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Mi ha colpito molto un dato di cronaca, sui nuovi controlli che sono stati fatti per la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, e cioè che nel 45% dei controlli il guidatore è risultato positivo.
Si tratta di un dato presentato come una ulteriore conferma della pericolosità dell’alcool, ma da un punto di vista puramente statistico, il significato è esattamente l’opposto, indicando invece una correlazione tra alcool e incidenti stradali inferiore a quella che si sbandiera. Perché? Innanzi tutto, il concetto di causalità in un incidente non è così definito, perché gli incidenti sono dovuti ad una concausa di fattori (ad esempio, alterazione psicofisica del conducente, velocità, condizioni stradali, e altro) e non ad un’unica causa, che peraltro non genera automaticamente l’incidente (dato che uno può arrivare a casa sano e salvo pur mettendo in atto comportamenti pericolosi). Per cui la determinazione della causa prevalente è inevitabilmente fatta a posteriori.

Per capire se un fattore è una causa o meno, non basta verificare la presenza del fattore nel caso specifico, ma è necessaria un’analisi della correlazione. In altre parole, serve capire se una tipologia di soggetti A (diciamo i guidatori in stato di ebbrezza) abbia o meno più probabilità di una tipologia B (i guidatori sobri) di essere coinvolti in un certo evento (l’incidente). Per fare questo calcolo, servono due valori:

  • il numero di soggetti A e di soggetti B coinvolti nell’evento (cioè in questo caso la percentuale di incidenti che coinvolgono guidatori in stato di ebbrezza)
  • il numero di soggetti A e di soggetti B totali (cioè in questo caso la percentuale di guidatori che circolano in stato di ebbrezza).

Quanto più questi due valori si allontanano tra di loro, tanto più c’è correlazione, più si avvicinano minore è la correlazione. Per esempio, se il 95% degli incidenti vedesse coinvolti soggetti in stato di ebbrezza, e questi fossero il 5% del totale, allora sarebbe indubbia la correlazione. Ma se, sempre per esempio, i guidatori in stato di ebbrezza fossero coinvolti nel 50% degli incidenti, ma questi fossero anche il 50% del totale, allora in realtà non sarebbe dimostrata nessuna correlazione. Per quanto ne so io, un calcolo del genere non è mai stato fatto.

Ecco perché ne parliamo qui: perché mi pare un tipico esempio dell’abitudine di molti di utilizzare e citare numeri prima ancora di averne capito il significato. Ma anche è un altro degli esempi di atteggiamenti molto “italiani”, nel modo di (non?) risolvere i problemi, che lascia un po’ perplessi.

L’identificazione delle cause dei problemi è fatta in modo spesso semplicistico, riconducendo tutto a cause che forse hanno impatto soprattutto “emotivo”. Con generalizzazioni che sono spesso forzate: in altre parole, nel caso specifico, probabilmente mettere di fatto sullo stesso piano uno che si è bevuto una bottiglia di superalcolico e magari drogato, con uno che si è bevuto due birre durante una serata in pizzeria, sarebbe una cosa da evitare, dato che sono oggettivamente due situazioni diverse (anche dal punto di vista del rischio che procurano).
Forse è comodo dare la colpa di tutti agli ubriachi (che ovviamente non è una categoria che difendo, ma su questo punto ci arrivo fra un po’). Perché comodo? Intanto perché è più economico fare repressione che investimenti: vado a memoria, ma i dati dell’ACI mostrano chiaramente che gli incidenti accadono sempre negli stessi punti, indicando così una elevata correlazione tra incidenti e condizioni stradali — che in Italia, diciamolo, non sono spesso ideali — inoltre in generale c’è il tema relativo ai mezzi pubblici, che se fossero più adeguati sarebbero più utilizzati, diminuendo quindi il traffico (e di conseguenza probabilmente il rischio di incidenti).
Ma soprattutto è comodo perché permette di chiudere gli occhi sulle colpe di ciascuno di noi, evitando cambi diffusi di mentalità. Diciamolo, il problema vero è che moltissimi automobilisti sono convinti di essere da soli per strada, e di poter fare quello che vogliono: in fondo manca il rispetto per gli altri, che sono spesso considerati ostacoli da sorpassare (se altri automobilisti) o da schivare (se pedoni). Il problema è che c’è un sacco di gente che considera perfettamente normale fare manovre in auto azzardate: sorpassare una fila di macchine in coda, ignorare le distanze di sicurezza, svoltare a sinistra dove non è consentito, o anche ignorare i pedoni sulle strisce sono cose che quasi ci si scandalizza le poche volte che vengono multate. Se un automobilista ha bevuto (chiaramente, meglio sottolinearlo, qui stiamo parlando di chi ha bevuto due birre in pizzeria, non di chi si è scolato una bottiglia di vodka…) indubbiamente i suoi riflessi sono un po’ rallentati, ma questo in realtà vuol dire solo che dovrebbe andare più piano e aumentare le distanze di sicurezza. Chiaramente, se invece fa manovre azzardate si espone ad un rischio (e lo crea). Ma le manovre azzardate uno non le dovrebbe fare comunque, ebbrezza o non ebbrezza.

E poi c’è anche la questione oggettiva che una persona con scarsa esperienza di guida (che è un concetto un po’ più ampio di neopatentato) probabilmente non dovrebbe trovarsi in mano così facilmente macchine potenti, per le quali serve una buona capacità di valutazione e di controllo, perché è facile far scivolare il piede sull’acceleratore e trovarsi a velocità non adeguate alle condizioni stradali e di traffico.

Scrivo questo perché ormai la patente ce l’ho da un bel po’ di anni e di chilometri ne ho macinati: però finora non ho mai rischiato un incidente per colpa di automobilisti ubriachi, ma ne ho rischiati molti per gente che preferiva parlare al telefonino piuttosto che guardare la strada, mamme che senza guardare fanno inversione a U per portare i figli a scuola, rappresentanti che non hanno tempo di fare la coda al semaforo, padri di famiglia che sembra pensino che le strisce pedonali servano solo a dare un tocco di colore all’asfalto.

P.S.: prima che qualcuno lo faccia notare, certamente: il dato sugli automobilisti fermati non è significativo perché non è probabilmente un campione rappresentativo. Infatti in questo post, per quanto abbiamo un po’ divagato, è nato soprattutto per far riflettere un’altra volta soprattutto sul modo in cui vengono presentate le statistiche.

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