a mio parere non vuol dire tanto un maggiore intervento dello stato, quanto piuttosto incentivare un’ottica di medio-lungo termine (che quindi considera anche aspetti quali la sostenibilità) piuttosto che quella di breve-brevissimo che oggi domina.

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Unicredit Special Five

Unicredit offre un’opportunità di investimento in PCT con rendita netta del 5,00% annuo, fino a fine settembre 2008. Si tratta, lo diciamo subito, di un’opportunità che non è certo per “tutti”, dato che l’offerta è valida per chi investe almeno 50.000 euro di cui almeno il 20% in uno di questi prodotti:

  • Fondo comune di investimento a capitale garantito,
  • Gestione di portafogli FocusInvest Plus
  • Polizze assicurative UniDiamond Plus New e UniSmart 2008 Plus.

Il PCT ha durata di 6 mesi, e al rinnovo la rendita è fissata in base al tasso Euribor a 6 mesi, più lo 0,30%. Quindi, con i valori più recenti dell’Euribor, il tasso lordo sarebbe di 5,24+0,30% = 5,54% lordo, cioè (ricordiamo che la tassazione è al 12,5%) 4,84% netto. L’offerta è valida però solo per due rinnovi al massimo.

Si tratta di un tasso decisamente interessante per un PCT, diremmo superiore alla media (per dare un raffronto, Supersave di Fineco rende il 3,59% netto e IWPower 180 con l’opzione “Turbo” rende il 4,25% netto). Oltre al limite minimo di investimento, però, l'”ostacolo principale” è la necessità di attivare prodotti aggiuntivi, che sono piuttosto “delicati”. Si tratta quindi di una promozione da guardare soprattutto dal punto di vista di questi ultimi: in altre parole, per fare un esempio pratico, non è a nostro parere il caso di sottoscrivere un’assicurazione per ottenere un vantaggio sulla rendita del PCT, ma se invece si desidera (dopo un’accurata valutazione) sottoscrivere proprio uno dei prodotti indicati da Unicredit, questa offerta PCT può essere un’occasione da sfruttare.

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All'orizzonte una settimana importante per i mercati

Quella che si apre è una settimana importante per i mercati finanziari. Veniamo da un fine settimana che ha dato segnali positivi per le borse di tutto il mondo, con l’S&P MIB che venerdì ha guadagnato ben l’8,62%. Crisi finita? Attenzione a non vendere la pelle dell’orso troppo presto. In fondo la giornata di venerdì ha solo poco più che recuperato le perdite della settimana, ed in ogni caso farsi cogliere dall’entusiasmo (o dal panico) per i risultati si una singola giornata non è mai opportuno. I prossimi giorni potranno dare qualche indicazione in più.

Sicuramente le azioni mese in atto dal governo americano sono importanti, ma il loro effettivo impatto è ancora da valutare: soprattutto il costo che questo avrà sulle tasche dei contribuenti americani (il Tesoro USA spendera 700 miliardi di dollari per acquisire i titoli “cattivi” dalle banche), e sul debito pubblico USA. Insomma, non c’è totale unanimità sull’efficacia delle misure, c’è anche chi teme i danni siano maggiori dei benefici. Volendola vedere ottimisticamente, se volete questa controversia è per certi versi un buon segno, in quanto di solito è solo sui provvedimenti che non fanno nulla che tutti sono d’accordo.

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